Di Giallo in Giallo

“Volevano salvare la memoria. L’hanno cancellata. Ma forse c’è ancora una speranza…”

Torna in pista la brillante penna di Glenn Cooper, il giallista americano più amato dagli italiani. Storie vincenti anche quelle firmate da Andrea Vitali e Arosio-Maimone


12/10/2020

di Mauro Castelli


Con tre milioni e mezzo di copie vendute in Italia, l’americano Glenn Cooper è uno delle penne più amate nel nostro Paese. Affetto peraltro ricambiato, tanto da aver ambientato un suo libro nello Stivale. Ovvero Il Marchio del Diavolo, incentrato su una giovane e bella suora che tenta di sventare un antichissimo complotto riguardante la Profezia di Malachia (“Come mi era stato raccontato da un prelato in camera caritatis, il ruolo delle sorelle in Vaticano è soltanto quello di fare fotocopie, servire il caffè o rifare i letti. Per questo ne avevo voluto riscattare una, capace di regalare un senso compiuto - come protagonista - a una mia storia”). 
Glenn Cooper, si diceva, che per dare voce alle sue trame si documenta come pochi, in quanto la credibilità per lui è un atout importante. Ovviamente giocando sulla fantasia e sul mistero, ma anche, o forse soprattutto, esplorando quella indistinta quanto affascinante linea di confine che separa storia, religione, etica e scienza, un territorio ambiguo che l’autore ci aveva fatto apprezzare sin dai tempi del suo fortunato esordio con La Biblioteca dei Morti. In seguito aggrappandosi ad altre tematiche di largo respiro, giocando cioè a rimpiattino sul ruolo del destino, ma anche sulla predestinazione, la natura del male, la concezione della vita nell’aldilà e il rapporto fra scienza e fede. 
Lui che, straordinario caso di self-made man, ora torna sui nostri scaffali con un nuovo bestseller intitolato Clean. Tabula rasa (Nord, pagg. 544, euro 20,00, traduzione di Barbara Ronca), peraltro dedicato al dottor Roberto Stella di Busto Arsizio, in provincia di Varese, “che ha perso la vita combattendo con coraggio il Coronavirus”. Un romanzo dove a rincorrersi sono quindi tematiche di stretta attualità. Mai campate in aria, sia per la preparazione dell’autore su certi argomenti, sia per gli approfondimenti effettuati. 
Ferma restando la sua innata abilità nel trattare materie complesse all’insegna della semplicità. Quella capacità - che non è da tutti - che lo ha portato a guadagnarsi le luci della ribalta internazionale. Imponendosi, a partire dal clamoroso successo della trilogia intitolata La biblioteca dei morti, come una delle penne più interessanti del panorama narrativo mondiale. 
A questo punto diamo voce alla trama del suo ultimo romanzo, appunto Clean. Tabula rasa, dove incontriamo personaggi reali, a cominciare dall’osannato Roger Steadman, uno dei baroni del Baltimore Medical Center, una leggenda nel campo della neuroscienza, “con un curriculum spesso come l’elenco telefonico di una cittadina di provincia”. Un tipo che si sa vendere bene, dalla pelle abbronzata, i movimenti felini e il camice bianco sbottonato “come lo spinnaker del suo bellissimo yacht ormeggiato nel porto cittadino”. 
In effetti di vantarsi ne ha ben donde: davanti alla sua prima paziente in remissione, il dottor Steadman può finalmente gridare ai quattro venti di aver curato l’incurabile, che ora passerà alla storia per aver sconfitto l’Alzheimer. E poco importa se, per ottenere questo risultato, ha deciso di correre un rischio enorme. Forse commettendo un gravissimo errore… 
Un passo indietro: a far gongolare Steadman è stata la sperimentazione di una sua terapia genica basata “sull’unione di un adenovirus, messo a punto dalla dottoressa Mandy Alexander, e di un payload, ovvero un nuovissimo fattore chiamato NSF-4, scoperto dal dottor Jamie Abbott”. Ma dopo la sua somministrazione a un’anziana paziente nipponica qualcosa va storto: il nipote della donna, proveniente da Tokio, riesce infatti a convincere un’infermiera a farle visita, ignaro di essere malato di encefalite giapponese. Sta di fatto che la combinazione dei due virus porterà alla formazione di un ibrido capace di replicarsi all’infinito. Così, in pochi giorni, non solo morirà l’anziana donna, ma il nuovo virus inizierà a diffondersi incontrollato. E nel giro di poco tempo una marea di persone in tutto il mondo perderà completamente la memoria. 
