Di Giallo in Giallo

“Se lo sguardo è offuscato dall’amore, la verità è la cosa più difficile da vedere”

Un gradito ritorno: quello di Alafair Burke alle prese con un suicidio sospetto. A seguire la prima indagine condotta da Jessica Fletcher, la Signora in giallo


22/06/2020

di MAURO CASTELLI


Un gradito ritorno: quello dell’americana Alafair Burke, acclamata autrice de La ragazza nel parco, capace di strappare gli applausi di numeri uno del calibro - repetita iuvant - di Michael Connelly (“Una stella del thriller che non finisce mai di sorprendermi”), Dennis Lehane (“Una delle migliori autrici in circolazione”) e Gillian Flynn (“Con i suoi romanzi siete certamente in buone mani”). 
Una penna sempre in prima fila nelle classifiche di vendita del New York Times, che quasi senza darlo a vedere cattura e intriga il lettore puntando sulla semplicità delle parole, a fronte di frasi brevi e concise che hanno quasi sempre un loro perché. Giocando bene e spesso a rimpiattino con i risvolti psicologici del nostro quotidiano, evitando peraltro di puntare su delitti cruenti e storie sanguinose. Fermi restando i suoi personaggi, nella maggior parte dei casi credibili quanto ben tratteggiati. 
E così anche - fermo restando che ciò che si nasconde dietro la verità a volte può fare davvero male - in Non dire una bugia (Piemme, pagg. 368, euro 18,50, traduzione di Rachele Salerno), un thriller che risale al 2012 ma che, per la sua freschezza narrativa e di contenuti, sembra stato scritto ieri. Nel quale, anche in questo caso, l’autrice esplora la complessità dei ruoli femminili nella nostra società. 
Una storia peraltro supportata da un’assodata liturgia di vita: quando il tuo sguardo è offuscato dall’amore, la realtà è la cosa più difficile da vedere. E lo sa bene Julia che di bugie, nella sua brevissima vita, ne ha dette parecchie. Vita che, come vedremo, si è peraltro conclusa in modo tragico. Ma andiamo con ordine. 
A tenere la scena è una poliziotta, Ellie Hatcher, che da una decina d’anni si è trasferita a New York (scoprendola ben lontana dallo stereotipo delle luci abbaglianti, dei grattacieli e dei marciapiedi brulicanti di uomini d’affari) per lavorare come detective al Nypd, la polizia metropolitana. E qui era arrivata ancora giovane e, appunto per questo, con poca esperienza sul campo, anche se il passato le aveva già insegnato molto: a Wichita, nel Kansas, era infatti cresciuta con un padre in divisa che aveva dedicato tutta la vita alla caccia di un serial killer, fino a morire in circostanze mai chiarite. “Forse assassinato. O, forse, suicida. Anche se Ellie per moltissimo tempo si era rifiutata di crederlo”. 
Un suicidio accertato sembrerebbe invece quello sul quale sta lavorando. Si tratta della citata Julia, una ragazza di sedici anni, figlia di una ricchissima famiglia dell’élite newyorchese, che è stata ritrovata nella vasca da bagno con le vene tagliate, nella splendida casa dei suoi genitori nell’Upper East Side, la zona residenziale della città. Nonostante il biglietto di addio, alcuni elementi - prime fra tutti le testimonianze di chi la conosceva bene - fanno pensare che non si tratti di un atto volontario, come peraltro sostiene a spada tratta la madre, e non come invece ritengono i suoi due sprovveduti colleghi Hatcher e Rogan chiamati sul posto in prima battuta. 
In casi come questo Ellie “sa di dover seguire il suo istinto”. E lo farà, scoprendo ben presto che Julia non era affatto la ragazzina che sembrava. La detective sarà pertanto costretta a ritenere che dietro il suicidio di una ricca adolescente annoiata si nasconda una storia ben più complicata, dai risvolti inaspettati. Perché, a volte, basta una semplice menzogna per allontanarci da quelli che ci vogliono bene, se non addirittura da noi stessi. E Julia di bugie, come accennato, ne aveva sempre dette tante. 
Per la cronaca Alafair Burke, forte di un importante lavoro di avvocato penalista alle spalle, è nata il 16 ottobre 1969 a Fort Lauderdale, in Florida, ma è cresciuta a Wichita, nel Kansas, dove sua madre, Pearl Pai Chu, lavorava come bibliotecaria scolastica mentre suo padre, James Lee Burke, insegnava Inglese, oltre a proporsi come uno dei grandi della narrativa a stelle e strisce. Passione per la scrittura che avrebbe travasato nella figlia, la quale si sarebbe avvalsa - c’è da ritenere - anche dell’esperienza di una numero uno come Mary Higgins Clark (autrice da trecento milioni di copie scomparsa a 93 anni lo scorso primo febbraio), con la quale ha scritto cinque lavori a quattro mani. Arricchendo e affinando, in tal modo, la sua malizia narrativa. 
Innamorata cotta del marito Sean Duncan Simpson (“Se dovessi scrivere tutte le cose sdolcinate che provo per te - ha avuto modo di ironizzare - i miei lettori non mi perdonerebbero mai”), Alafair Burke è stata tradotta in una dozzina di lingue. Laureata con lode alla Stanford Law School, ha dapprima lavorato per un giudice della Corte d’Appello del Nono Circuito, quindi come viceprocuratore distrettuale a Portland, nell’Oregon, dove si sarebbe specializza in reati legati alla violenza domestica. Esperienza messa poi al servizio del dipartimento della polizia di New York (città dove peraltro attualmente vive in compagnia, oltre che del marito, anche di due cani). Mentre ora si propone come membro titolare di facoltà presso la Maurice A. Deane School of Law della Hofstra University, dove insegna Diritto penale e Procedura. 
Per quanto riguarda invece la sua carriera di autrice, ferma restando la pubblicazione di una lunga serie di saggi professionali, la Burke ha dato voce - come solista - a due short stories e a diversi romanzi (fra i quali, oltre al citato bestseller La ragazza nel parco, anche Una perfetta sconosciuta, La ragazza che hai sposato, La città del terrore (il suo lavoro d’esordio datato 2008 che attingeva dalle sue esperienze professionali e ambientato nello suo stesso luogo di lavoro), L’ultima volta che ti ho visto e Sorelle sbagliate). Libri apprezzati a largo raggio, tanto da consentirle di entrare a far parte della “Mystery Writers of America”, la cui fondazione  risale all’ormai lontano 26 marzo 1945. 


