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Torniamo al passato

Al nostro stile di vita, alle nostre capacità produttive, al risparmio del 10% del nostro guadagno, ma soprattutto facciamo il contrario di quello che desidera la sinistra


04/05/2026

di Carlo Deserti


Al referendum abbiamo assistito a qualcosa che lascia un’eco difficile da ignorare.
Come se, nel silenzio di una cabina elettorale, si fosse compiuta una scelta che va oltre il voto: l’approvazione di una magistratura che, invece di limitarsi al proprio compito, sembra sconfinare nel terreno della politica.
E così, per molti, il buonsenso finisce per reagire d’istinto, spingendo nella direzione opposta rispetto a ciò che una certa parte politica auspica.
Poi ci sono i fatti. Quelli concreti, che rompono il rumore delle opinioni.
Roma, 25 aprile. Una giornata che dovrebbe essere memoria, storia, identità.
Tra le strade della capitale, durante la sfilata, accade qualcosa che incrina quell’equilibrio: un giovane ebreo, armato di una pistola ad aria compressa, spara pallini di gomma contro due membri dell’ANPI.
Non è questo il punto su cui soffermarsi, non è una giustificazione, né una difesa, è un fatto.
Ma accanto a questo episodio, se ne risalta un altro, più crudo, più fisico. Un uomo colpisce a martellate un agente di polizia.
Due gesti diversi, due violenze, due linee che non dovrebbero mai essere oltrepassate.
Eppure, è nel modo in cui vengono trattati che nasce la frattura.
Nel primo caso, si parla di tentato omicidio, e nel secondo di lesioni, senza custodia cautelare.
E allora il racconto prende una piega che disorienta: chi usa una pistola ad aria compressa diventa, nella percezione, un potenziale assassino.
Chi impugna un martello, quasi un colpevole minore, una sproporzione che, vera o percepita, genera una domanda più profonda della cronaca stessa.
Che peso diamo agli atti? Come li giudichiamo?
E così il discorso scivola in una provocazione amara: i pallini di plastica diventano armi letali, mentre il martello sembra perdere la sua pericolosità.
Un paradosso che non vuole essere letterale, ma che fotografa uno smarrimento.
È qui che nasce il vero problema, non nei singoli episodi, ma nella fiducia che si incrina, perché quando le decisioni appaiono incoerenti, quando le proporzioni sembrano sfuggire, i cittadini iniziano a guardare la giustizia con distanza, con sospetto e il discorso si allarga.
Si parla di tempi infiniti: anni per una sentenza civile, decenni per una penale. Si evocano casi simbolici, come quello di Delitto di Garlasco, non più eccezioni ma, nella percezione, quasi regole.
Si citano numeri duri, che alimentano l’idea di errori e ingiustizie.
E alla fine resta una sensazione, più che una conclusione: quella di un sistema che molti faticano a riconoscere come giusto.
Da qui nasce la reazione, per alcuni, istintiva: fare l’opposto di ciò che viene percepito come dominante. Non per ideologia, ma per sfiducia.
E forse è proprio questo il punto più critico.
Non ciò che è accaduto.
Ma ciò che, nella mente delle persone, quegli eventi finiscono per rappresentare.

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