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La truffa del secolo si chiama Europa

La globalizzazione ci ha fatto Colonizzare dalla Cina e ora dobbiamo liberarci dalla schiavitù


01/06/2026

di Alberto Alessandri


Il presidente degli industriali Emanuele Orsini afferma, senza indugi, che la globalizzazione ci ha fatto colonizzare dalla Cina e la Meloni sollecita l’Europa a fare meno cose, ma in modo migliore.
Due accuse contro chi ci stà rovinando.
Orsini è molto diretto: “Bruxelles è colpevole di aver spalancato le porte alla Cina e di essersi incamminato verso una transazione ecologica insostenibile per le imprese”.
In sostanza, se il sistema industriale europeo non reagirà in fretta mandando alle ortiche la burocrazia comunitaria, guidata dai servitori della globalizzazione, la dittatura Cinese-Russa colonizzerà i nostri mercati annullando la qualità produttiva.
I nostri problemi derivano dalla globalizzazione e dal braccio operativo di Bruxelles condizionato dalla Cina.
In sostanza, è giunto il momento della resurrezione e non possiamo perdere tempo.
L’idea di una Europa guidata dall’asse Franco-Tedesco che non ha compreso quanto era importante la strategia Mattei per garantirsi le materie prime per le produzioni, va bloccata immediatamente.
La Meloni, parlando con gli imprenditori, ha comunicato il suo desiderio di creare con loro, un tavolo di discussione per risolvere gli errori del passato che hanno impedito al Made in Italy di correre spedito vero il successo.
Il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, parla senza esitazioni e le sue parole cadono come pietre: “La globalizzazione, sostiene, ha spalancato le porte a una colonizzazione economica della Cina e a fronte di questa realtà occorre agire”.
Anche Giorgia Meloni lancia lo stesso allarme con un messaggio netto rivolto all’Europa: fare meno cose, ma farle meglio.
Due accuse dirette contro un sistema che, secondo questa visione, starebbe trascinando l’Europa verso il declino.
Orsini non usa mezze misure: “Bruxelles, ha aperto troppo facilmente le porte alla Cina e ha imposto una transizione ecologica insostenibile per il mondo produttivo”.
Ma c’è un altro nodo, ancora più silenzioso e profondo che rischia di cambiare ogni equilibrio: “L’intelligenza artificiale.
Se non verrà regolamentata, il pericolo che corriamo è quello di ridurre il potere d’acquisto, trascinando vero il basso anche le imprese.
Il quadro che emerge è quello di un continente fermo, impantanato nella burocrazia comunitaria e guidato, secondo i critici, da una visione globale che avrebbe indebolito la competitività europea.
Se il sistema industriale non reagirà rapidamente, il rischio evocato è quello di mercati sempre più dominati dagli interessi cinesi e russi, con la qualità produttiva europea lentamente soffocata.
Perfino simboli storici dell’eccellenza italiana vengono citati come emblema di questa crisi.
La Ferrari, icona assoluta della Formula Uno e del Made in Italy, viene descritta come umiliata da politiche considerate lontane dalla realtà industriale.
A quasi ottant’anni dal primo storico trionfo del Cavallino Rampante sul circuito delle Terme di Caracalla, qualcuno vede oggi il rischio di un lento declino di ciò che rappresentava orgoglio, velocità e supremazia tecnologica italiana.
In questo scenario, il 2027 appare già come un bivio politico decisivo.
Se Meloni dovesse vincere le prossime elezioni, secondo questa visione avrebbe il compito di avviare una nuova stagione industriale, capace persino di dare vita a un nuovo marchio d’élite della Formula Uno, simbolo di rinascita e riconoscenza verso il consenso ricevuto.
Dietro queste parole si intravede una critica feroce a Bruxelles: l’accusa di non aver compreso davvero il significato della competitività e, per continuare a governare, Meloni, sempre secondo questa prospettiva, dovrà reagire rapidamente, liberandosi delle direttive europee considerate un freno allo sviluppo.
Le responsabilità vengono fatte risalire alla globalizzazione e a un’Europa percepita come troppo influenzata dalla Cina.
Da qui nasce il richiamo a una “resurrezione” economica e industriale, urgente e non più rinviabile.
Nel mirino finisce anche l’asse franco-tedesco, accusato di non aver compreso l’importanza della strategia Mattei: “garantirsi materie prime e controllo delle filiere produttive, invece di lasciare ad altri il dominio sulle risorse strategiche”.
Una miopia politica, difficile perfino da commentare.
Davanti agli imprenditori, Meloni ha parlato della volontà di aprire un tavolo permanente di confronto per correggere gli errori del passato, quelli che avrebbero rallentato la corsa del Made in Italy verso il successo.
Ha promesso una drastica riduzione della burocrazia su tutto il territorio nazionale, con l’obiettivo di spezzare quei vincoli che, secondo molte imprese, frenano investimenti, innovazione e crescita.
Sul fondo restano le tensioni internazionali, le crisi economiche e l’ombra delle elezioni del 2027.
Per questo le riforme annunciate vengono descritte come urgenti: senza un cambiamento rapido, il timore evocato è quello di un’Italia svuotata del proprio tessuto produttivo, trasformata lentamente in una vetrina per turisti, bella da osservare ma incapace di creare ricchezza e futuro.
Le recenti elezioni amministrative, hanno presentato un Paese che spera ancora in una rinascita, e ora l’attesa è tutta concentrata sulle promesse future.
Per i conflitti in atto e le elezioni del 2027, c’è d’augurarsi che le riforme promesse arrivino in fretta, perché se non sarà così, le imprese spariranno e la nostra grande Italia si trasformerà in un parco giochi per i turisti…

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