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“Perché ho fatto carriera all’estero e non intendo tornare”: a parlare è Lorenzo Galluzzi, un cervello in fuga che oggi guida un laboratorio di ricerca oncologica a New York. Ma non solo…


11/10/2019

di Massimo Mistero


Tanti pregi e pochi difetti (sì, a pesare c’è quella passione per la caccia che si porta al seguito sin da ragazzino), ma in fondo, e meno male, nessuno è perfetto. In ogni caso una persona come si deve Lorenzo Galluzzi, che partendo da Zocca, un paesino appollaiato sull’Appennino modenese, è riuscito a imporsi - come cervello in fuga - a livello internazionale. Proponendosi, a soli 39 anni (è infatti nato a Formigine il 26 settembre 1980. Ma si è trattato di un caso, in quanto sua madre doveva partorire a Vignola, l’ospedale di riferimento, ma il suo ginecologo si era trasferito lì), come biologo di peso a livello internazionale, attivo nella ricerca oncologica. 
Lui che ai tempi del liceo si era dato da fare, nel periodo estivo, come addetto a un supermercato (lo ricordo in braghe corte affaccendato a sistemare le merci, forse immemore di quel complimento che gli avevo fatto: bravo, si parte sempre dal basso per arrivare in alto), segno evidente di una maturità che già lo accompagnava, magari inconsciamente, legata al fatto che nessuno nella vita ti regala niente… 
Lui che strada facendo si è dedicato alla fotografia, ferma restando una passione allargata al basket; lui che parla correttamente l’inglese, il francese e lo spagnolo (complice la compagna di vita e di lavoro, Aitziber, di origine basca); lui figlio di Denise, una piacevole signora francese di papà italiano che, che venendo in vacanza a Zocca, il paese d’origine del padre, aveva trovato l’amore sposandosi con Marco, con il quale tuttora vive. Lui che dopo aver frequentato il liceo scientifico sperimentale di Vignola aveva conseguito una laurea in Biotecnologie mediche (vecchio ordinamento) presso l’Università di Modena e Reggio Emilia con una tesi sulla quantificazione del Dna mitocondriale. 
Lui che, complice Erasmus, a partire dal settembre 2001 aveva trascorso un breve periodo come ricercatore a Turku, in Finlandia, per poi trasferirsi sotto la Tour Eiffel, dove avrebbe conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università di Parigi Sud con una tesi sulla resistenza alla chemioterapia delle cellule di tumore al polmone. 
In seguito avrebbe ricoperto per tre anni il ruolo di assegnista di ricerca presso l’Istituto Gustave Roussy di Villejuif, per poi lavorare come giovane investigatore nel gruppo “Apoptosi, cancro e immunità” del Centro di Ricerca parigino dei Cordeliers diretto da Guido Kroemer. 
Da qui il salto nell’olimpo della ricerca come capo di un laboratorio presso il Dipartimento di Radiologia Oncologica del Weill Cornell Medical College di Manhattan, a New York. Per non parlare del ruolo di professore onorario presso la facoltà di Medicina dell’Università di Yale negli Stati Uniti e presso la facoltà di Medicina René Descartes di Parigi. Non bastasse Galluzzi è anche direttore associato dell’Accademia Europea per l’Immunologia dei Tumori (European Academy for Tumor Immunology), nonché membro fondatore dell’Istituto di Ricerca Europea per la Patologia Cellulare Integrata (European Research Institute for Integrated Cellular Pathology). 
Che altro? Ad esempio un’intensa attività di pubblicazione: ha infatti scritto e dato alle stampe oltre 450 articoli su un centinaio di riviste scientifiche, frutto della collaborazione con oltre tremila ricercatori, in parte concentrati sulla sua attività di indagine su morte cellulare, autofagia, metabolismo e immunologia dei tumori. Nello specifico, Lorenzo Galluzzi “ha svelato alcuni dei link tra la reazione delle cellule tumorali allo stress e l’attivazione di una risposta immunitaria clinicamente rilevante nel contesto della chemioterapia e radioterapia”. 
Fermo restando il suo ruolo di editor capo di tre riviste scientifiche: OncoImmunology (che ha fondato con Guido Kroemer e Laurence Zitvogel nel 2011), International Review of Cell and Molecular Biology e Molecular and Cellular Oncology (ideato, anche in questo caso, con Guido Kroemer nel 2013). Inoltre si propone come editor co-fondatore di Microbial Cell e Cell Stress, nonché editor associato di Cell Death and Disease e Aging
Ma c’è dell’altro: secondo un’analisi pubblicata da Lab Times figura come il sesto, più giovane e primo degli italiani, dei 30 biologi cellulari europei più citati negli ultimi anni. Mentre Clarivate Analytics lo annovera come ricercatore altamente citato nel 2016, 2018 e 2019 (in due ambiti distinti). 
Proseguiamo. Lui caratterialmente deciso (in abbinata a una buona dose di precisione) che recentemente è stato invitato dall’Università romana La Sapienza a parlare di come l’autofagia possa rappresentare uno strumento-chiave per modulare l’efficacia dell’immunoterapia. Ma cos’è l’autofagia e perché è importante per l’immunoterapia? “L’autofagia è un meccanismo cellulare attraverso cui la cellula si sbarazza continuamente dei rifiuti ed è fondamentale affinché la cellula sana non sia invasa da questi rifiuti che ne impedirebbero il corretto funzionamento. Inoltre l’autofagia aiuta le cellule, sia quelle sane che quelle tumorali, ad adattarsi a condizioni di stress, come quelle che si verificano nei pazienti sottoposti alle terapie oncologiche”. 
Insomma, uno dei tanti cervelli in fuga Lorenzo Galluzzi che, pur beneficiando in questi giorni della cittadinanza onoraria di Zocca (dove ancora abitano i genitori), non ha alcuna intenzione di tornare in Italia. “In effetti - tiene a precisare - la strada del ricercatore non può non passare per l’estero. Semmai la vera domanda è perché rimanerci piuttosto che rientrare. In effetti, per quanto mi riguarda, oltre confine mi sono state offerte molte possibilità a tutti i livelli. E non si tratta solo di investimenti economici, ma anche di fiducia in chi ha appena iniziato per sfruttarne le potenzialità. In Italia, purtroppo, manca una vera e propria cultura al riguardo”.

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