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“L’Ue risponderà alla crisi, ma sull’Italia pesa l’incognita della carenza di progettualità”

Il Governo, secondo l’economista Francesco Giavazzi, è intervenuto sull’emergenza, ma non ha fatto ancora niente per la ripresa. E il Dl semplificazioni non taglia la burocrazia. L’Europa stavolta farà la sua parte (oltre 81 miliardi a fondo perduto e 127 di prestiti a tasso favorevole), ma il Recovery Fund non funzionerà come un Bancomat: ci saranno condizioni, controlli e dovremo presentare progetti seri e saper spendere i fondi che riceveremo


20/07/2020

di Giambattista Pepi


Sull’emergenza il Governo ha fatto quel che andava fatto, sia pure con evidenti limiti, ma sulla ripresa siamo a zero. Francesco Giavazzi, economista della Bocconi è tranchant nel giudizio sull’operato del Governo guidato da Giuseppe Conte e non smentisce il cliché di intellettuale libero e pragmatico, come del resto fa da anni dalle colonne del Corriere della Sera, di cui è editorialista. 
Definisce una “cosa straordinaria” e “senza precedenti” l’accordo sul Recovery Fund, raggiunto a Bruxelles, dopo quattro giorni di estenuanti trattative, tra i Capi di Stato e di Governo dell’Ue. Sul piano straordinario di finanziamento, una sorta di Piano Marshall da 750 miliardi di euro (a noi andranno 81,4 miliardi a fondo perduto, mentre i prestiti a tassi favorevoli saliranno da 91 a 127) che servirà per la ricostruzione dell’economia dell’Ue caduta in recessione a causa della pandemia Covid-19, è stato raggiunto un onorevole compromesso.
La partita era difficile, ma nessuno dei 27 leader europei esce realmente sconfitto dalla maratona. Vincitori invece ce ne sono tanti. Tra cui i mediterranei, con Italia e Spagna in testa, che portano a casa un guadagno netto sui fondi del Recovery e soprattutto sulle sovvenzioni a fondo perduto che, anche se scendono sotto i 400 miliardi, non riducono di molto la parte destinata ai piani di rilancio rispetto alla proposta iniziale. Per chiudere la dura battaglia sulla governance si è invece trovato un compromesso che fa cantare vittoria a Mark Rutte, il premier dell’Olanda, che voleva il controllo sulle riforme degli altri, e non lascia completamente scontenta l’Italia, che si opponeva fermamente a lungaggini e intoppi nel processo di approvazione dei piani di rilancio e nell’esborso dei fondi. Il meccanismo chiamato “super freno d’emergenza” consente ad un Paese di portare i suoi dubbi sui piani di riforma all’Ecofin, ed eventualmente anche al Consiglio europeo, ma con un processo non automatico. Ma lancia un monito all’Esecutivo: non pensi che Bruxelles sia un Bancomat, dal quale digitando il Pin, si possa prelevare e spendere a piacimento. “Ci saranno delle condizionalità molto precise” spiega. 
E “L’Italia dovrà dimostrare se è capace di spendere le risorse che chiede sulla base di progetti reali e credibili per la realizzazione di infrastrutture con tempi e modalità certe e verificabili”. Quanto al Mes si meraviglia che il Paese non voglia farvi ricorso pur essendo i fondi immediatamente disponibili, a basso costo e senza condizionalità. “Non è una questione ideologico-politica, ma semplicemente stupidità”. 
Per la cronaca Giavazzi, laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, ha poi conseguito il dottorato in economia all’Istituto di tecnologia (Mit) dell’Università di Cambridge a Boston, nel Massachusetts, e attualmente insegna politica economica all’Università Luigi Bocconi di Milano della quale è stato pro-rettore alla ricerca dal 2000 al 2002.

L’economia italiana sta affrontando la crisi economica più grave dai tempi della Seconda guerra mondiale. Ma quanto è profonda questa crisi? 
La crisi ha un’origine molto chiara: è il virus. Quello che è successo è sotto i nostri occhi. La sua gravità dipenderà dall’evoluzione della pandemia. Se il virus scomparisse come alcuni sperano alla fine dell’estate, il sentiero della ripresa è segnato, ma se, come purtroppo stiamo dolorosamente constatando, occorrerà attendere un vaccino, la situazione sarà diversa. Possiamo dire che non dipende solo dall’uomo fermare la diffusione del virus, o, per meglio dire, dipende anche da noi indirettamente, cioè se siamo disposti tutti ad adeguarci alle prescrizioni e raccomandazioni delle autorità sanitarie e politiche: mantenere il distanziamento sociale, utilizzare nei luoghi chiusi la mascherina, usare le norme igieniche più elementari (lavare le mani, utilizzare i disinfettanti), evitare gli assembramenti. E ancora impedendo l’ingresso di persone provenienti da Paesi nei quali la crisi sanitaria è in svolgimento e non accenna a diminuire. 
Ecco con questi comportamenti virtuosi e con misure di embargo possiamo contenere la diffusione del virus. Poi c’è il capitolo della scienza e della ricerca: ci sono molte promettenti sperimentazioni di candidati vaccini, ma il vaccino ancora non c’è. 
Ora, per quanto ci riguarda, l’Italia ha pagato un prezzo tra i più alti alla crisi sanitaria con oltre 35mila morti, e ci sono ancora diverse persone ricoverate mentre molte altre sono costrette a rimanere confinate a casa. Qua e là sono esplosi focolai da circoscrivere e monitorare. Ma ha anche pagato un prezzo elevato in termini di perdita di ricchezza e di lavoro con il lockdown. Ora la crisi c’è, e bisogna uscirne presto e bene.

