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Difendiamo la nostra storia millenaria

La società italiana è a rischio perché non rispetta la dignità umana che consiste nel donare all’ospite un lavoro e un tetto sulla testa


02/11/2026

di Stefano Desti


Se le periferie delle grandi città sono diventate, in molti casi, luoghi difficili da vivere, è anche perché è venuto meno un principio fondamentale: il rispetto della dignità umana.
Accogliere senza garantire condizioni di vita dignitose, lavoro, sicurezza e integrazione significa abbandonare le persone al proprio destino e chi ha sostenuto ingressi senza preoccuparsi di queste responsabilità ha il dovere di rispondere delle proprie scelte.
Una civiltà non si difende con le parole, ma attraverso i principi che la tengono in piedi.
Se non torniamo a proteggere la nostra storia, i nostri valori e quella tradizione millenaria che ha contribuito a costruire l'identità italiana ed europea, rischiamo di smarrire noi stessi e quando le conseguenze di questa deriva diventeranno impossibili da ignorare, non potremo fingere di non aver visto.
La responsabilità sarà anche nostra, per ciò che avremo tollerato e per ciò che non avremo avuto il coraggio di difendere.
Quando vedo intere famiglie lamentarsi perché nei loro quartieri si verificano occupazioni abusive delle abitazioni degli anziani, episodi di spaccio e furti, mi pongo una domanda inevitabile: per chi hanno votato queste persone?
Me lo chiedo perché non basta indignarsi quando il problema arriva davanti alla propria porta, occorre comprendere che la sicurezza, il rispetto delle regole e la tutela della dignità umana non sono privilegi riservati a qualcuno, ma condizioni essenziali per la convivenza civile.
E se ancora non abbiamo capito che una civiltà deve saper proteggere i propri cittadini senza rinunciare ai propri principi, allora preferisco tacere, per non lasciarmi trascinare dalla rabbia.
Ma una cosa deve essere chiara: lamentarsi non basta; non possiamo limitarci a osservare il deterioramento delle nostre città, aspettando che qualcuno intervenga.
Un Paese si salva quando i suoi cittadini ritrovano la volontà di reagire, pretendendo risposte concrete da chi governa e responsabilità da chiunque violi la legge.
Desidero ricordare un principio essenziale: una civiltà fiorisce soltanto quando sa custodire i propri valori e rafforzare i legami che uniscono le persone.
Sono i legami a creare unione, ed è dall'unione che nasce la fiducia, e senza fiducia, una comunità si frammenta; senza solidarietà, gli individui si ritrovano soli; senza regole condivise, la libertà rischia di trasformarsi in sopraffazione.
La ricerca scientifica, attraverso numerosi studi statistici, ha evidenziato come la fiducia sociale e la qualità delle relazioni possano contribuire alla produttività economica e al benessere collettivo.
Quando le persone vivono in condizioni dignitose, si sentono protette e possono costruire relazioni positive, anche la società diventa più forte.
Se questi principi sono veri, una conseguenza appare evidente: non si possono accogliere persone e poi abbandonarle alla marginalità, lasciandole esposte allo sfruttamento e al reclutamento della criminalità.
L'accoglienza, per essere davvero umana, deve accompagnarsi alla responsabilità, all'integrazione e al rispetto della legge.
Dalla scoperta dell'America alla Rivoluzione francese, il potere del mercato ha progressivamente trasformato gli equilibri politici e sociali.
Da questa lunga evoluzione è nato anche il modello dei consumi che ha contribuito ad accrescere la ricchezza materiale delle società occidentali.
Ma la ricchezza, da sola, non basta, una società può produrre beni, accumulare capitali e moltiplicare le opportunità economiche, eppure impoverirsi sul piano umano.
Per questo non dobbiamo dimenticare quelle leggi della natura che, nella nostra visione cristiana, riconosciamo anche come doni del buon Dio: l'unione familiare, l'aiuto ai più deboli e il rispetto della dignità di ogni essere umano.
Sono questi i fondamenti sui quali si costruisce una comunità capace di guardare al futuro senza perdere la propria anima.