In altre parole, rimanendo senza più alcun ricordo, uomini e donne agiranno solo in base all’istinto di sopravvivenza, spinti dalla fame, dalla paura e dalla irrazionalità. Per farla breve, in men che non si dica le città saranno al collasso, in quanto mancheranno elettricità, acqua corrente, rifornimenti di cibo. E i pochi immuni dal contagio si rifugeranno in casa sperando in quel nuovo mondo dove a tenere banco è la legge più forte… 
Cambio di immagine e incontriamo, dopo il suicidio del dottor Steadman vessato dai sensi di colpa, il dottor Jamie Abbott, che si ritiene capace di poter rimediare all’errore commesso dal collega, fermare l’epidemia e, in questo modo, riuscire a guarire anche sua figlia. Ma per poterlo fare ha bisogno degli strumenti e delle conoscenze della sua intrigante collega Mandy Alexander, che si trova però a Indianapolis costretta a far fronte alla malattia del marito. Indianapolis che da Boston dista millecinquecento chilometri. E un simile viaggio, attraverso un Paese allo sbando, si propone come un’impresa zeppa di pericoli. 
Dal canto suo Jamie può solo sperare che ci sia ancora qualcuno là fuori che si ricordi cosa ci rende umani. Perché quando tutte le certezze crollano e la memoria evapora, è necessario unire le forze e agire, prima che la civiltà si appiattisca alla stregua di una… tabula rasa
Che dire: l’idea di dare voce a una nuova drammatica pandemia, sull’onda delle emozioni legate agli sfracelli generati dal Covid-19, poteva essere buona. In realtà la fretta (e se vogliamo anche una certa prolissità) ha forse giocato in negativo sui contenuti e sullo stile narrativo di Cooper. Lui che, stranamente, questa volta - pur in un contesto da fine del mondo dove mescola generi diversi (si va dal thriller all’horror e alla fantascienza) - risulta avaro di quei graffianti colpi di scena che gli sono congeniali, pur a fronte di un impegno narrativo ad alta tensione. 
Certo, la sua scrittura è sempre brillante e intrigante, di facile accesso. Ma forse non così saporita come quella che ha tenuto banco nelle sue precedenti fatiche. In effetti, pur giocando su diverse tematiche (morali, geniche, pandemiche e manipolative), questo lavoro non riesce ad avvincere e convincere come gli altri, anche se alla base ha certamente un suo perché emotivo. 
Per la cronaca - riprendiamo da quanto già scritto, sia pure con qualche arricchimento - Glenn Cooper è nato l’8 gennaio 1953 a White Plains, alla periferia di New York, dove è cresciuto e si è laureato con il massimo dei voti in Archeologia alla Harvard University, per poi portarsi a casa un dottorato in Medicina presso la Tufts University School con specializzazione in malattie infettive. 
Lui che aveva debuttato nel 2009 con Library of the Dead (nella versione italiana la citata Biblioteca dei Morti), un lavoro - come lui stesso ha tenuto a precisare in più d’una delle sue tante trasferte tricolori - che era stato addirittura rifiutato da 65 agenzie. Quando si dice non capire una mazza. Quel romanzo venne infatti venduto in 22 nazioni, numero che in seguito sarebbe arrivato a toccare - complici altri apprezzati lavori - quota 31. E se quel libro doveva rappresentare un unicum, in realtà avrebbe fatto da apripista ad altri tre (Il Libro delle Anime, I Custodi della Biblioteca e Il tempo della verità) con lo stesso protagonista, Will Piper. E da allora in poi la sua scalata al successo non si sarebbe più fermata.  
Che altro? Un personaggio straordinario, Cooper, che strada facendo si è proposto come presidente e amministratore delegato della più importante industria di biotecnologie del Massachusetts oltre che, a dimostrazione della sua versatilità, a darsi da fare anche come sceneggiatore e produttore cinematografico con la Lascaux Pictures. A fronte di un risvolto umanitario non da poco: essersi posto al servizio del Khao-I-Dang Refugee Camp, in Thailandia, come medico di emergenza, posizione sponsorizzata dall’International Rescue Committee, nonché presso l’Hôpital Albert Schweitzer ad Haiti. Tanto di cappello, non c’è che dire.  


