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La truffa Made in Italy

In aumento i furti nelle banche attraverso la strategia dei bonifici autorizzati dai titolari dei conti correnti e in un anno il bottino ha raggiunto i 90 milioni di euro


19/10/2026

di Andrea Sarti


Ci siamo inventati lo scippo autorizzato, una truffa capace di fruttare quasi 90 milioni di euro all’anno e anche in questo campo, privo di qualsiasi nobiltà, dimostra quanto sappiamo essere ingegnosi.
Oggi, per sottrarre denaro da un conto corrente, non servono più pistole, minacce o gesti violenti, basta una telefonata garbata, pronunciata con il tono rassicurante di chi sembra sapere esattamente cosa sta accadendo.
Dall’altra parte del filo, qualcuno avverte il titolare del conto che sarebbero stati rilevati movimenti sospetti e lo invita, per proteggere i propri risparmi, a trasferire immediatamente il denaro su un altro conto, presentato come più sicuro.
È in quel preciso istante che si compie il capolavoro dell’inganno: la vittima, convinta di mettere al riparo i propri averi, diventa lo strumento attraverso il quale il truffatore si impossessa del suo denaro.
In pochi minuti, il risparmiatore può ritrovarsi senza nulla e il ladro diventare più ricco.
Questa strategia mascalzona, rigorosamente Made in Italy, nella sua capacità di sfruttare le debolezze umane, sorprende e, per certi aspetti, fa persino sorridere.
Non perché ci sia qualcosa di divertente nel derubare una persona, ma perché dimostra come l’ingegno italiano sappia raggiungere risultati straordinari anche quando viene impiegato nel modo più spregevole.
Il falso addetto bancario, con voce allarmata e modi convincenti, mette fretta al correntista.
Gli prospetta un pericolo imminente, gli fa credere che i suoi risparmi siano in pericolo e lo spinge a trasferire tutto su un altro conto corrente.
La telefonata è costruita con tale abilità che ogni dubbio viene soffocato dalla paura e la vittima non si sente derubata: crede di essere aiutata.
Così il denaro parte, non viene prelevato con la forza, non viene sottratto attraverso una rapina tradizionale, è il correntista stesso a disporre il bonifico, convinto di compiere l’unica operazione possibile per salvare i propri risparmi.
È proprio questo il paradosso che rende la frode tanto insidiosa.
Nonostante i controlli predisposti dalle direzioni bancarie, fermare il meccanismo può rivelarsi estremamente difficile, perché l’operazione viene autorizzata dal cliente, che agisce sulla base di informazioni false e di una manipolazione psicologica studiata nei dettagli.
Alla fine, oltre al denaro perduto, resta anche la figuraccia della banca, chiamata a rispondere della propria capacità di proteggere i clienti da minacce che si presentano con le sembianze dell’assistenza e la manipolazione telefonica è diventata una delle armi più insidiose delle frodi finanziarie.
Secondo i dati attribuiti alla Banca d’Italia, nel 2025 i bonifici fraudolenti avrebbero superato gli 88 milioni di euro, una cifra impressionante, dietro la quale non ci sono soltanto numeri, ma risparmi accumulati in una vita, progetti familiari e, talvolta, denaro destinato ad affrontare emergenze drammatiche.
Il problema è che, quando è la stessa vittima a impartire l’ordine di trasferimento, recuperare le somme diventa molto più complicato.
La responsabilità dell’operazione rischia di ricadere proprio su chi è stato ingannato, trasformando il risparmiatore da parte lesa in protagonista involontario della propria rovina.
Un direttore di banca mi ha raccontato anche un episodio sorprendente, che merita di essere ricordato.
Un suo cliente, dopo essere stato truffato, aveva raccontato alla stampa che il denaro sottratto gli sarebbe servito per pagare l’operazione chirurgica della moglie.
Una storia drammatica, resa ancora più dolorosa dalla consapevolezza di essere stato derubato proprio nel momento del bisogno.
Qualche giorno dopo, però, accadde qualcosa di inatteso: il cliente ricevette anonimamente la somma che gli era stata sottratta, un gesto misterioso, attribuito a un possibile pentimento del responsabile della frode, che ha alimentato l’immagine di un improbabile ladro gentiluomo.
Un episodio singolare, quasi cinematografico, nel quale, per una volta, il denaro è tornato nelle mani di chi ne aveva bisogno, ma sarebbe un errore confondere un caso isolato con una possibilità concreta di recupero e la realtà, nella stragrande maggioranza delle frodi, è ben diversa.
Dal 2025, le banche sono tenute a effettuare verifiche sui bonifici, ordinari e istantanei, attraverso controlli che confrontano il nome del beneficiario con l’IBAN indicato e l’obiettivo è segnalare eventuali incongruenze, mettere in guardia il cliente e consentirgli di valutare se procedere o annullare l’operazione.
