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“La fiamma nel buio”: un nuovo caso per Harry Bosch e Renée Ballard

Torna da par suo Michael Connelly, un autore da 74 milioni di copie. Le altre penne? Quelle dell’argentina Florencia Esteves e della napoletana Maria Rosaria Pugliese


23/03/2020

di Mauro Castelli


Un nome, una garanzia. Quello dell’americano Michael Connelly, nato a Filadelfia il 21 luglio 1956, uno fra gli autori di crime più amati al mondo, tradotto in 35 lingue e con un venduto di ben 74 milioni di copie. Complice un personaggio che ha lasciato il segno nella narrativa di settore: quello di Hieronymus “Harry” Bosch, il detective dell’Unità Casi Irrisolti della Polizia di Los Angeles che aveva fatto debuttare nel 1992 nel suo libro d’esordio. E che in seguito avrebbe tenuto banco in altri 21 romanzi. L’ultimo dei quali, La fiamma nel buio (Piemme, pagg. 394, euro 19,90, traduzione di Alfredo Colitto), lo vede affiancato per la seconda volta da una collega, Renée Ballard, che in men che non si dica ha già conquistato il cuore di molti lettori. 
Ma chi sono questi due intriganti protagonisti? Come già detto e ripetuto, Bosch non è un eroe, ma un tipo speciale, quanto mai abile nello scavare nei misteri del passato; un poliziotto fuori dalle righe che si porta al seguito una buona dose di violenza, ma soltanto a fin di bene; una figura ombrosa quanto geniale che ama aggirare i divieti e sfidare pericolosamente la burocrazia. 
E Renée Ballard? È una ex reporter di nera entrata a far parte della polizia di Los Angeles in quanto stufa di scrivere di omicidi e impaziente di risolverne qualcuno. Un’agente che in poco tempo si era guadagnata i galloni di detective alla Omicidi. Poi qualcosa era andato storto. Così era stata relegata al turno di notte, a godersi - dagli scomodissimi posti in prima fila - quello che in polizia chiamano “l’ultimo spettacolo”.  
Detto questo spazio alla sinossi de La fiamma nel buio, un thriller per certi versi unico che si nutre del lavoro investigativo di una coppia straordinaria, quella appunto costituita da Bosch & Ballard. Una coppia diversa anni luce, ma capace di integrarsi e di regalare spazio a una chicca narrativa che costringerà il lettore a fare le ore piccole per vedere come la storia andrà a finire. 
Come da incipit incontriamo un Bosch che si sorregge con un bastone (è infatti reduce da una dolorosa operazione a un ginocchio), ma che non vuole mancare al funerale di un vecchio detective in pensione che lo aveva affiancato per un paio d’anni. Un brav’uomo, John Jack Thompson, ma soprattutto un maestro che aveva insegnato a molti il mestiere. 
E in quel cimitero, dov’era arrivato in ritardo, Bosch osserva da lontano il gruppetto che assiste alla cerimonia, pensando alle cose che con lui aveva spartito e a quelle che aveva imparato. Ad esempio, a capire quando qualcuno sta mentendo durante un interrogatorio. John Jack aveva infatti il dono di saper riconoscere subito un bugiardo. Per questo con lui i delinquenti avevano vita dura, tanto è vero che non se n’era mai fatto scappare uno. O forse no, come poi vedremo. 
