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“Siamo presenti da venticinque anni in Etiopia non per pura assistenza, ma per creare sviluppo”

Giancarlo Bertacchini, fra i fondatori e attuale responsabile della Hewo Modena, spiega come venire incontro alle esigenze di chi vorrebbe emigrare non per scelta, ma per necessità. “Perché quando mettemmo le basi della nostra Associazione ci rendemmo conto che non ci veniva chiesto un pesce, ma una canna da pesca”


25/03/2020

di Giuseppe Marasti


“Quando ci si dedica al sostegno di chi vorrebbe emigrare non per scelta, ma per necessità, non bisogna offrire assistenza, ma creare sviluppo. È infatti questo il presupposto per regalare un futuro a tante persone che un futuro invece non l’avrebbero”. Giancarlo Bertacchini, nato e cresciuto a Maranello, la cittadina modenese conosciuta nel mondo per il marchio Ferrari e della quale è stato anche sindaco dal gennaio 1992 al giugno 2004, ha le idee chiare su come gestire un flusso benefico. Non a caso -tiene a precisare - in “Etiopia abbiamo realizzato un ospedale, affiancato da una scuola materna, un’azienda agricola, un forno e una piccola fabbrica di maglieria”. 
Che altro nel privato di Bertacchini? A inizio carriera ha diretto il comparto di consulenza del lavoro presso l’Associazione piccole e medie industrie di Reggio Emilia quindi, dopo il suo lungo incarico da primo cittadino, è entrato come dirigente nella multiutility Iren, attiva nelle province di Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Genova e Torino.
E per quanto riguarda la solidarietà per lo sviluppo? Venticinque anni fa si era proposto come uno dei soci fondatori dell’Associazione Hewo Modena, con sede a Maranello, di cui è oggi responsabile. Si tratta di una Onlus che opera appunto in Etiopia a favore degli ammalati di lebbra, Tbc e Aids. Lui che da due decenni fa parte del Board di Hewo, Organizzazione non governativa di diritto etiopico che fu presieduta da Ghirma Woldegiorgis, allora presidente della Repubblica Federale Democratica d’Etiopia. Un rapporto stretto, con questo importante uomo politico, tanto è vero che nel corso delle sue missioni nel Paese africano lo incontrava nel palazzo presidenziale, già residenza dell’imperatore Hailé Selassié.
E nel Board di Hewo avrebbe lavorato insieme a Tedros Adhanom Ghebreyesu, a suo tempo ministro della Sanità del Tigray e ora direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, nonché con Francesco Rocca, attuale presidente della Croce rossa italiana oltre che prima guida della Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa.

Bertacchini, come le venne l’ispirazione di fondare una Onlus che avesse lo scopo di aiutare nei propri Paesi chi aveva bisogno? Perché la scelta cadde sull’Etiopia? 
La nostra esperienza di volontariato nasce da una di amicizia. Nel lontano 1985 un amico, che aveva avviato una piccola attività artigianale di produzione di marmellate e succhi naturali in un paesino dell’Appennino modenese di 80 abitanti, per far conoscere la sua attività chiamò gli amici di sempre per organizzare una festa paesana al termine della quale ci chiedemmo come utilizzare il ricavato. La scelta cadde sulla comunità di lebbrosi presso la quale lui era stato una decina di anni prima: centro che si trovava in estrema difficoltà oltre che per la malattia, anche per la carestia di quell’anno aggravata dalla guerra civile in atto. 
Con nostro stupore non ci furono richiesti cibo o medicine, ma una macchina per scrivere in caratteri amarici per fare le dispense necessarie per continuare la scuola dei bambini di quella comunità perché era diventato impossibile trovare i libri. Capimmo che “non ci veniva chiesto un pesce, ma una canna da pesca” e da allora è iniziato il nostro cammino di Volontari italiani al fianco dei poveri e degli ammalati dell’Etiopia e dell’Eritrea che allora erano unite.  Posso dunque dire che sono arrivato in Etiopia grazie a una macchina per scrivere… 
Risultato? Per dieci anni abbiamo lavorato come gruppo informale e nel 1994 ci siamo costituiti legalmente come Associazione di Volontariato.

Allora lei non è favorevole all’immigrazione improvvisata, alla quale stiamo assistendo da anni? Anche per un fatto di organizzazioni criminali che spesso la gestiscono? 
Io credo che ogni uomo dovrebbe avere la possibilità di scegliere dove vivere la propria vita. Ma il presupposto perché questa libertà possa essere esercitata davvero è che per ogni uomo ci siano le condizioni per una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia nel Paese dove è nato e cresciuto. Purtroppo quasi sempre chi emigra oggi non lo fa per scelta, ma per necessità. E questo lo espone a ogni tipo di sfruttamento. 
Appunto per questo, ogni volta che ne ho occasione, parlo di questo tema con i giovani delle nostre Comunità. Nessuno di loro ha mai pensato di raggiungere l’Europa a ogni costo anche se i media ci dipingono in qualche modo come il loro Eldorado. Spesso spiego loro che non è proprio così e che la vita in Europa, apparentemente piena di luci, è dura.