Il miglioramento delle relazioni, la crescita degli affetti e il rafforzamento dei legami sociali definiscono una cultura nella quale l'accoglienza non può essere uno slogan, ma deve rispondere ai bisogni reali delle persone.
Sono condizioni che favoriscono il progresso e che nessuna politica responsabile può permettersi di ignorare.
Come afferma il nostro direttore, chi ignora il male e umilia la ricchezza umana deve essere fermato.
Bloccato attraverso la legge, la responsabilità e la tutela di chi subisce le conseguenze dell'ingiustizia.
Perché nessuno può sentirsi completamente al riparo.
Prima o poi, ciascuno di noi potrebbe trovarsi nelle mani dell'ingiustizia, precipitare in un angolo buio dell'esistenza e scoprire quanto sia difficile rialzarsi quando vengono meno la solidarietà e la protezione della comunità.
È proprio questo che dobbiamo evitare: una società nella quale i più fragili vengano lasciati soli e la dignità umana diventi una parola vuota.
Non si possono accogliere persone senza preoccuparsi delle condizioni nelle quali saranno costrette a vivere.
Per questo il Governo Meloni dovrebbe portare con determinazione il tema al centro del confronto europeo, chiedendo politiche capaci di coniugare umanità, sicurezza, integrazione e rispetto delle regole.
L'Italia non può accettare che l'accoglienza si trasformi in abbandono, né che il fallimento delle politiche pubbliche venga pagato dai cittadini più vulnerabili e da chi cerca una vita migliore.
Alle istituzioni e all'opinione pubblica occorre trasmettere un messaggio semplice, diretto, radicale nella sua determinazione: “aiutiamo gli italiani a rialzarsi, proteggiamo chi è in difficoltà e impediamo a chi calpesta la legge e la dignità altrui di agire nell'impunità”.
Chi commette reati deve risponderne davanti alla giustizia, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge.
C'è poi una verità che merita di essere pronunciata con la massima chiarezza: il rispetto di una civiltà si misura anche dal modo in cui tratta le donne, da cui nasce la vita e il cui sguardo accompagna spesso, silenziosamente, l'intero cammino di una famiglia.
A voi, donne, dobbiamo riconoscere il valore immenso che meritate, non come semplice dichiarazione d'affetto, ma come impegno concreto a difendere la vostra libertà, la vostra dignità e il vostro diritto a vivere senza paura.
È anche attraverso di voi che il mondo può costruire il proprio futuro; noi uomini contribuiamo al concepimento, ma siete voi a portare la vita nel vostro corpo e ad affrontare un'esperienza che merita rispetto, protezione e riconoscenza.
L'unione familiare, nella visione che ci è stata tramandata dalla nostra fede, è un valore da custodire, non da sacrificare sull'altare dell'indifferenza.
Ogni strumento legittimo capace di abbattere gli ostacoli che ci separano dalla verità e dalla giustizia deve essere utilizzato con determinazione.
Non possiamo permettere che la paura paralizzi le nostre scelte, né guardare al futuro come se fosse necessariamente un luogo oscuro, inquieto e ostile.
Dobbiamo invece restituire alla vita la possibilità di sorprenderci ancora, di regalarci momenti di gioia e di accompagnarci lungo un cammino nel quale la fiducia prevalga sulla rassegnazione.
Affrontiamo, dunque, ciò che ci attende senza timori, con la consapevolezza che il futuro non è scritto una volta per tutte e che ogni generazione ha il dovere di lasciare a quella successiva un Paese migliore.
L'Europa di oggi, tuttavia, rischia di smarrire la propria direzione quando i suoi governi e i suoi cittadini rinunciano a discutere, a dissentire e a difendere con convinzione i principi nei quali credono.
Una comunità politica non può vivere di silenzi e di obbedienza passiva: “ha bisogno di responsabilità, coraggio e partecipazione”.
Perché una civiltà non scompare soltanto quando viene attaccata dall'esterno, può cominciare a scomparire anche quando chi la abita smette di credere nel proprio valore, abbassa la testa e rinuncia a difenderla.
Ed è questo il pericolo più grande: “che, nel silenzio e nell'indifferenza, l'Italia finisca per smarrire una parte di sé”.

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