Una misura cautelativa importante, ma che non sempre riesce a impedire la truffa, perché il problema, in questi casi, non riguarda soltanto la correttezza dei dati bancari: riguarda soprattutto la capacità del truffatore di convincere una persona ad agire contro il proprio interesse.
Se il nome del beneficiario e l’IBAN non presentano anomalie evidenti, oppure se il cliente, sotto pressione, ignora gli avvertimenti, il controllo può non bastare.
Secondo i dati attribuiti a Bankitalia, circa il 90 per cento del valore delle perdite derivanti dalle frodi sui bonifici rimarrebbe a carico dei clienti.
Una circostanza che pone una domanda inevitabile: è davvero ragionevole che chi viene raggirato debba sopportare quasi interamente le conseguenze economiche di un sistema di frode sempre più sofisticato?
A rendere tutto ancora più inquietante è la possibilità che i truffatori manipolino il numero visualizzato sul telefono, facendo apparire la chiamata come se provenisse realmente dalla banca, è una tecnica che può annullare, in pochi secondi, la diffidenza di chi riceve la telefonata.
Personalmente, trovo difficile accettare che un simile meccanismo possa risultare così efficace, mi chiedo se soluzioni tecnologiche più rigorose, come canali telefonici autenticati o sistemi di contatto verificabili e dedicati ai clienti, possano contribuire a ridurre il rischio.
Un numero apparentemente riconducibile alla banca, infatti, non dovrebbe essere considerato una prova sufficiente dell'identità di chi chiama.
Il rimborso, naturalmente, dipende dalle circostanze concrete e dalle modalità con cui la frode è stata realizzata, ma proprio il fatto che il cliente abbia disposto e autorizzato personalmente il trasferimento rende spesso difficile ottenere la restituzione del denaro.
È su questo terreno che si sta muovendo anche l’Europa, le nuove forme di manipolazione hanno spinto le istituzioni a riconsiderare le regole che disciplinano i servizi di pagamento e, secondo le informazioni disponibili, il Parlamento europeo ha raggiunto un accordo politico provvisorio sulla riforma del settore.
Non ho ancora compreso fino in fondo quali strumenti concreti produrrà questa revisione, resta, però, una convinzione: contrastare simili frodi sarà una sfida tutt’altro che semplice, soprattutto quando la tecnologia viene utilizzata per rendere credibile una menzogna, perché i truffatori non si limitano più a inventare emergenze, si preparano, studiano le procedure bancarie, sfruttano le paure dei risparmiatori e affinano le tecniche di persuasione.
In alcuni casi, arrivano persino a imitare le voci di dirigenti o dipendenti dell’istituto, utilizzando informazioni personali e strumenti tecnologici capaci di rendere la finzione ancora più convincente.
Ed è qui che la frode raggiunge il suo livello più inquietante.
Quando una persona sente al telefono una voce che riconosce, magari quella di un dirigente con cui ha già parlato, la diffidenza può svanire, la fiducia costruita nel tempo diventa la porta attraverso cui entra l'inganno.
Il cliente non pensa più di trovarsi davanti a uno sconosciuto: crede di parlare con qualcuno che conosce, qualcuno che può davvero aiutarlo, a quel punto, il tranello rischia di essere compiuto prima ancora che la vittima abbia avuto il tempo di rendersi conto di ciò che sta accadendo.
Ecco perché non basta invitare i cittadini a essere prudenti, né affidarsi esclusivamente ai controlli bancari.
Servono strumenti tecnologici più efficaci, procedure di verifica realmente affidabili e regole capaci di tenere conto del fatto che una frode può essere costruita proprio per ottenere un'autorizzazione apparentemente volontaria.
Altrimenti continueremo ad assistere a una scena paradossale: il cliente, convinto di salvare i propri risparmi, consegna personalmente il denaro al ladro; la banca scopre troppo tardi che qualcosa è andato storto; e il truffatore scompare nel nulla.
Senza pistole, senza minacce e senza neppure bisogno di entrare in una filiale.
Soltanto una telefonata, una voce rassicurante e la capacità di trasformare la paura in un ordine di pagamento.
Alla luce di tanta scaltrezza, smascherare questi criminali sarà sempre più difficile, e viene da chiedersi fino a che punto possa spingersi la fantasia truffaldina quando l'intelligenza, invece di proteggere le persone, viene messa al servizio di chi le deruba.
Perché il vero capolavoro del truffatore non è riuscire a sottrarre il denaro è riuscire a convincere la vittima che, in quel momento, lo sta facendo per salvarsi…

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