Facciamo un passo indietro
Torniamo al carbone e interamente riattiviamo la nostra vecchia moneta
23/03/2026
di Alberto Demedici

Lo Stretto di Hormuz è quasi paralizzato.
Uno dei punti energetici più delicati del pianeta si muove lentamente, come se il respiro del commercio mondiale fosse diventato incerto. E quando l’energia rallenta, la prima a tremare è l’industria.
Le fabbriche non possono fermarsi.
Le catene di montaggio non conoscono pause geopolitiche: hanno bisogno di energia, ogni giorno, ogni ora.
Ma con il conflitto in Iran, e senza sapere quando potrà finire, il mondo produttivo si trova davanti a una scelta che sembra un passo indietro nella storia: per continuare a funzionare potrebbe essere costretto a tornare al carbone.
Il nucleare rappresenta una possibile via d’uscita.
Tuttavia l’Italia, almeno per ora, parte svantaggiata rispetto a Paesi come Francia e Germania, che possiedono già una struttura nucleare consolidata.
In attesa che nuovi reattori diventino realtà, potremmo trovarci costretti a riattivare le centrali a carbone.
E non solo.
Per gestire i consumi interni in una fase di tensione economica ed energetica, potrebbe riemergere anche un simbolo del nostro passato: la Lira.
Nel frattempo il mondo si prepara.
Paesi come India e Filippine stanno già valutando concretamente il ritorno al carbone per garantire la continuità energetica.
Guardiamo allora alla situazione italiana.
Nel 2025, l’Italia ha prodotto quasi 270 miliardi di kWh di energia elettrica.
Per soddisfare la domanda interna abbiamo dovuto importarne oltre 40 miliardi, soprattutto dalla Francia, arrivando a un consumo complessivo di circa 310 miliardi di kWh.
Oggi circa metà dell’energia che utilizziamo deriva dal gas, e soltanto il 5% proviene dal Golfo.
Eppure l’incertezza sul conflitto rende difficile prevedere quanto a lungo questo equilibrio potrà reggere.
Se la crisi dovesse prolungarsi, il Paese potrebbe essere costretto a prendere decisioni drastiche.
Per sostenere l’economia interna, si potrebbe ipotizzare il ritorno della Lira per i consumi nazionali, mantenendo invece l’euro per l’export.
La realtà energetica italiana è complessa.
Consumiamo grandi quantità di combustibili fossili: quasi 7 miliardi di kWh derivano dal petrolio e circa 4 miliardi dal carbone.
Se il conflitto dovesse protrarsi, una parte significativa del consumo legato al petrolio potrebbe essere convertita in carbone.
In quel momento, inevitabilmente, l’ecologia passerebbe in secondo piano rispetto alla necessità di far funzionare il sistema produttivo.
Perché la posta in gioco è enorme.
Se l’energia dovesse mancare, le fabbriche si fermerebbero.
E se le fabbriche si fermano, arrivano i licenziamenti, con il rischio di una crisi sociale ed economica senza precedenti.
Nel frattempo molti Paesi stanno cercando soluzioni.
L’Europa, però, negli anni non ha costruito un vero sistema di protezione energetica per i 27 Paesi dell’Unione, né per quanto riguarda l’energia né per le materie prime strategiche.
Per questo qualcuno propone una soluzione pragmatica: riportare la Lira per i consumi interni e mantenere l’euro per l’export, separando le due dimensioni economiche.
Nel frattempo, però, una cosa è chiara.
L’Italia dovrà accelerare con decisione lo sviluppo del nucleare, costruendo nuovi reattori per diventare nel più breve tempo possibile autonoma dal punto di vista energetico.
Parallelamente, con il Piano Mattei, l’obiettivo è quello di assicurarsi nuove fonti di materie prime, riducendo la dipendenza da aree politicamente instabili.
Il futuro energetico del mondo continuerà a passare dall’energia atomica, ma le fonti del passato — come il carbone — dimostrano ancora una volta di avere un ruolo.
Non come simbolo di progresso, ma come rifugio nei momenti di crisi, perché quando l’energia vacilla, la storia ci ricorda una cosa semplice: le nazioni non scelgono sempre la soluzione perfetta, capace di far lavorare le fabbriche senza problemi…
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