Cultura

“Nel noir si nasconde il segreto per raccontare la nostra storia più oscura e la nostra guerra”

In predicato per il prossimo Premio Strega, l’autore de Gli sciacalli ci parla di questo suo ultimo romanzo, peraltro addentrandosi fra le pieghe delle passioni che strada facendo si sarebbero trasformate in lavoro e vita. “Con un desiderio insopprimibile di raccontare il visto e il mai visto”


17/02/2021

di Alessandro Carlini


Le mie passioni diventate lavoro e vita: i viaggi, l’estero, il giornalismo, la storia, la letteratura. Un desiderio insopprimibile di raccontare il visto e il mai visto. Si perché non sono vissuto durante una guerra mondiale, ma è come se ne portassi dentro la suggestione, l’impressione, i ricordi dei miei nonni, un mondo lontano che ritrovo nei racconti, nelle testimonianze, nei luoghi, negli oggetti. 
Il mio approccio al romanzo storico è metodico: si parte dai documenti originali, che devono essere rigorosamente inediti, e questo permette di stabilire un contatto con eventi che non ho vissuto direttamente. Così è successo anche nel caso de Gli sciacalli (Newton Compton, pagg. 382, euro 9,90), il mio ultimo romanzo, un noir che ci riporta alla turbolenta Ferrara del secondo Dopoguerra, fra regolamenti di conti, sanguinose vendette, bande di pseudo-partigiani, infiltrati fascisti, in una realtà in cui l’odio e la violenza ancora dominano, sebbene un intero Paese stia cercando di risorgere dalle ceneri e dalle rovine del nazifascismo. 
Ed ecco il personaggio di Aldo Marano, giovane sostituto procuratore, arrivato dall’Irpinia a Ferrara per un compito duplice e difficilissimo: come pubblico ministero deve portare alla sbarra gli aguzzini della Repubblica sociale che avevano compiuto stragi in città e come inquirente deve perseguire un gruppo di falsi partigiani che continuano a compiere vendette dopo la Liberazione, uccidendo non solo ex fascisti ma anche innocenti. 
I sospetti si allungano sull’amministrazione comunista della città e più si va avanti nelle indagini e si scopre che molti ex repubblichini sono riusciti a trasmigrare, senza problemi, da una parte all'altra. Tutto questo non è frutto dell’immaginazione ma emerge da un complesso di documenti, un vero e proprio memoriale, compilato all'epoca dei fatti dal magistrato Antonio Buono, a cui si ispira la figura di Marano. Materiale che mi è stato donato dalla famiglia del giudice scomparso nel 1988. 
Ho scelto la forma del romanzo storico e non del saggio per una ragione molto precisa. Prima di addentrarmi in una letteratura di genere, come quella gialla, ho studiato a lungo, partendo da questo studio illuminante, che consiglio: Il romanzo poliziesco, la storia, la memoria. Italia a cura di Claudio Milanesi. E lo cito: "Il giallo si appropria della precisione dei linguaggi delle scienze umane e dei sottocodici del linguaggio dei media che gli storici usano come documenti o come garanzia epistemologica. In una sorta di rovesciamento, la storia racconta e il romanzo spiega. O meglio, raccontare e spiegare diventano la stessa cosa. Raccontare diventa in sé un modo di capire. Come scrive Wu Ming 2: Occorre allora usare la lingua come strumento estetico ed epistemologico. Perché solo dicendo meglio possiamo capire di più. Pier Paolo Pasolini, riferendosi ai misteri d’Italia, scriveva: Io so, perché sono uno scrittore. Ci sono segreti che si possono dire solo trovando le parole giuste e una storia per raccontarli".
Il noir permette quindi di addentrarsi in alcuni aspetti della storia nazionale e descriverne anche le parti più oscure e recondite, sensazioni, emozioni, modi di essere, laddove il saggio costringe per sua natura a produrre una fonte circoscritta per le affermazioni che si fanno. La libertà del romanzo permette di muoversi su diversi livelli, entrare nella psicologia, consegnando figure umane che si avvicinano più al contemporaneo, al come siamo, qui e ora. 
Di sicuro una costante dei miei libri, e lo sarà immagino per gli anni a venire, è il tema della guerra. Mi sono chiesto spesso del perché di questa fascinazione personale. Un giorno sono stato al museo Meve, in provincia di Treviso, dedicato alla Grande Guerra. E lì ho trovato una risposta alla mia domanda assillante. All'ingresso una frase di Guido Ceronetti: "La Prima guerra mondiale non è mai finita e sta ancora continuando". La guerra escatologica, che doveva metter fine a tutte le guerre, ne ha generate a profusione e ancora i suoi parti mostruosi non si arrestano sfornando nuovi incubi, i nostri. Tutti quindi siamo, in un qualche modo, sopravvissuti, reduci, combattenti, vittime. 
Qualche anno fa mi trovavo nella città vecchia di Gerusalemme, dove stavo scrivendo un servizio giornalistico, e mi misi a fissare l'orizzonte, verso il deserto. La mia fantasia correva fra passato e presente. Sembrava che da un momento all'altro potesse arrivare Lawrence d'Arabia con la sua armata a cavallo. Il tempo però tendeva a cristallizzarsi nell'immobilità dell'orizzonte, senza eserciti in movimento ma disseminato di riflessi di luce, e nell'impossibilità di collocarmi in un momento storico preciso, tanto le guerre si rincorrono e inseguono, confondendosi l'una con l'altra. 
Alla fine si attende, come nella Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari, la nuova guerra che prima o poi busserà alle porte per coglierti, sempre, impreparato.

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