Proseguiamo. Di ottima caratura anche la penna leggera, ironica e frizzante di Andrea Vitali, capace di regalare storie sempre diverse a fronte di ambientazioni che, sia pure variando nel tempo e a fronte di qualche divagazione, sono sempre le stesse: quelle della sua Bellano, una cittadina sulla sponda orientale del Lago di Como dove aveva sorriso per la prima volta alla vita il 5 febbraio 1956. Lui medico per passione (“Anche se sette anni fa ho tirato i remi in barca - tiene a precisare - medici si rimane per la vita” e pertanto, in caso di bisogno, “finisco sempre per dare retta a questo o a quello”), lettore onnivoro (con un debole dichiarato per Camilleri e Guareschi, oltre che per altre penne nobili, come quelle di Nicola Orengo, Guido Piovene, Haruki Murakami, Cormac McCarthy e la specialista di racconti Alice Ann Munro) nonché prolifico scrittore per vocazione. 
Lui che aveva debuttato sugli scaffali nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, spinto fra l’altro dal modo di raccontare di Giovanni Arpino. E da allora non si sarebbe più fermato, collezionando una lunga serie di successi (stiamo parlando di quaranta e passa libri). Senza contare quelli legati alla collana d’arte iVitali, 19 racconti lunghi illustrati che hanno rappresentato il frutto di una “giocosa e felice alchimia”, appunto, fra due… Vitali (amici da una vita, ma non parenti, anche se lì, a Bellano, tutti parenti un po’ lo sono). In altre parole quella che aveva legato Andrea a Giancarlo, pittore di chiara fama - riservato quanto modesto nella sua grandezza - scomparso il 25 luglio di due anni fa. 
Che altro? Un autore, Vitali, che ti entra dentro con le sue storie impregnate di umanità e imbastite su persone della porta accanto (“gente di provincia, della quale conosco umori, respiri, forza e caducità”), nelle quali ognuno di noi ci si può riconoscere. Giocando su contenuti di disarmante semplicità (ma il severo impegno narrativo trasuda da tutte le parti), mai lasciati al caso e imbastiti su trame lontane anni luce da standard narrativi complessi e impegnativi (come se fosse facile poterselo permettere). 
Canovacci - repetita iuvant - in ogni caso dannatamente intriganti, nei quali tengono banco personaggi che solo nei nomi e nei cognomi regalano spaccati di paese nonché antiche emozioni e che si ispirano alla vita di tutti i giorni (di oggi, di ieri e spesso dell’altro ieri). Figure nelle quali, chi di provincia si è nutrito, più o meno facilmente si potrà riconoscere. 
Andrea Vitali, si diceva, che nel suo girovagare fra intriganti tematiche ogni tanto si regala appuntamenti vincenti in chiave gialla. Come nel caso de Il metodo del dottor Fonseca (Einaudi, pagg. 188, euro 16,50), una storia ambientata questa volta a Spetz, un borgo di frontiera, sperduto fra le montagne, popolato da uomini sfuggenti e bizzarri. Una “cacca di mosca” incassato fra due vette dove viene spedito un ispettore, che era stato relegato per sei mesi in ufficio a battere a macchina verbali di interrogatorio, di denunce o di incidenti stradali per aver usato l’arma in dotazione durante una retata. Ferendo un passante, o meglio, una “testa di cazzo” che non c’entrava per niente. 
Spatz è un luogo a 1.700 metri del quale il nostro poliziotto nemmeno conosce l’esistenza e dove non succede mai nulla (l’ultima impiccagione era stata quella di un uomo, pensate un po’, che aveva rubato un cavallo). E “nessuno a parte il sottoscritto - rimugina l’interessato - poteva meritarsi quell’incarico di merda”. Ma sempre meglio che flanellare in ufficio. In effetti ad aspettarlo c’è un delitto, compiuto da un assassino senza pretese e considerato già risolto. Un omicidio che non merita quindi nemmeno gli onori della cronaca. E per il quale ha tre giorni di tempo, non uno di più, per sistemare tutto. 
