Cultura

“Siamo nati in un mondo che nutriva i corpi e uccideva le anime. Ora invece…”

Dalla penna di Roberto Costantini una intrigante divagazione in giallo legata al Covid-19, i cui diritti saranno devoluti a sostegno dell’emergenza sanitaria


20/07/2020

di CATONE ASSORI


“Siamo nati in un mondo che nutriva i corpi e uccideva le anime. Ora invece moriamo in un mondo che uccide i corpi ma dove forse rinascono le anime”. Questo l’incipit di Anche le pulci prendono la tosse (Solferino, pagg. 270, euro 15,00), forse a compensare la bugiarda leggerezza del titolo con una profonda riflessione sui cambiamenti legati al dilagare del Covid-19. Oltre agli effetti devastanti che hanno accompagnato la scia di morti causata da quella che è stata definita la peste del 2000 e che non ha risparmiato, o non sta risparmiando, alcun Paese. 
A farsene carico - con uno scopo ben preciso: quello di contribuire, attraverso i diritti d’autore, ad aiutare gli ospedali più gravati dalla pandemia nell’ambito della campagna di Rcs - La7 “Un aiuto contro il Coronavirus” - è stato Roberto Costantini. Che a distanza di una manciata di mesi dalla pubblicazione di Una donna normale, edito da Longanesi, ci si è messo di buzzo buono per lavorare a fin di bene. Dando voce a una storia d’amore e di dolore che parla del nostro tempo sciagurato, delle nostre scelte, della possibilità di ipotecare il nostro futuro. Facendoci “ridere a crepapelle, ma anche piangere disperatamente”. Qualità che rientrano nelle corde soltanto di numeri uno della penna. 
Una storia, tiene a precisare l’autore, “arrivata tutta insieme, nello spazio fra il tg della sera e la notte, nata subito dopo aver visto quei camion militari che portavano via le bare e conclusa all’alba, con la stesura delle novanta scene e la chiarezza assoluta di ciò che volevo fare. Poi sarebbe arrivata una riflessione: ci sono i morti, morti veri, i loro cari straziati dal dolore, c’è chi ha perso il lavoro e non lo ritrova. Si può scrivere un noir su queste cose? La soluzione che ho trovato è stampata nella copertina di questo libro. Non ho la pretesa di essere certo che sia quella giusta, ma lo spero”. 
Sta di fatto che questo lavoro grottesco e travolgente, in libreria e in edicola con il Corriere della Sera, ha un suo perché. In quanto i protagonisti “sono persone comuni (insegnanti, infermiere, ristoratori, imprenditori, farmacisti, poliziotti), e poi ci sono anche i cattivi, traffichini, corrotti, piccoli truffatori. Insomma, uno spaccato della società italiana così com’è, anzi così com’era, al momento di essere travolta all’improvviso dalla catastrofe dell’emergenza sanitaria”. 
Più in particolare a tenere banco sono Raymond il poliziotto, Beatrice l’infermiera, Salvatore il piccolo imprenditore e Regina l’insegnante, che entrano nel tunnel del Coronavirus con tutti gli altri, alla fine di febbraio a Adeago, in provincia di Bergamo. Ci entrano con le loro vecchie paure, frustrazioni, amori perduti e sconfitte. Ma anche con un carico di umana meschinità. 
Quando comincia il contagio le loro vite voltano pagina: “il poliziotto ne approfitta per defilarsi dalle indagini su un furto di macchine da cucire, l’infermiera simula un incidente per sfuggire al Pronto Soccorso sovraccarico, l’imprenditore pensa di fare soldi fabbricando e smerciando mascherine di dubbia qualità e l’insegnante elude le lezioni online per liberarsi di studenti svogliati e genitori aggressivi. Il tutto mentre i loro colleghi danno prova di un ben diverso impegno. Ma il virus non è solo un vento di morte, è anche un formidabile acceleratore di destini. E i loro deflagrano”. 
In altre parole “dalle feste per le vittorie dell’Atalanta si passa al deserto e poi al terribile corteo delle bare nei camion militari, e le storie dei quattro protagonisti si intrecciano e si coagulano intorno al vergognoso business delle mascherine finanziato da veri malviventi, alcuni con la pistola, ma i peggiori in giacca e cravatta”. Sta di fatto che, “nel momento più buio, uomini e donne che pensavano di non avere più niente da chiedere o da perdere si troveranno di fronte l’occasione per riscattare una vita a prima vista spenta”. 
Detto del libro, spazio all’autore. Roberto Costantini è nato a Tripoli, in Libia, il 12 settembre 1952, dove i suoi genitori lavoravano per il ministero degli Esteri, per poi trasferirsi definitivamente in Italia all’età di 18 anni (“Ritengo sia infatti meglio - ironizza con amarezza - non sporcare gli ottimi ricordi”). E a Roma si sarebbe laureato in Ingegneria, dandosi poi da fare per società italiane e internazionali attive nel campo dell’impiantistica. Conseguendo peraltro un master in Management Science a Stanford, in California. 
Strada facendo - repetita iuvant - si sarebbe accasato come dirigente presso la Luiss Guido Carli di Roma, ateneo dove oggi insegna Negoziazione e Leadership. Un ruolo che gli sta particolarmente a cuore, in quanto a suo dire “confrontarsi con i ragazzi è bellissimo e per di più mantiene giovani”. 
Che altro? Un uomo dal carattere razionale - certamente “meno passionale” di quello del suo Balistreri, l’originale commissario in scena nella Trilogia del male - forte peraltro di una passione di vecchia data per la lettura di autori del calibro di Milan Kundera e dintorni, un po’ meno per i giallisti, eccezion fatta per passati interessi legati ai nomi di Raymond Chandler e Giorgio Scerbanenco. Fermo restando il suo legame per la famiglia, che lo vede sposato da una vita con la stessa donna, dalla quale ha avuto due figli: “Un maschio e una femmina”. E altro non dice.

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