Il Governo è intervenuto, da un lato attraverso misure di protezione dei lavoratori che hanno interrotto l’attività, dall’altro attraverso interventi finalizzati a soddisfare i fabbisogni di liquidità delle imprese, anche attraverso garanzie pubbliche ai prestiti bancari. Ma ha fatto ciò che andava fatto o doveva muoversi diversamente? 
Ha fatto ciò che andava fatto perché eravamo in un momento in cui i lavoratori non potevano lavorare e le imprese produrre. O comunque la maggior parte di loro. Ma lo ha fatto male perché, ancora adesso che siamo nella seconda metà di luglio, ci sono lavoratori privi della cassa integrazione, professionisti e altri lavoratori che attendono i bonus, e imprese che devono ancora ricevere i prestiti con garanzia o senza garanzie statali dagli istituti di credito.  Per cui rilevo un problema grave di incapacità dell’Amministrazione statale e di alcune Regioni di rispondere con rapidità ed efficacia al fabbisogno di liquidità e di aiuti di famiglie e imprese.

L’Esecutivo ha commesso errori
Sì. Ci sono stati errori perché ci si è rivolti alle banche per fare giungere liquidità alle imprese, con i famosi 30mila euro, e le banche li hanno considerati un prestito e quindi li hanno dati con il contagocce. Questi sono stati gli interventi, sia pure con i limiti cui ho accennato, nella fase dell’emergenza. Ma sulla ripresa ancora non si è fatto niente. Qui siamo a zero.

La crisi non dipende solo da ciò che farà il nostro Paese, ma dalla risposta unitaria dell’Europa, dalla sua capacità di reagire insieme a una crisi simmetrica. È d’accordo? 
L’Europa probabilmente farà molto più di quanto mai abbia fatto nella sua storia. Però le faccio un esempio perché si capisca meglio quando dico che molto dipende da noi. Il ministero delle Finanze dispone di fondi per 30 miliardi di euro da poter impiegare nella realizzazione di infrastrutture stanziati con la Legge finanziaria del 2015. E allora, se io fossi un osservatore, sarei portato a chiedermi: prima di richiedere altri fondi, in questo caso quelli che dovremmo ricevere dall’UE, una volta approvata il piano di intervento, perché non utilizzare quelli in bilancio non ancora spesi? Dipende più da noi che dall’Europa saper uscire dalla crisi presentando progetti reali e credibili da finanziare con i fondi europei.

Cosa ne pensa del Decreto legge semplificazione? È la panacea per il mal di burocrazia di cui soffre il Paese? È il cambio di passo che ci serve per riconfigurare il rapporto Pubblica amministrazione- cittadini? E per quanto concerne gli investimenti in opere pubbliche? 
Ci sono due aspetti diversi tra loro. C’è l’effetto di semplificazione e di riduzione della burocrazia che, così come tutti i tentativi effettuati in passato, non porterà a nulla. Perché per ridurre la burocrazia bisogna intervenire in modo diverso. Non ci vogliono più norme perché i burocrati siano più rapidi o meno inefficienti, ma ce ne vogliono di meno. Se riduci le leggi, riduci le norme, ma se fai una legge - come questo provvedimento - che ne aggiunge di nuove, saranno pur sempre i burocrati a amministrarle. 
 Questo decreto è fatto di centinaia di articoli che non semplificano il quadro legislativo, ma lo appesantiscono. E’ la strada sbagliata quella percorsa dal Governo. Per quanto riguarda l’aspetto legato alle opere pubbliche da appaltare, la cosa da fare è accelerare, tagliare i permessi, le autorizzazioni. Ma è chiaro che se vuoi bypassare le norme vigenti, con altre che ne semplifichino i passaggi, li riducano, si corre il rischio di ledere obiettivi fondamentali.