Pensa sia molto meglio aiutare “gli ultimi” nelle loro terre, mantenendo così le loro tradizioni le loro culture e loro radici? 
Non ne ho il minimo dubbio. La nostra esperienza di volontariato è esattamente questa: il nostro aiuto non è di assistenza, ma cerca di creare sviluppo. In questi anni abbiamo realizzato un ospedale, affiancato da una scuola materna con 160 ragazzi, un’azienda agricola con una stalla che garantisce verdure e latte per gli ammalati e per i bambini, un forno per il pane e una piccola fabbrica di maglieria. Abbiamo attualmente 92 dipendenti, in genere ex ammalati o loro familiari, che con questo lavoro mantengono le loro famiglie. Per noi è un impegno gravoso, ma per loro è il modo concreto di avere un futuro dignitoso nel loro contesto sociale. Quando sono in Etiopia mi rendo conto che per queste persone non è importante che io porti la nostra cultura, ma quello che li riempie di felicità è che io mi immerga nella loro.

Tempo fa lei propose questa riflessione ai suoi volontari dal titolo “Aiutiamoli a casa loro! ...d’accordo, ma come?”. Ci spieghi soprattutto il come. 
Ci sono Paesi che si stanno appropriando dell’Africa attraverso i loro investimenti per realizzare infrastrutture e grandi opere che indebitano il Paese ricevente e lo costringeranno nel medio periodo a diventare una loro “colonia” economica. Altri forniscono armamenti, giustificandoli come mezzi necessari a garantire la convivenza democratica, per poi fingersi stupiti che ci siano poveri che fuggono dalle guerre. Altri ancora sfruttano le materie prime africane per sostenere le proprie industrie senza nessuna ricaduta economica e di sviluppo della popolazione locale, lasciando al massimo sul posto le lavorazioni maggiormente inquinanti. Per non parlare di altri che usano i Paesi in via di sviluppo come discarica per i propri rifiuti, industriali e non. E anche quando la politica internazionale è meno devastante, spesso l’aiuto che viene dato propone/impone ai Paesi in via di sviluppo un modello di sviluppo che noi del cosiddetto “primo mondo” pensiamo essere il migliore per loro, non quello che loro scelgono e del quale le popolazioni locali avrebbero veramente bisogno. 
La nostra esperienza di Volontari ci ha portati all’incontro con la Persona del povero e dell’ammalato a casa sua e la prima cosa di cui ci siamo resi conto fin da subito è che ci veniva chiesto di incontrarci da uomo a uomo. Il povero chiede prima di tutto il rispetto della sua dignità di Persona, così come lui rispetta la tua. Il pieno rispetto e la valorizzazione della sua cultura e delle sue aspettative di vita. Non si tratta di imporgli un nostro modello di sviluppo, ma di costruire insieme a lui il suo sviluppo. 
Fino a quando anche gli aiuti degli Stati non saranno improntati al rispetto delle persone e non dei soli interessi e principi economici è impossibile che possano davvero raggiungere l’obiettivo di essere un aiuto concreto. 
Certamente molti penseranno che sono un idealista privo di senso pratico, ma io credo che sia venuto seriamente il momento di riflettere tutti quanti se sia venuto il momento di porre alla base delle nostre scelte gli Ideali e la valorizzazione delle Persone.

Chi sono i vostri finanziatori? In prevalenza privati, aziende o Istituzioni? 
La nostra Associazione si regge principalmente sul lavoro dei Volontari impegnati in iniziative di raccolta fondi e sul loro contributo diretto. Pensi ad esempio che anche i viaggi non gravano sull’associazione e ogni Volontario si fa carico dei costi delle proprie missioni. Poi un sostegno importante ci deriva dal 5 per mille che nella situazione attuale è la principale fonte di entrata su cui poter puntare per un sensibile incremento. Gli unici contributi pubblici li abbiamo dal Comune di Maranello, che sostiene le nostre attività anche con l’uso gratuito di spazi e aree pubbliche per le nostre iniziative di autofinanziamento. Per la prima volta, quest’anno, abbiamo ottenuto un finanziamento dalla Fondazione Peppino Vismara di Milano per la sostituzione del nostro forno e per l’avvio di un “Progetto Pane” che incrementi le fonti di autofinanziamento della Comunità in Etiopia. 
Creare sviluppo significa anche cercare di sviluppare occasioni di minore dipendenza dagli aiuti.  In questa direzione va ad esempio un accordo che ho realizzato con una importante industria italiana di abbigliamento, che ha realizzato uno stabilimento di produzione nella zona di Makallè. Col nostro personale forniremo loro il servizio infermieristico interno e svilupperemo programmi di educazione alla salute dei loro oltre 1.200 dipendenti. Sarebbe stato facile chiedere loro semplicemente un sostegno economico, ma credo sia più importante fornire loro un servizio perché anche il nostro personale ha una ulteriore occasione per comprendere che il suo futuro non può dipendere solo dagli aiuti che arrivano, ma anche dal proprio impegno.

Lei ha affermato che la globalizzazione - prima ancora della produzione di beni e della finanza - riguarda la gente. In che senso? 
L’attuale emergenza Coronavirus dovrebbe farci riflettere sul fatto che la globalizzazione prima ancora che riguardare la produzione di beni e la finanza, riguarda il futuro dell’umanità e sarebbe miope pensare che lasciare indietro gli “ultimi” non abbia ricadute pesanti per tutti. Non possiamo immaginare oggi quali saranno le prossime “pandemie sociali” in aggiunta a quelle sanitarie e dobbiamo assumere la consapevolezza che non preoccuparsi di risolvere i problemi esistenziali di alcuni miliardi di uomini avrà inevitabilmente effetti dirompenti per il futuro dell’umanità.

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