In effetti “quando si avvicina a Margaret, la moglie di Thompson, Bosch non si aspetta di scoprire che, anche dalla tomba, John Jack abbia un ultimo bugiardo da incastrare. Un cold case di vent’anni prima: l’omicidio di un ragazzo ritrovato senza vita in un vicolo frequentato da spacciatori. Un caso che John Jack si era portato in pensione, trafugando il fascicolo dagli archivi del Lapd”, ovvero il Los Angeles Police Department. 
Secondo logica narrativa Bosch decide di occuparsene. E c’è una sola persona, dentro la polizia, che può aiutarlo: Renée Ballard. “Così, tra un crimine e l’altro del suo turno di notte, Renée farà di nuovo coppia con lui per riaprire piste sepolte da anni di bugie. Perché tutti i bugiardi, prima o poi, finiscono per fare i conti con la verità”. 
Detto del libro, ancora una volta - lo ribadiamo - di piacevole e intrigante lettura, torniamo a Connelly. Per coloro che ancora non lo conoscono, ma saranno pochissimi, ricordiamo che è un autore, alla stregua del suo personaggio, fuori dalle righe, figlio di un artista incompreso e di una gran lettrice di gialli, timido e all’apparenza pacioso. In ogni caso capace di giocare sulla sua immagine, come quando si è regalato dei camei in alcune puntate della serie Tv Castle - Detective tra le righe, il cui protagonista è appunto un affermato scrittore. 
Che altro? Un collezionista di riconoscimenti: così si va da un Bancarella a un Raymond Chandler Award al “Noir in Festival” di Courmayeur (la sua presenza in Italia è diventata una specie di consuetudine per il largo seguito di lettori, in parte guadagnati grazie anche alla serie televisiva su Bosch della quale ha curato la sceneggiatura), da un Edgar Allan Poe a un Nero Wolfe, da un Dilys a due Barry, da un Macavity a due Anthony Award for best Novel e via dicendo. Il tutto supportato dalla consacrazione legata alla presidenza, nel biennio 2003-2004, del Mistery Writers of America. 
Insomma, un numero uno della narrativa di settore che non sbaglia quasi mai un colpo. Lui che, laureato in Ingegneria, aveva sognato sin da ragazzino di seguire le orme di Raymond Chandler, grande innovatore del romanzo giallo tradizionale (“Non sarei mai diventato quello che sono - ha avuto modo di dichiarare anni fa - se non avessi letto il tredicesimo capitolo de La sorellina”). Non a caso, quando si trasferì nella Città degli Angeli, fece il diavolo a quattro per poter prendere in affitto l’appartamento in cui era stata ambientata la trasposizione cinematografica di un suo lavoro, Il lungo addio, diretto da Robert Altman. 
E forse sarebbe stata proprio questa sua passione a farlo puntare, con alterne fortune, su collaborazioni giornalistiche incentrate sulla cronaca nera. Sin quando una sua inchiesta, portata avanti assieme ad altri due colleghi, venne candidata al Premio Pulitzer, la qual cosa gli valse l’assunzione come criminologo nella redazione del Los Angeles Times
A quel punto Connelly avrebbe sfruttato a fini narrativi i suoi trascorsi vicini alla polizia, perfezionando peraltro le tecniche di indagine nel campo dei delitti. Sarebbe in tal modo maturata la trama de La memoria del topo, con la prima volta di Hieronymus “Harry” Bosch, nome rubato a un famoso pittore olandese molto amato dalla madre. Sta di fatto che da allora in poi le luci della ribalta sarebbero diventate per lui una piacevole consuetudine.  