Voltiamo libro. Ci ha incantato, ci ha blandito, ci ha intrigato all’insegna di una accattivante semplicità la Signora in giallo. Una scrittrice di successo, mai sopra le righe, che si diverte a indagare, nella sua adorata Cabot Cove, nel Maine, in una infinità di misteri. Forse troppi per una così piccola comunità dove tutti si conoscono, tanto è vero che strada facendo le sue indagini si sarebbero allargate a mezzo mondo (Italia compresa), anche per guadagnarsi le simpatie e il seguito di nuovi telespettatori-lettori. 
Stiamo parlando di Jessica Fletcher, una detective dilettante coi fiocchi, che torna sui nostri scaffali per la quarantesima volta, sempre per i tipi della Sperling & Kupfer, con Lezioni pericolose (pagg. 322, euro 17,90, traduzione di Barbara Murgia), una storia che si rifà al suo primo caso di omicidio, perché la prima indagine, come succede in amore, non si scorda mai. Con lei a scriverla ritroviamo per la terza volta John Land, un autore che vive a Providence, nel Rhode Island, il quale a sua volta ha firmato o sceneggiato una quarantina e passa di lavori. 
La Signora in giallo, si diceva, che si rifà a una gettonatissima serie televisiva interpretata da Angela Lansbury, ancora sulla breccia nonostante i suoi quasi 95 anni (è infatti nata il 16 ottobre 1925). Pochi sanno che questa star di Broadway - figlia d’arte per parte di madre, mentre il padre era un noto politico - è di origini londinesi, anche se da chissà quanto tempo naturalizzata americana. Lei che, vestendo i panni di protagonista della notissima serie Murder, She Wrote (la cui prima uscita risale al settembre 1984 e conta su ben 264 episodi) si è proposta alla stregua di una brillante detective, capace di scovare il colpevole prima ancora che il locale sceriffo (o il poliziotto di turno quando è in giro per il mondo) riesca a capirci qualcosa. 
Ricordiamo inoltre che dal successo sul piccolo schermo all’arrivo sugli scaffali il passo sarebbe stato breve. E a farsi carico dei testi, in particolare, sarebbe stato Donald Bain (nato il 6 marzo 1935 e scomparso il 21 ottobre 2017), il quale strada facendo aveva firmato in prima persona o come ghost writer più di un centinaio di libri, diversi dei quali diventati bestseller. Il genere? Dalla commedia alla biografia, dal giallo al romanzo storico, con strizzate d’occhio all’informazione scientifica. Lui che per portare a termine la sua ultima fatica si era avvalso appunto della collaborazione di Jon Land, oggi attivo nel ruolo di solista in casa Flatcher. 
Ma veniamo al dunque. Come accennato Lezioni pericolose si rifà a un caso vecchio di un quarto di secolo. Come peraltro viene subito messo in chiaro nelle prime righe: “Signora Fletcher, quando ha risolto il suo primo omicidio? A chiedermelo la repoter del giornale scolastico della Cabot Cove High, seduta di fronte a me alla tavola calda di Mara, prima che iniziasse il delirio del pranzo…”. 
Di fatto di quel suo primo caso, Jessica, non ne aveva mai parlato con nessuno. Fermo restando che “a quel tempo non era ancora una scrittrice di gialli, ma solo una supplente di Letteratura inglese. E viveva ad Appleton, a mezz’ora da Cabot Cove, insieme al marito Frank (che sarebbe scomparso in guerra) e al nipote Grady, che avevano cresciuto come un figlio dopo che il padre era rimasto vittima di un incidente automobilistico”. 
A sconvolgere la sua vita senza particolari sussulti era stata la morte, in circostanze misteriose, dell’amato preside della scuola, Walter Reavis: per la prima volta Jessica si era così messa sulle tracce di un assassino al fianco di un altro improvvisato detective, lo sceriffo Amos Tupper (un personaggio accattivante che ha tenuto banco a lungo nella serie televisiva), dimostrando innate doti investigative e un fiuto invidiabile. 
Sta di fatto che l’accennata richiesta da parte dell’aspirante giornalista della sua scuola insospettisce la nostra Jessica. Anche perché “un nuovo misterioso omicidio e l’inaspettato invito alla festa di pensionamento di una vecchia collega di Appleton la convincono che i collegamenti con la sua prima indagine sono decisamente troppi per trattarsi di una coincidenza”. 
Secondo logica narrativa, “sorretta dal suo infallibile istinto, Jessica cercherà quindi di scoprire cosa sia davvero successo negli ultimi venticinque anni e chi sia il responsabile di quella scia di morte”. Fermo restando che quando “c’è un conto aperto col passato, sia nel crimine che nella vita, non si finisce mai di imparare...”.

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