L'Editoriale

L’Italia delle elezioni

Tassare gli extra profitti delle Banche è un errore comunicativo, non lo è chiedere un prestito agevolato in favore dei giovani che desiderano aprire una loro attività


19/10/2026

di Mario Pinzi


Desidero ricordare che il presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, rispondendo a chi ipotizzava un ulteriore contributo da parte delle banche, ha richiamato l’accordo triennale raggiunto con il governo.
Un’intesa che, a suo giudizio, deve essere rispettata, perché venir meno agli impegni assunti diventerebbe un comportamento poco dignitoso.
Esiste, tuttavia, una strada diversa, capace di trasformare il rapporto tra, istituti di credito, giovani e sistema produttivo, in un’opportunità concreta per il Paese.
Chiedere alle banche di mettere a disposizione prestiti agevolati per i giovani che desiderano avviare una propria attività sarebbe una proposta utile per entrambe le parti e, soprattutto, molto apprezzata dalla collettività.
Cari lettori, l’Italia ha bisogno di giovani volenterosi, pronti a investire le proprie energie, le proprie capacità e le proprie idee nella costruzione del futuro nazionale.
Serve chi non si accontenta di avere un posto di lavoro, ma vuole creare un’impresa, assumere personale e contribuire alla ricchezza collettiva.
È da questo desiderio che può nascere una crescita economica più solida, capace di spingere il PIL ben oltre quel modesto +1% che il governo si attende per quest’anno.
La campagna elettorale che abbiamo davanti non sarà facile, le difficoltà sono numerose e le preoccupazioni dei cittadini sono profonde.
Eppure, sono convinto che una proposta concreta per favorire l’imprenditoria giovanile potrebbe raccogliere un consenso significativo, perché affronta uno dei problemi più sentiti dagli elettori: “la possibilità di costruirsi un futuro senza essere costretti a rinunciare ai propri progetti per mancanza di risorse”.
Favorire la nascita di nuove imprese, sostenere attività innovative e accompagnare i giovani verso un’economia proiettata nel futuro significa fare qualcosa di tangibile, comprensibile a tutti.
Non servono promesse astratte, ma strumenti che consentano alle persone di passare dalle intenzioni ai fatti.
A questa strategia andrebbe affiancata la rinascita del nucleare, attraverso i mini-reattori, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza energetica nazionale e garantire al sistema produttivo l’energia necessaria per crescere.
L’energia è una delle condizioni fondamentali della competitività del nostro Made in Italy.
Non possiamo pensare di difendere le nostre imprese, conquistare nuovi mercati e far creare l’occupazione se il costo dell’energia continua a rappresentare un ostacolo per chi produce.
E’ un problema che riguarda tutti: “gli imprenditori, i lavoratori, le famiglie e, naturalmente, gli elettori”.
Trascurarlo significherebbe compromettere una parte importante del futuro industriale italiano.
C’è poi un altro tassello strategico che non dovrebbe essere sottovalutato: “rafforzare ulteriormente le nostre banche, affinché possano svolgere un ruolo ancora più incisivo nel sostenere l’economia nazionale e nell’accogliere una quota maggiore del debito italiano attualmente collocato all’estero.
Anche questa sarebbe una scelta intelligente, perché contribuirebbe a consolidare il sistema finanziario nazionale e a mantenere una parte più consistente delle risorse e delle opportunità all’interno del nostro Paese.
Giovani, imprese, energia e solidità bancaria: “sono questi alcuni dei pilastri sui quali costruire una strategia di crescita credibile”.
Se queste misure venissero tradotte in un programma coerente e realizzabile, potrebbero diventare altrettante risposte alle preoccupazioni dei cittadini e offrire al governo una concreta possibilità di presentarsi agli elettori con una prospettiva di sviluppo ambiziosa.
La politica, tuttavia, deve saper distinguere tra le proposte che costruiscono ricchezza e quelle che rischiano di disperderla.
Da questo punto di vista, la sinistra continua, secondo la mia valutazione, a riproporre il tema della patrimoniale come risposta alle difficoltà economiche.
Una ricetta che rischia di colpire anche i proprietari di immobili, una componente ampia della società italiana.
In sostanza, mi sembra che manchi una visione capace di indicare nuove strade per creare ricchezza, occupazione e investimenti.
Al contrario, l’idea di aumentare il prelievo sui patrimoni rischia di alimentare la paura e di spingere all’estero capitali costruiti attraverso anni di lavoro, sacrifici e risparmi.
La ricchezza non si difende tassandola: “si difende creando le condizioni perché possa nascere, crescere e restare in Italia”.
In un Paese manifatturiero come il nostro, anche la vicenda dell’ILVA di Taranto rappresenta un passaggio cruciale.
Non affrontare correttamente il futuro dello stabilimento significa commettere un errore madornale.
