Cultura

“Raffaello pugnalato”: successe in quel di Brera nel 1958 allo Sposalizio della Vergine per mano di uno squilibrato

Marco Carminati propone ai lettori una serie di avventure legate ai lavori del genio di Urbino uscite sulle pagine del Sole 24 Ore Domenica, arricchite da altri testi debitamente aggiornati


05/02/2020

di Mauro Castelli


Quasi due mesi fa Marco Carminati mi aveva promesso un pezzo sul suo ultimo libro, Raffaello pugnalato (Il Sole 24 Ore, pagg. 116, euro 14,90), incentrato su quel grande pittore - Raffaello Sanzio appunto, in occasione dei 500 anni della sua morte - che aveva illuminato con il suo genio il nostro Rinascimento. In buona sostanza, lo dico da profano, uno dei più grandi artisti di ogni tempo, la cui opera aveva condizionato lo sviluppo del linguaggio artistico nei secoli successivi, dando vita a una scuola etichettata come manierismo
Detto per inciso, Marco lo conosco bene, avendo lavorato con lui nella stessa testata. E non mi ha quindi sorpreso (nessuno è un grand’uomo per il suo maggiordomo) quando ha risposto positivamente alla mia richiesta con la sua collaudata tecnica: “Certo, lo farò, anche se al momento sono preso. Dammi quindi un po’ di tempo e ti accontenterò”. Si vede che, pur lavorando in un quotidiano non ne ha assimilato i ritmi, in quanto in servizio nella redazione del supplemento settimanale del Sole 24 Ore, dove cura le pagine di arte, architettura e beni culturali. Insomma, una storia vecchia. Gliel’avrò infatti sentita raccontare cento volte… 
Detto questo, siccome nessuno è immune da virtù, devo dire che Marco - nato a Milano nel 1961, città dove si è laureato in Storia dell’arte medievale e moderna alla Cattolica, dove è diventato giornalista professionista nel 1990 e dove vive con la moglie e le sue due “bellissime figlie, Francesca e Maddalena”, alle quali ha dedicato questo libro - è persona di raffinata cultura, di piacevole impatto, mai sopra le righe. 
Come peraltro si conviene a chi si muove nel mondo dell’arte (ha fra l’altro dedicato alcune sue opere a Piero della Francesca, alla Gioconda di Leonardo da Vinci oltre che ai Codici miniati del maestro B.F.). E come fra l’altro molti ascoltatori di Radio24 avranno saputo apprezzare nella trasmissione Luoghi d’arte dedicata alla scoperta delle bellezze artistiche d’Italia. 
Ma veniamo al Raffaello Pugnalato firmato appunto da Marco Carminati, un lavoro - dedicato alla “vita davvero avventurosa di alcuni dei più celebri capolavori” del pennello Urbinate - che raccoglie articoli e recensioni raffaellesche uscite sulle pagine del Sole 24 Ore Domenica negli ultimi dieci anni, più alcuni testi provenienti da pubblicazioni collettive debitamente aggiornati e adattati per questa occasione. 
Ciò detto lasciamo la parola - per interposta scrittura - all’autore e a quanto ha avuto modo di annotare in una piacevole quanto ricca introduzione. 
“A vederli così, armoniosi e perfetti nelle composizioni e nei colori, i dipinti di Raffaello Sanzio - il pittore Divino, come fu definito per secoli - sembrano a prima vista calati direttamente dal cielo, e appaiono protetti e circonfusi da una sorta d’aura celestiale che ce li fa percepire algidi e incorrotti, come se il mezzo millennio che ci divide oggi dalla morte del suo creatore non fosse per nulla trascorso. 
Bene, diciamolo subito, questa è un’impressione sbagliata. Molti dei capolavori di Raffaello sono in realtà miracolosamente (questo è il termine giusto) sopravvissuti sino a noi, hanno conosciuto danni e traversie di ogni tipo, viaggi rocamboleschi, calamità naturali, furti, guerre ed anche errori di lettura e interpretazione. 
Non senza stupore sarà possibile apprendere in queste pagine le sorprendenti vicissitudini di opere come lo Sposalizio della Vergine, asportato dalle truppe di Napoleone da Città di Castello, portato a Brera e qui pugnalato da uno squilibrato nel 1958. Analogamente, si potranno seguire i lunghi viaggi di opere come il San Giorgio e il drago di Washington o la Madonna Sistina di Dresda, quest’ultima, tra l’altro, scampata ai disastri della Seconda guerra mondiale perché nascosta in una galleria ferroviaria. 