La vittima è una ragazza di 23 anni - giovane, bionda e carina - che conduceva un’esistenza appartata in una casa fuori dal paese e viveva affittando due camere. Un po’ di orto e il pollaio facevano il resto. A ucciderla, a furor di popolo, sarebbe stato suo fratello (abitavano insieme), un giovane poco più grande di lei con disturbi mentali che ora è scomparso. Facile, forse troppo. Magari è solo suggestione, magari dipende dal paesaggio, bello e violento, o magari è la presenza inquietante della clinica che sorge sul confine, nella “terra morta”, un centro specializzato in interventi disperati, dove c’è qualcosa che non torna. 
Nella pensione che lo ospita il nostro ispettore, che si racconta in prima persona, fa conoscenza con alcuni personaggi quantomeno singolari, e a poco a poco davanti ai suoi occhi si apre uno scenario che nessuno avrebbe mai immaginato. Insospettabile anche per il potentissimo capo dell’agenzia governativa che gli ha affidato l’indagine: un funzionario spaventoso e ridicolo al tempo stesso, che dietro le spalle tutti chiamano Il Maiale e che strada facendo farà una brutta fine. Ma andiamoci piano perché, all’insegna di questa ironica storia, il lettore ne affronterà delle belle. Chiedendosi, in primis, chi è il dottor Fonseca e qual è il suo metodo…


In chiusura di rubrica un altro intrigante noir - Delitti all’ombra dell’ultimo sole. La banda dell’Albarola (Fratelli Frilli, pagg. 206, euro 14,90) - scritto a quattro mani dalla collaudata coppia composta da Erica Arosio e Giorgio Maimone, due penne (66 anni lei, 67 lui) che pur nelle loro diversità riescono a trovare un punto di incontro “scrivendo, discutendo e riscrivendo più con il cuore che con il mestiere”. Loro che, dopo aver messo a punto un progetto, si suddividono i compiti e poi si mettono al lavoro. “Salvo poi leggere a voce alta - ne abbiano già parlato - il frutto dei rispettivi operati”. 
Loro che si considerano milanesi, anche se non proprio al cento per cento, in quando provenienti dall’hinterland. Ad esempio Maimone ammette di essere nato a Vedano Olona, nel Varesotto, proprio sul divano di casa dov’era nata anche sua madre, per poi trascorrere tutta la vita sotto la Madonnina, dove ama dedicarsi a lunghe camminate alla scoperta di questo o quel luogo. Lui che, abbracciata la strada del giornalismo, sarebbe stato a lungo caporedattore a Radiocor (l’agenzia approdata, strada facendo, alla corte del gruppo Il Sole 24 Ore), si sarebbe “laureato alla scuola della vita” dandosi da fare per il teatro, dirigendo Canale 96 (la prima radio libera della sinistra meneghina) e in seguito Radio Regione, creando il portale di canzoni d’autore La Brigata Lolli. Ma anche collaborando con Mediaset come ideatore e autore di programmi. 
Curiosamente soltanto in tempi recenti avrebbe scoperto di essere tagliato per la narrativa. Così, a quattro mani con Erica Arosio, avrebbe dato alle stampe una serie noir incentrata sull’azzeccata coppia composta dall’avvocato Greta Morandi e il detective Marlon. 
Che dire invece di Erica Arosio, una donna “energica e febbrile”, amante del nuoto, del cinema e soprattutto dei viaggi? Che è nata e cresciuta nel quartiere milanese di Affori, che si professa orgogliosamente pariniana (il paludato liceo classico cittadino), che si è laureata in Filosofia e ha lavorato al settimanale Gioia, dove si è occupata per vent’anni di cultura e spettacolo. E che ha inoltre collaborato anche con importanti testate, oltre che a trasmissioni radiofoniche e televisive. 
Lei pronta a inneggiare ai due figli che adora (Mimosa e Leone) e ai viaggi, a negare di avere mani fatate in cucina e men che meno essere portata per il ricamo, ma certamente ben inquadrata nel suo ruolo di scrittrice. Ruolo che l’ha vista debuttare con L’uomo sbagliato (un canovaccio incentrato su una donna in bilico fra il quotidiano e il futuro a fronte di un assunto: se gli uomini cambiano, cambiano soltanto in peggio), per poi dare voce a Carne e nuvole, cento storie corte come un caffè, e a una biografia su Marilyn Monroe. 
