Prima pagina

“Se la giustizia balbetta e i magistrati non sono imparziali la democrazia è a rischio”

Secondo il presidente emerito della Corte costituzionale, Antonio Baldassarre, la prescrizione è una garanzia per l’imputato, ma è stata utilizzata come terapia per contrastare l’eccessiva durata dei processi. La mancata uniformità dell’amministrazione giudiziaria lede il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge


10/02/2020

di Giambattista Pepi


Antonio Baldassarre

La prescrizione è una garanzia per l’imputato, ma è stata utilizzata come terapia per contrastare l’eccessiva durata dei processi. Questa norma avrebbe dovuto essere approvata dopo la riforma del processo penale, non prima. La verità è che se non si amministra bene la giustizia, non si ripristinano le garanzie per gli imputati, non si riducono i tempi di durata dei processi, sono a rischio la democrazia e la libertà delle persone. 
Antonio Baldassarre, giurista di lungo corso, apprezzato costituzionalista (ha insegnato nelle Università di Camerino, Perugia e alla Liss di Roma, di cui è stato anche vicepreside) nonché presidente emerito della Corte Costituzionale (ha scritto circa 400 sentenze) in questa intervista indica quale sia la posta in gioco a proposito della riforma del processo penale e della prescrizione voluta dal guardasigilli Alfonso Bonafede. 
Un argomento che divide e contrappone i gruppi parlamentari della maggioranza: M5S, Pd e Liberi e Uguali hanno siglato un accordo sul cosiddetto “lodo Conte bis” (fa scattare il blocco della prescrizione dopo la condanna in primo grado e lo fa diventare definitivo dopo una seconda condanna in appello), mentre Italia Viva si è detta contraria alla formulazione trovata e sulla riforma è stallo.  

Professor Baldassarre, la prescrizione è una garanzia o un vincolo? 
Dal punto di vista costituzionale è una garanzia a favore dell’imputato, cioè per colui che è sottoposto ad un processo. Va da sé che le garanzie comportano sempre anche vincoli dall’altra.

Ma se la prescrizione rappresenta una patologia del sistema, al tempo stesso l’istituto della sospensione non può essere un rimedio all’irragionevole durata del processo. Un problema che andrebbe risolto per altre vie. 
Proprio questo è il punto: al momento queste altre vie non si sono mai viste. L’eccessiva durata del processo condiziona il giudizio di costituzionalità. In nessun altro Paese non solo europeo, durano così tanto come da noi. Questo è un dato di fatto. Pensare e agire per sospendere la prescrizione è un rischio. Un cittadino che resti in balia della giustizia con un processo che può durare anche 20 o 30 anni, non è solo anticostituzionale ma è disumano. E quindi da questo punto di vista non solo gli avvocati, ma anche diversi magistrati, da ultimo in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario nei distretti della Corte d’Appello, hanno chiarito che, anche per loro, questa misura è anticostituzionale.

Hanno ragione? 
Sì, perché se si tiene presente la situazione di fatto esistente in Italia, la sospensione della prescrizione in ultimo grado in caso di condanna, alza moltissimo il rischio di un soggetto ad essere sottoposto per lunghissimo tempo ad un processo. 

Il sistema giudiziario non funziona ovunque in maniera uniforme: dove funzione meglio, la prescrizione non scatta. Ad esempio nel distretto giudiziario milanese i casi di prescrizione sono il 2,91% contro una percentuale nazionale del 24%. In questo caso c’è anche una disparità di trattamento che vìola il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge sancito dall’articolo 2 della Costituzione. 
Sì. Questo crea un ulteriore problema che è quello dell’uguaglianza di trattamento dei cittadini. Naturalmente, non è solo il distretto giudiziario di Milano an andare bene, va bene anche quello di Torino. Spiace constatare, invece, che in altri distretti funziona meno bene. Ad esempio nel Mezzogiorno. Lo dico con dolore perché il mio cognome rivela la mia origine meridionale. E tra i distretti dove la giustizia malfunzione debbo annoverare quello di Roma, che, sia detto senza offesa, si è molto “meridionalizzata” come città dal punto di vista del funzionamento dei servizi, sia statali, come, per l’appunto, quello giudiziario, sia regionali e comunali. E quindi questo fatto crea ulteriore diseguaglianza tra i cittadini. Un cittadino che sta in una zona dove i tribunali funzionano peggio ha un rischio più alto che le sue garanzie vengano lese, mentre un cittadino che vive in una zona dove funziona meglio, ha un rischio più basso. Voglio darle delle cifre.

Prego. 
Il giornalista Travaglio (direttore responsabile del Fatto Quotidiano - ndr), che ormai si considera un giurista a pieno titolo, cita Germania e Stati Uniti come esempi di Stati virtuosi perché la prescrizione non c’è. Mi limito a osservare solo questo: negli Stati Uniti la durata media di un processo è di un anno e mezzo. Inoltre negli Stati Uniti chi è assolto in primo grado e tanto più in secondo grado non può più essere condannato. Perché si ragiona, e non a torto, che se un giudice ha assolto una persona non c’è più quella condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”. In Germania un processo dura tre, al massimo quattro anni. In Italia, quando va bene, un processo dura 12-13 anni. E quindi stiamo parlando di realtà completamente diverse. È come se si provasse a paragonare il paradiso con l’inferno. 