L’Italia non può permettersi di rinunciare alla propria capacità industriale senza aver prima individuato una soluzione sostenibile, in grado di salvaguardare la produzione, il lavoro e le prospettive del territorio.
Vedere contrapposte le soluzioni industriali necessarie a mantenere attivi gli altoforni e le richieste di ricorso alla cassa integrazione, in un contesto nel quale si intrecciano anche interessi elettorali, suscita una forte preoccupazione.
A mio giudizio, opporsi a una prospettiva industriale senza offrire un’alternativa credibile è un comportamento grave, soprattutto quando in gioco ci sono migliaia di posti di lavoro e un settore strategico per l’economia nazionale.
Non si può parlare di rilancio dell’Italia e, nello stesso tempo, assistere passivamente all’indebolimento della sua struttura produttiva.
Un altro capitolo riguarda accise, bollo auto e sconti sulle bollette.
Si tratta di interventi che possono produrre effetti positivi per famiglie e imprese, ma che avrebbero dovuto essere affrontati con maggiore tempestività, ben prima dell’inizio della campagna elettorale.
Annunciarli soltanto adesso rischia di ridurne l’efficacia politica, alimentando il sospetto che si tratti di misure pensate per conquistare consenso nell’immediato e quando un provvedimento utile viene percepito come una mossa elettorale, il suo valore rischia di essere oscurato dalle polemiche.
Il caro benzina, del resto, non è nato ieri, la crisi energetica legata al conflitto tra Russia e Ucraina ha riportato il problema al centro dell'attenzione e, da allora, il peso dei carburanti sui bilanci delle famiglie e delle imprese è rimasto una questione particolarmente delicata.
Al di là dei tecnicismi, il punto è semplice: “il costo dei carburanti avrebbe richiesto interventi tempestivi e una strategia di lungo periodo, non soltanto misure annunciate a ridosso delle elezioni”.
Desidero ricordare che le accise rappresentano una componente rilevante del prezzo della benzina e il loro peso complessivo, insieme all’IVA, incide sensibilmente sul costo finale sostenuto dagli automobilisti.
Parlare di una tassazione vicina al 60%, richiede una precisazione: “la percentuale richiesta è esageratamente alta e viene percepita come un furto”.
Resta il problema politico ed economico: un carico fiscale elevato sui carburanti si ripercuote sui trasporti, sulla logistica, sui costi di produzione e, in ultima analisi, sui prezzi pagati dai consumatori.
È una questione che avrebbe meritato attenzione molto prima e intervenire soltanto ora rischia di trasmettere un messaggio sbagliato, facendo apparire una misura di sollievo economico come uno strumento per raccogliere voti.
Nel frattempo, il quadro internazionale si è fatto sempre più difficile, il conflitto in Ucraina prosegue da anni, mentre la crisi in Medio Oriente alimenta nuove tensioni e rischia di sfuggire al controllo, con conseguenze potenzialmente pesanti per gli equilibri geopolitici e per l’economia mondiale.
Proprio in un contesto così delicato che la campagna elettorale assume un’importanza particolare, non basta inseguire le emergenze del momento: “occorrono saggezza, determinazione e una visione capace di guardare oltre la prossima scadenza politica”.
Le difficoltà accumulate dall’Italia sono numerose e non potranno essere risolte in poche settimane. Servirà un lavoro costante, da portare avanti nel corso dei prossimi cinque anni, con obiettivi chiari e decisioni capaci di incidere realmente sulla vita dei cittadini.
Per farlo, però, occorre prima ottenere il consenso necessario a governare e trasformare le promesse in risultati.
La sfida è ambiziosa: “rimettere in moto la produzione, restituire fiducia ai giovani, sostenere chi vuole fare impresa, rafforzare la sicurezza energetica, consolidare il sistema bancario e difendere il patrimonio industriale del Paese”.
Non esistono scorciatoie, esiste, però, la possibilità di scegliere una direzione diversa, nella quale il lavoro torni a essere il motore della crescita e il risparmio venga considerato una risorsa da valorizzare, non soltanto una fonte di prelievo fiscale.
L’Italia deve tornare a produrre, investire e crescere.
Perché un Paese che non offre ai giovani la possibilità di costruire il proprio futuro, che lascia indebolire le proprie fabbriche e che non riesce a garantire energia competitiva alle proprie imprese rischia di perdere, un pezzo alla volta, le fondamenta del proprio benessere.
La prossima legislatura sarà decisiva, non basterà amministrare le difficoltà: “bisognerà affrontarle alla radice, restituendo al sistema produttivo la forza necessaria per competere e ai cittadini la fiducia in un futuro migliore”.
È questa la sfida che attende la politica italiana: “trasformare le difficoltà in opportunità e riportare il Paese su un percorso di crescita, dopo le profonde trasformazioni e le conseguenze della globalizzazione”.

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