Un capitolo a parte è rappresentato dal clamoroso furto della Madonna Esterhazy, messo a segno nel 1983 nel Museo Nazionale di Budapest e risoltosi in pochi mesi, grazie a una brillantissima azione investigativa. 
A disastrosi inconvenienti andarono incontro altri manufatti dell’Urbinate, come la Madonna del Cardellino, travolta dal crollo di una casa a Firenze, o la Pala del Beato Nicola da Tolentino, rovinosamente lacerata dal terremoto che colpì l’Umbria nel 1789: oggi è conservata in pochi frammenti sparsi tra Brescia, Parigi, Napoli e Detroit. 
Non furono però solo le calamità naturali a infierire sui capolavori di Raffaello: ci si mise anche l’avidità degli uomini. La Deposizione di Cristo (detta anche Pala Baglioni), oggi conservata nella Galleria Borghese di Roma, fu oggetto ad esempio di un furto spudorato. Raffaello l’aveva dipinta nel 1507 su commissione di Atalanta Baglioni per la cappella di famiglia nella chiesa di San Francesco al Prato di Perugia. La Pala rimase al suo posto indisturbata per un secolo esatto. Poi finì nel mirino di uno dei più avidi collezionisti del tempo, il cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V. Scipione si era letteralmente invaghito di quest’opera negli anni in cui era vissuto a Perugia come studente e fece talmente pressione sull’onnipotente zio pontefice per farsi regalare il quadro. 
I francescani di Perugia assecondarono il desiderio del papa e nel 1608 la pala venne trafugata dalla città umbra e portata a Roma. È interessante sottolineare che il trasporto avvenne nottetempo per evitare le reazioni irate dei perugini, che puntualmente arrivarono, violente e sonore, una volta appresa la notizia della asportazione illegale del capolavoro. Nonostante le proteste però, il papa era il papa, Perugia non rivide mai più quel sublime Raffaello. Si dovette accontentare di una copia. 
Ma le pitture di Raffaello Sanzio furono persino vittime dei Lanzichenecchi. Durante il sacco di Roma del 1527, le truppe protestanti di Carlo V riuscirono a entrare nel Palazzo Apostolico e raggiunsero le Stanze di Raffaello. Qui, con un’arma bianca (una picca, una spada o un pugnale) un soldato incise alla base dell’affresco il minaccioso nome di Luther, come atto di offesa e spregio nei confronti del papa e della chiesa di Roma. Quel nome è rimasto indelebilmente inciso sull’intonaco, e ancor oggi, aguzzando la vista, è possibile leggerlo. 
In quanto ad avventure vissute da opere di Raffaello, una buona dose di racconti ci viene dalla bella biografia che Giorgio Vasari dedicò al pittore. Un gustoso aneddoto riguarda l’Andata al Calvario (detto Spasimo di Sicilia) oggi conservata al Museo del Prado di Madrid. Raffaello dipinse la pala a Roma e la spedì via mare a Palermo, destinandola alla chiesa di Santa Maria dello Spasimo. Ma una orribile tempesta percosse ad uno scoglio la nave che la portava - dice Vasari - di maniera che tutta si aperse e si perderono gli uomini e le mercanzie, eccetto questa tavola. Essa, così incassata [imballata] com’era fu portata dal mare in quel di Genova dove ripescata e tirata in terra fu veduta essere cosa divina, essendosi mantenuta illesa e senza macchia o difetto alcuno. 
Dunque fu rimbarcata e spedita a Palermo. Con ogni probabilità l’opera lasciò la Caput Mundi su un carro o una barca fluviale lungo il Tevere. Al porto di Ostia venne caricata sopra una di quelle navi commerciali che collegavano Palermo con Genova costeggiando i litorali italiani. E Vasari racconta che l’opera finita del tutto, ma non ancora condotta al suo luogo, fu vicinissima a capitar male…” 
Che dire: una “raccolta” che cattura, ben documentata, che si legge che è un piacere. E questo è un merito non da poco in quanto, oltre all’esperto, l’autore dimostra di saper scrivere per tutti.

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