Secondo lei è stato un azzardo avere votato la legge 3 del 2019 sull’interruzione dei termini di prescrizione senza aver prima riformato il processo penale incidendo sulla riduzione dei tempi? 
Assolutamente sì. Ammesso che la riforma del processo serva davvero a cambiare le cose. Perché in Italia si fanno sempre riforme per migliorare le cose e invece spesso si finisce per peggiorarle. Ricordo a questo proposito il professor Giuliano Vassalli, collega alla Corte Costituzionale, autore della riforma del Codice penale: è stato il primo a dire che la sua riforma non era poi servita allo scopo per cui era stata fatta. Ogni volta che si fa una riforma c’è un eccesso di colpevolismo negli esperti che hanno più dubbi e perplessità di quanti non ne avessero prima. Sarà per questo ma nelle riforme si mettono così tante condizioni e “tagliole” per il funzionamento del giudizio che anziché abbreviarlo lo si allunga. Noi abbiamo la realtà di processi lunghissimi non da oggi, ma da decenni. 

La maggioranza è divisa. Il Governo rischia grosso. Come si esce da questa situazione senza compromettere lo spirito della riforma e non pregiudicare un diritto fondamentale della persona contemplato nella Carta costituzionale? 
Purtroppo devo dire che vedo pochi margini di possibilità di una mediazione. Conosco bene Giuseppe Conte, siamo colleghi e amici e abbiamo scritto un libro insieme nel 2007. Conte è bravissimo nella mediazione. E’ uno dei migliori mediatori tra i giuristi italiani. Però il problema è che non è possibile trovare un compromesso: o la prescrizione c’è o non c’è.

Il cosiddetto Lodo Conte non è servito allo scopo? 
È difficile trovare una soluzione in grado di soddisfare le esigenze di chi è favorevole e di chi è contrario. Ma è giusto che ci provino.

Cosa ne pensa della riforma Bonafede? 
Qui si fanno riforme con le migliori intenzioni possibili, ma il problema è che si provano a volte delle soluzioni non appropriate poiché quelli che agiscono hanno una visione molto parziale delle cose e cercano di scaricare le colpe sugli altri. Una cosa è certa: che in tutte le riforme che sono state fatte, c’era una parte fondamentale del processo che è quella degli avvocati che non è stata tenuta in considerazione. Questo è un atteggiamento sbagliato: non si può arrivare alle riforme senza ascoltare una parte rilevante del processo che è quella degli avvocati, oppure considerare le loro osservazioni come considerazioni pregiudiziali e non dirette a cercare di trovare soluzioni soddisfacenti. Se le riforme vengono fatte solo da una parte, esse saranno sempre riforme di parte.

Dal 1992 a oggi 27mila persone sono state condannate ingiustamente. Sempre nello stesso lasso temporale, lo Stato ha pagato 772 milioni di euro per ingiusta detenzione. È un fatto molto grave questo in uno Stato di diritto. 
È un fatto gravissimo non grave. Perché il ristoro pecuniario, cioè il denaro pagato a titolo di indennizzo, non risarcirà mai abbastanza la privazione della libertà. Chi viene ingiustamente arrestato, non vede pregiudicata solo la libertà personale, ma vede compromesse anche la rispettabilità, l’onore, l’immagine. L’alta percentuale di errori conferma che il nostro sistema non funziona. Se non funziona bene il sistema giudiziario e non funziona bene il processo, la democrazia è a rischio.

Se ù si parla di riforma della giustizia, non si possono dimenticare le tristi vicende che hanno colpito il Consiglio superiore della magistratura con il caso del giudice Palamara. Il Csm non sembra proprio riflettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che non sembra proprio così trasparente come dice di essere. 
C’è e non da oggi. Io ho avuto le confidenze di vari soggetti che sono stati vice presidenti del Consiglio Superiore della Magistratura e che poi sono diventati giudici costituzionali: tutte mi hanno confidato che il modo in cui opera il Csm per adottare i poteri disciplinari è un sistema che lascia molto perplessi dal punto di vista del corretto modo di fare. Credo che sia stato sempre un organo con gravi difficoltà di funzionamento che poi finiscono per incidere anche sul funzionamento del sistema giudiziario. Personalmente non ho mai condiviso il fatto che i giudici fossero divisi per correnti: loro dicono ideali, io dico politiche. E’ un unicum che vige solo nel nostro Paese.

I magistrati sono imparziali e indipendenti? 
Guardi, qui faccio violenza su me stesso: voglio pensare di no perché se dovessi pensare di sì, vuol dire che allora la democrazia sarebbe veramente a rischio. Certo, anche la divisione in correnti concorre ad alimentare questo sospetto. Io non lo credo, ma se pensassi di sì dovrei smettere di fare il lavoro che faccio. Cioè il lavoro di giurista e costituzionalista. Questo argomento è molto serio e andrebbe affrontato all’interno della riforma della giustizia. La magistratura assolve un compito di grande responsabilità e pertanto deve fornire idonee garanzie di imparzialità, indipendenza e autonomia.

Quali sono le priorità nella riforma della giustizia? 
Ci sarebbe bisogno anzitutto di una semplificazione dei processi. Mi rendo conto che semplificare i processi significa avere un giudice diverso. Diverso per formazione. Purtroppo il modo di selezionare i giudici nel nostro Paese è insufficiente. E’ un tipo di selezione non diverso da quello adoperato per la scelta di un impiegato pubblico qualsiasi. Il giudice svolge una funzione delicata in qualsiasi Paese. Laddove funziona male la giustizia non si può parlare né di libertà, né di democrazia. Quindi la selezione dei giudici deve essere rigorosa e impegnata. C’è bisogno di un trading abbastanza consistente con garanzie che chi diventa giudice abbia quelle qualità di equilibrio, moderazione, autonomia che si richiedono in chi deve amministrare la giustizia.

(riproduzione riservata)