Dopo Hormuz: le rotte alternative per garantire energia a Europa e mondo
Tra oleodotti alternativi, LNG e nuove strategie di diversificazione, governi e mercati cercano di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz per garantire stabilità energetica in uno scenario sempre più instabile
13/04/2026
di Francesco Descalzi

Il fragile equilibrio energetico globale passa da uno dei punti più delicati del pianeta: lo Stretto di Hormuz. Ogni giorno, circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto transitano in questo stretto passaggio tra Golfo Persico e Oceano Indiano. Una sua eventuale chiusura – per tensioni geopolitiche o conflitti – rappresenterebbe uno shock immediato per mercati, prezzi e sicurezza energetica globale.
Per questo motivo, governi e compagnie energetiche stanno da anni lavorando a rotte alternative, nel tentativo di ridurre la dipendenza da Hormuz e costruire un sistema più resiliente. Tra le opzioni principali emergono infrastrutture terrestri, nuovi corridoi logistici e un crescente ricorso al gas naturale liquefatto.
Una delle soluzioni più concrete è rappresentata dagli oleodotti che bypassano direttamente lo stretto. L’Arabia Saudita, ad esempio, dispone della East-West Pipeline, che collega i giacimenti del Golfo alla costa del Mar Rosso, permettendo di esportare petrolio senza passare per Hormuz. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno sviluppato una via alternativa con l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline, che trasporta il greggio fino al porto di Fujairah, affacciato direttamente sull’Oceano Indiano.
Parallelamente, il gas naturale liquefatto (LNG) rappresenta una leva strategica sempre più centrale. Paesi come il Qatar, tra i principali esportatori mondiali, possono spedire gas via nave verso Europa e Asia, rendendo più flessibile la distribuzione rispetto alle pipeline tradizionali. Il ruolo di hub come Ras Laffan Industrial City diventa quindi cruciale per mantenere flussi costanti anche in scenari di crisi.
Non mancano però i limiti. Le capacità degli oleodotti alternativi non sono sufficienti a sostituire completamente i volumi che transitano da Hormuz, e le rotte marittime restano esposte a rischi geopolitici in altre aree sensibili, come il Mar Rosso o il Canale di Suez. Inoltre, la riconversione delle infrastrutture richiede investimenti miliardari e tempi lunghi, incompatibili con eventuali crisi improvvise.
Per l’Europa, la questione si intreccia con la strategia di diversificazione già avviata negli ultimi anni. L’aumento delle importazioni di LNG dagli Stati Uniti, lo sviluppo di terminali di rigassificazione e il rafforzamento dei collegamenti con Nord Africa e Mediterraneo orientale rappresentano tasselli fondamentali di una nuova architettura energetica. In questo contesto, ridurre la dipendenza da singoli chokepoint come Hormuz diventa una priorità strategica.
In prospettiva, la vera alternativa non sarà una singola rotta, ma un sistema multipolare di approvvigionamento: più pipeline, più fornitori, più flessibilità logistica. Accanto a questo, la transizione energetica – con rinnovabili e idrogeno – potrebbe ridurre nel tempo il peso geopolitico del petrolio e del gas, attenuando il rischio legato a punti critici come Hormuz.
Fino ad allora, però, lo stretto resterà uno snodo fondamentale e vulnerabile, e la sicurezza energetica globale continuerà a dipendere dalla capacità dei Paesi di anticipare le crisi, investire in alternative credibili e costruire una rete energetica più solida e diversificata.
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