Il secondo suggerimento per gli acquisti riguarda una giornalista di cronaca nera argentina, che si è occupata dei casi criminali più clamorosi del suo Paese, incassando per tre anni consecutivi il premio Martin Fierro come miglior giornalista donna. Stiamo parlando di Florencia Etcheves, nata a Buenos Aires il 22 novembre 1971, città dove si è laureata, dove ha seguito un corso di scrittura creativa, dove si è dedicata a trasmissioni televisive di successo e dove si è data da fare come attivista per i diritti delle donne. 
E per quanto riguarda il suo ruolo di autrice? Dopo aver debuttato nel novembre 2007 con un lavoro scritto a sei mani con Liliana Caruso e Mauro Szeta intitolato No somos ángeles, avrebbe iniziato a “giocare” da solista, a partire dal 2012 e a cadenza biennale, con il genere poliziesco, pubblicando La virgen en tus ojos, La hija del campeón e Cornelia, tutti “interpretati” dal criminologo Francisco Juanéz. 
Cornelia, si diceva (che ha ispirato nel 2018 il film Perdida prodotto dalla Netflix), un romanzo che è ora arrivato sui nostri scaffali - per i tipi della Marsilio - appunto come Scomparsa (pagg. 318, euro 18,00, traduzione di Valeria Raimondi). Un libro di denuncia, popolato di personaggi strani e inquietanti, incentrato sul dramma della tratta delle bianche. A fronte di una indagine che svela, con “travolgente crudeltà”, il marcio che accomuna i bassifondi e i salotti lussuosi della società argentina. Ma anche una storia che si nutre di figure femminili ben caratterizzate e che si addentra fra le pieghe di un viaggio attraverso l’Argentina, da Buenos Aires alle montagne della Patagonia, sulle tracce di una ragazzina “inghiottita dalle viscere della terra”. 
E per quanto riguarda la trama? Inizialmente semplice, facile come bere un bicchier d’acqua. Cinque studentesse quindicenni (Cornelia, Pipa, Micaela, Mariana e Leonora, allieve della prestigiosa scuola inglese di Baires, il Dullmich College) partecipano, insieme alla loro insegnante di Scienze naturali Ludmila Roviralta, a una gita a El Paraje, un paesino nel sud del Paese rimasto “popolato solo da ombre” dopo una violenta eruzione del vulcano Tunik. 
Unico luogo dove poter dormire e mangiare è la modesta locanda della famiglia Alonso, dove la comitiva trova alloggio. Lo scopo del viaggio è ufficialmente quello di studiare i danni causati dall’eruzione di alcuni anni prima. In realtà a tenere banco, nelle intenzioni della loro professoressa, è una lezione di vita da impartire alle sue viziatissime allieve. Tanto viziate da non perdere tempo. La sera stessa del loro arrivo, d’accordo con il giovane e attraente Ariel Alonso, le cinque ragazze decidono infatti di trascorrere una allegra serata nel bar del paese. All’insaputa dell’insegnante, ovviamente. Il mattino dopo, all’appello, manca però Cornelia, che di cognome fa Villalba. È infatti sparita nel nulla. Unico indizio una sua catenina ritrovata sulla neve a pochi passi dalla locanda. 
Un salto in avanti nel tempo: a dieci anni da quella tragica notte, nella chiesa di Santo Domingo a Buenos Aires, in occasione di una messa celebrata in ricordo di Cornelia, ritroviamo le quattro amiche di quella gita. Alla cerimonia, oltre ai facoltosi familiari della ragazzina scomparsa, prende parte anche un’anziana donna, Antonia Delgado, appassionata di necrologi, che aveva seguito con grande interesse le notizie di stampa relative alla sparizione e alle successive, inutili, ricerche. 
Sta di fatto che sarà proprio questa celebrazione che scaraventerà Pipa - alias Manuela Pelari, diventata nel frattempo agente di polizia in servizio nella locale sezione Omicidi - a far di conto con alcune strane coincidenze che sembrano aprire nuovi spiragli sulla scomparsa dell’amica. E appunto per questo viene convinta dalla madre di Cornelia - sicura che la figlia sia ancora viva e insospettita dai necrologi che un individuo misterioso ha fatto pubblicare per lei - a riaprire l’indagine e a lasciarsi inghiottire, proprio come l’amica, dalle nevi del Sud, dove l'incubo era cominciato. Insomma, a sua volta a sparire… 
Il giudizio? Un giallo ben orchestrato (definirlo un thriller risulta però forse eccessivo), ricco di personaggi ben caratterizzati, sapientemente incentrato sulla ricerca di una verità troppo a lungo tenuta nascosta. Anche per colpa di una polizia non proprio immacolata. Il tutto supportato, come si conviene, da un finale imprevedibile. 
E per quanto riguarda il criminologo Francisco Juanéz, un uomo benvoluto e rispettato nelle forze dell’ordine, nonostante la sua superbia in alcune occasioni gli avesse procurato più di un nemico? Non ha un peso da protagonista vero in questa storia, pur avendo un suo ruolo ben definito. Di fatto lo incontriamo reduce da un incidente d’auto che gli era quasi costato la vita. E i lunghi mesi di riabilitazione avevano convinto tutti che per lui fosse finita. Invece, appena rientrato al lavoro, incontra casualmente in caserma la citata Antonia Delgado, una specie di “storica della morte”, che… 