A guardar bene Arosio e Maimone rappresentano lo spaccato di una stessa medaglia: lui dal carattere impulsivo e lei più diplomatica e accomodante. A loro dire proponendosi l’uno come “ministro degli Interni” e l’altra come “ministro degli Esteri”. Due penne accomunate dalla lettura di numeri uno come Simenon, Chandler e Camilleri, ma con diversificazioni francesi per lui e americane per lei. 
Loro che, insieme, hanno pubblicato altri lavori, come l’antologia di sette racconti intitolata L’Amour Gourmet, imbastita sui primi passi della ristorazione nel capoluogo lombardo, nonché Un, due, tre… stella, dove Ezio e Renata Santin ripercorrono le tappe più significative della loro vita privata e professionale, dagli esordi al grande successo stellato ottenuto con l’Antica Osteria del Ponte di Cassinetta di Lugagnano. 
Loro che si erano conosciuti nel 2011, a un pranzo di ex lavoratori di una radio libera. “E siccome Erica aveva appena scritto L’uomo sbagliato - ha avuto modo di raccontarci Giorgio - mi chiese di leggerlo per avere il mio giudizio. Onestamente lo ritenni per certi versi immaturo e quindi necessario di una revisione. Così quando la Baldini & Castoldi si disse disposta a pubblicarlo a patto che fosse sistemato, io le diedi una mano. Con una promessa al seguito: il successivo romanzo lo avremmo scritto insieme. E così nel 2013 avremmo dato vita a Vertigine, un giallo ambientato nella Milano del 1958 e contraddistinto dalla presenza dei citati Greta e Marlon, seguito da diverse altre storie”. 
Veniamo ora ai contenuti del noir Delitti all’ombra dell’ultimo sole, ambientato in Liguria fra Levanto e Bonassola. Un romanzo la cuistruttura iniziale è quella dei gialli di Agatha Christie”, che vede i personaggi accuratamente elencati e descritti nelle prime pagine. Uno stratagemma utile soprattutto se i protagonisti sono tanti come in questo caso: se ne contano infatti una ventina, anzi ventidue. Giovani che appartengono quasi tutti alla banda dell’Albarola in quanto frequentano lo stesso locale sul mare (All’Ombra dell’ultimo sole, un pub ristorante ideato a Levanto dal trentatreenne Sergio Pittaluga, un tipo originale che “ama in ugual misura il vino e i suoi amici”). 
Si diceva dei personaggi: tanti e diversificati (artisti, gestori, poliziotti, medici, magistrati, culturisti, barman, scrittori, musicisti, ragazzone tuttofare, appetitose cameriere…), ognuno ben tratteggiato nel suo ruolo. Come Davide, filmaker ciondolante; Marco, padre di Davide e produttore di Albarola; Laura, anatomopatologa innamorata; Ettore, culturista, padrone di una palestra; Nanni di Rienzo, bluesman napoletano cieco; Ayew, chitarrista nero albino; Stecco, cuoco; Enrico, barista. E poi Filippo, Attila, Adele, Agnese, Orsetta, Andrea, Gaia, fino al commissario “da urlo” Ortensia Ferraris e agli agenti Bacci, Cafiero e Caruso. 
Ma cosa hanno in comune tutti questi personaggi? Il citato locale, una rotonda sul mare dove bere, mangiare e ascoltare musica, costruita lungo l’antico terrapieno ferroviario, tra Levanto e Bonassola. 
Tutto qui? Ci mancherebbe. Una sera, sulla piccola spiaggia di sassi antistante il locale, il balbettante studente fuori corso Filippo (frequenta Architettura a Milano) scopre, immerso nell’acqua, il cadavere nudo di una bellissima donna mora dai capelli corti, un velo di lentiggini sul naso e incredibili occhi acquamarina. Occhi “inutilmente aperti su un mondo che non può più vedere”. Ma com’è finita lì? L’ha davvero portata il mare come sembra? Oppure è stata volutamente abbandonata da quelle parti? Quel che è certo è che si tratta di un delitto, peraltro il primo di una serie che ruoterà attorno ai clienti del locale. 
Risultato? “Un giallo in soggettiva, dove ogni singolo personaggio offre la sua personale versione dei fatti: un protagonista collettivo fatto di 22 corpi e 22 teste”. Esclusa la vittima, che a un certo punto però racconta in prima persona la sua storia…

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