Cultura

“Sei sospetti per un delitto”: torna a graffiare la penna di Raffaele Malavasi

Una storia ancora una volta ambientata a Genova, colpita al cuore - in questo caso - da un attentato terroristico che provoca sette morti e 28 feriti


27/07/2020

di MASSSIMO MISTERO


Non c’è due senza tre: dopo aver dato alle stampe Tre cadaveri ed essersi riproposto vincente con Due brutali delitti (beneficiando di oltre cinquantamila copie vendute, che per l’Italia sono dei bei numeri), Raffaele Malavasi torna sugli scaffali, sempre per i tipi della Newton Compton e sempre ambientato sotto la Lanterna (con tanto di dizionario minimo genovese-italiano al seguito), con Sei sospetti per un delitto (pagg. 444, euro 9,90). Un lavoro ancora una volta dal taglio adrenalinico, ricco di colpi di scena, infarcito di personaggi credibili che - nel bene e nel male - lasciano il segno catturando il lettore. 
Come da sinossi, “mentre la folla defluisce dal salone nautico di Genova, un fuoristrada invade il sottopassaggio pedonale di accesso al polo fieristico e investe decine di persone. Quando cessa la sua corsa, due uomini escono dall’abitacolo e, armati di coltelli, lasciano dietro di loro una scia di morte. A fine giornata si contano infatti sette vittime e ventotto feriti. Tra questi un poliziotto, casualmente presente durante l’azione terroristica, colpito mentre tentava di salvare due bambini. Si tratta di Riccardo Giustini, il collaboratore più alto in grado nella squadra coordinata dall’ispettore Gabriele Manzi”. 
Che altro? A due mesi dalla tragedia, a indagini balbettanti in corso, viene segnalata la sparizione di Nino Barbieri, un giovane convertito all’Islam che in passato era stato indagato per il suo coinvolgimento nella causa fondamentalistica. Per questo l’ispettore Manzi avrà ancora bisogno dell’aiuto dell’ex poliziotto Goffredo Spada, detto Fred (un tipo dai capelli rossi, cinico quanto disilluso dalle istituzioni, ma con le carte in regola per indagare su qualsiasi brutta faccenda, com’era peraltro successo nel caso dei “delitti danteschi”) nonché dell’apporto della giornalista Orietta Costa, intraprendente cronista del Secolo XIX, per ritrovare Nino, prima che una nuova ondata di terrore si abbatta sulla città. 
Risultato? Una storia che avvince e convince, all’insegna di una scrittura alla portata di tutti (che non è un debito, semmai un merito, un invito alla lettura), peraltro supportata da un impianto narrativo che, quasi senza darlo a vedere, ha un suo perché. E poi - lo ribadiamo - personaggi seriali ben caratterizzati, dei quali risulta difficile, da lettori ovviamente, non innamorarsene.   
Detto questo spazio al privato di Raffaele Malavasi, nato a Genova il 10 dicembre 1968 (“Mio padre Aniceto era originario di Cavazzo, nel Modenese, e faceva il ristoratore, salvo poi mettersi a vendere vini di pregio - era un bravo sommelier - alla soglia dei cinquant’anni, mentre mia madre Alfonsina, oggi in pensione, insegnava invece in una scuola materna”). Il quale Raffaele sotto la Lanterna - come aveva avuto modo di raccontarci recentemente, ma repetita iuvant per chi ancora non lo conosce - avrebbe frequentato il liceo scientifico, si sarebbe laureato in Economia e si sarebbe sposato con Silvia, “il severo censore dei miei scritti, capace al bisogno anche di stroncarmi”, dalla quale ha avuto Elena e Irene. E a Genova tuttora vive, dove esercita la professione di commercialista in abbinata a uno studio operativo in quel di Chiavari. 
Che altro? Un professionista dal carattere riflessivo, che punta sulla riservatezza e che non perde mai la pazienza, forte di un passato infarcito di diversi sport (basket, pallanuoto, canottaggio e corsa), ma “senza mai brillare”. Passato che lo aveva visto anche calcare le scene come attore dilettante in alcune compagnie dialettali genovesi (“Ma non parlando il mio dialetto, pur capendolo alla perfezione, venivo relegato nei ruoli italiani”). 
Lui penna metodica (“Scrivo un’ora tutti i giorni, sia pure con risultati alterni”), arrivata sugli scaffali otto anni fa, su Amazon, con La geometria del vento, un romanzo senza morti nel quale avevo elaborato, ovviamente inventandomela, una teoria del criminologo Cesare Lombroso relativa alla velocità nello sport”. Frutto di un’idea che “mi aveva casualmente catturato sulla spiaggia di Porto Maurizio, in quel di Imperia, mentre passeggiavo con mia moglie”. 
Lui che ironicamente assicura di aver affinato la sua voglia di scrivere “dalla… stesura di contratti e ricorsi tributari”; lui che punta sul coinvolgimento del lettore all’insegna del ritmo e della semplicità (“Ho fatto tesoro di quanto sosteneva George Simenon, che cioè la scrittura deve risultare alla portata di tutti”); lui portatore di un debole dichiarato per autori come Maurizio de Giovanni, Antonio Manzini, Gianrico Carofiglio, oltre che per i compagni di scuderia Matteo Strukul e Marcello Simoni; lui che sarebbe sbarcato sugli scaffali delle librerie per i tipi della Newton Compton, la casa editrice romana dov’era arrivato tramite un “correttore di bozze, un amico di un amico che…”. 
Succede infatti, nella vita, che l’occasione ti aspetti al varco. Alla stregua di un treno che passa una sola volta dalla stazione e tu non devi mancare di salirci sopra. Fermo restando che non bisogna mai smettere di darsi da fare, di migliorarsi, di ritenersi arrivato. Un errore che potrebbe costare caro. Ma non è il caso del razionale Malavasi.

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