In chiusura di rubrica una new entry nella scuderia Fratelli Frilli di Genova, giunta al suo ventesimo anno di attività editoriale: quella della napoletana Maria Rosaria Pugliese, che in corso d’opera è stata presa in considerazione dal… mondo dei premi per i suoi lavori. E precisamente: Pazienti smarriti, Carrettera. Quattordici storie strada facendo e Fontaine blanche
Presente anche in antologie di racconti e di poesie, questa autrice è ora tornata sugli scaffali con Omicidio ad alta quota (pagg. 186, euro 12,90), un noir incentrato su una indagine legata alla figura del commissario Nino de Santis. Ed è quasi una beffa per lui, aerofobico conclamato, doversi occupare di un delitto avvenuto su un aereo. Insomma, un omicidio che gli è caduto addosso alla stregua di una punizione. Perché il solo pensiero di sollevarsi da terra, di rimanere sospeso a diecimila metri d’altezza senza poter controllare nulla, gli scatena immagini angoscianti. Una paura che gli si era radicata addosso, ancora di più se mai ce mai ne fosse stato bisogno, dal giorno in cui era diventato padre della piccola Martina. 
Nino de Santis, si diceva. Di fatto un pantofolaio, tutto lavoro e famiglia (della quale fa parte anche l’affettuosa cockerina Prugnetta), alle prese con il desiderio mai estinto di fumarsi una sigaretta anche dopo tanti anni di astinenza e con la brutta compagnia, stimolata dal clima freddo-umido del dicembre ambrosiano, di una fastidiosa artrosi cervicale. 
Detto questo, spazio alla sinossi. “Lo stilista Giosafat Gori, fiorentino di nascita ma milanese d’adozione, ambasciatore della moda italiana nel mondo, viene avvelenato sul volo AF 4504 con destinazione New York”. Secondo logica narrativa l’omicidio scuote l’ambiente delle passerelle. Un delitto - come accennato - del quale dovrà occuparsi il nostro de Santis, un poliziotto meridionale in servizio presso la Questura di Milano che, come anticipato, su un aereo non ci ha mai messo piede e neppure ha intenzione di farlo. Un incarico quindi sgradito, che malvolentieri porterà avanti con il supporto dell’ispettore Lezzi. 
Lui uomo bonariamente sarcastico, che ha abbracciato le abitudini nordiche, complice l’amata moglie meneghina Laura, benché gli continuino “a fremere le radici della propria terra allungata sul mare, il borgo costiero più piccolo d’Italia. Ed è con la stessa grinta con la quale gli antenati affrontavano il mare in tempesta e i predoni saraceni, che prende a navigare tra una miriade di informazioni contenute in un’agenda rinvenuta dalla figlia della vittima, Margot, un’inglese che non sembra un’inglese”. 
A fargli da bussola “è l’intuito dell’investigatore di razza. Gli si schiude così l’universo della Mondial Glamour, facendo emergere, al di là della patina dorata, l’affollata solitudine di Giosafat Gori, gli intrecci meschini dei soci Galbiati e Castelli, entrambi snob e principali indiziati, le ambizioni distruttive di modelle straniere, la febbre spasmodica per il tavolo verde, la ricerca ossessiva della bellezza e della forma perfetta”. Insomma, un gioco di specchi dove l’importante è non essere, ma apparire. Con la scappatoia, nel caso della nostra vittima, dell’amicizia che lo vedeva legato a un modesto artista, Mirko Lucchesi, conosciuto quando lui ancora non aveva raggiunto l’apice del successo. 
Ma torniamo al delitto: a spianare la strada che porterà alla verità sarà il Dvd custodito da fra Leopoldo, “un francescano enigmatico quanto erudito della Basilica di Santa Croce, in Firenze, dove de Santis si recherà, in una breve trasferta, per incontrarlo, rimanendo estasiato dalla profusione di meraviglie del Tempio delle Itale Glorie”. 
Che dire. Una discreta prova narrativa, con qualche peccato veniale al seguito e una scrittura che a volte si perde in inutili ghirigori. Ma l’idea di base, a partire dalla ben tratteggiata figura del commissario, è quella giusta. Le concediamo quindi il beneficio dell’appello.

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