L’ingiustizia ha vinto
Una battaglia politica senza una concreta campagna pubblicità a favore del Si non si poteva che perdere
30/03/2026
di Marco Sutter

Non aver raccontato fino in fondo, con forza e chiarezza, la crisi della Giustizia in Italia, attraverso una campagna pubblicitaria che mettesse in evidenza le persone arrestate ingiustamente, mostrando al Paese quante vite vengono distrutte annualmente, è stato l’errore più grande.
Correre ai ripari dopo la sconfitta è un errore che non ci si può permettere di ripetere.
Nel frattempo, l’ANM ha mosso le sue pedine con precisione.
Ha acceso una guerra comunicativa potente, costruita attorno alla difesa della Costituzione e al rifiuto della separazione delle carriere.
Una strategia capace di travolgere l’opinione pubblica, trascinando i cittadini dentro una nebbia fitta di confusione.
Ma c’è un elemento che il Governo ha sottovalutato.
Un fattore che affonda le sue radici negli anni di Mani Pulite.
Da allora, quello che molti definiscono il “partito dei giudici” ha varcato la soglia della politica, entrando nel gioco del potere — e imparando a esercitarlo senza voler essere disturbato.
Oggi, con questo risultato, la magistratura esce rafforzata.
Più forte, più autonoma, più centrale che mai.
Un potere che rischia di diventare assoluto.
Se non ci sarà un intervento capace di ristabilire un equilibrio — una figura istituzionale in grado di rimettere ordine — il rischio è che, in futuro, il voto perda significato.
Che le urne diventino un gesto vuoto.
E quando un potere cresce senza contrappesi, cresce anche la sua arroganza.
Chi lo mette in discussione rischia di pagarne il prezzo più alto.
In un sistema percepito come una “dittatura senza elezione”, dove il potere sembra allontanarsi dal popolo, la storia insegna cosa può accadere: la tensione aumenta, la fiducia crolla, e nascono movimenti pronti a riportare quel potere indietro — anche con la forza.
Se, di fronte a questo scenario, l’Europa dovesse restare immobile, allora la responsabilità ricadrebbe sul Governo.
E potrebbe arrivare il momento di dire agli italiani che la strada è un’altra: uscire dall’Unione e tornare alle urne, il prima possibile.
Eppure, un punto resta fermo.
La riforma non toccava l’indipendenza della magistratura.
Il suo obiettivo era diverso: limitarne l’onnipotenza.
Si è scelto di confidare nel buon senso degli elettori.
Ma senza una campagna capace di mostrare la realtà, quella fiducia è rimasta senza voce.
Perché la realtà è questa: un Paese in cui una causa civile può durare almeno quindici anni e una penale può estendersi dai trenta ai cinquanta.
Tempi che non sono solo lunghi, sono scandalosi, inaccettabili, e forse, proprio da qui, doveva iniziare tutto.
(riproduzione riservata)