Per esempio? 
Per esempio in materia di protezione dell’ambiente. È ovvio che se io “taglio”, o sopprimo non tutte ma alcune norme approvate nel corso degli anni dal legislatore per proteggerlo, è evidente che vado più veloce, ma rischio di sacrificare proprio quel bene che avrei dovuto tutelare.

Il varo del Recovery Fund che ha una dote di 750 miliardi di euro, senza naturalmente trascurare Sure, Mes e Bei, prefigura un intervento senza precedenti.  Quali sono secondo lei i punti di forza e di debolezza in questa articolata manovra di risposta alla crisi da parte dell’Unione? 
La cosa più straordinaria che è accaduta è che per la prima volta la Germania ha accettato di usare la politica fiscale in modo massiccio sia per sé sia per tutti gli altri Paesi Ue. Ci sono, però, degli aspetti da tenere presenti. Anzitutto c’è una compensazione: se fa di più la politica fiscale, farà meno quella monetaria. Non dobbiamo illuderci che possiamo ottenere benefici da tutte le parti, e cioè che la Bce continuerà a comprare senza limiti decine e decine di miliardi di euro di controvalore dei titoli del nostro debito pubblico (questo vale anche per gli altri Paesi periferici dell’Unione: Spagna, Portogallo, Grecia) e così via, finanziando la nostra spesa pubblica. 
Quindi quanto più saranno attuati e affinati gli strumenti della politica fiscale a livello europeo e tanto più verranno progressivamente ridotti gli acquisti di titoli da parte della Bce. Insomma ci sarà, come dicevo all’inizio, una compensazione tra questi strumenti. E poi perché noi italiani ci avviciniamo agli strumenti europei con l’atteggiamento di chi sta andando al Bancomat con il Pin a prendere denaro contante da spendere a piacimento. Non è così che funzionerà il Recovery Fund.

E come funzionerà? 
Ci saranno delle condizionalità molto precise. L’Italia dovrà dimostrare se è capace di spendere le risorse che chiede sulla base di progetti reali e credibili per la realizzazione di infrastrutture con tempi e modalità certi e verificabili. Quando si invieranno questi progetti a Bruxelles, ci si potrà sentire rispondere: ma come mai hai dal 2015 in bilancio 30 miliardi di euro da spendere per fare infrastrutture, e a me chiedi altre risorse? Dimostra prima di sapere spendere quelli che hai stanziato, altrimenti mi viene il dubbio che non sei capace di sapere impiegare nemmeno le tue risorse, figuriamoci se ci riesci con i fondi europei! Sarà molto più complicato di quanto immaginiamo utilizzare i fondi del Recovery Fund.

Perché in Italia si punta sul Recovery Fund che ha condizionalità, e non sul Mes che non ne ha se non quella dell’impiego dei fondi per la sanità?  
Con il Mes si tratta di fare progetti nell’ambito sanitario, visto che il sistema ha risposto a dovere durante la crisi, ma ha certamente bisogno di interventi sulle strutture, le apparecchiature, le strumentazioni, la formazione e la qualificazione del personale medico e para sanitario, la ricerca e così via. Fare invece dei progetti infrastrutturali e finanziarli con il Recovery Fund è invece più complicato. Questa è la vera sfida che ci attende.

Il Mes è più una questione ideologico-politica o di convenienza economica? 
Più che una questione ideologico-politica, è una questione di stupidità perché ci siamo legati al punto che il Mes ha tanta condizionalità e quindi non lo vogliamo e il Recovery Fund non ce l’ha e quindi siamo tranquilli. Invece è esattamente il contrario. La condizionalità del Recovery Fund, se varato, sarà molto più pervasiva di quella del Mes. Secondo me è uno slogan politico detto in un momento particolare per cui adesso sarebbe difficile dover riconoscere di essersi sbagliati.

Come finirà la partita al Consiglio europeo? C’è una contrapposizione tra Paesi frugali, Paesi solidali e Paesi che chiedono la riduzione del budget. Questa volta però non ci sono più i tedeschi dalla parte dei falchi. Salterà il banco o tutto sarà oggetto di un compromesso? 
No, il banco non salterà. Il Recovery Fund è stato lanciato con la calibrazione franco-tedesca. Dove invece i Paesi cosiddetti “frugali” (Olanda, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia - ndr) insisteranno sarà proprio quello della dotazione, dei rimborsi, e dei controlli e in cambio daranno il via libera allo strumento. I controlli su come saranno investiti i fondi del Recovery Fund saranno affidati alla Commissione Europea e, in parte, al Consiglio europeo. Questa ultima sarebbe un controllo politico, quindi più penetrante e quindi più difficile da soddisfare.

L’emissione di Recovery Bond garantiti dal budget Ue fa fare un passo avanti significativo al progetto europeo? 
Sicuramente è un passo avanti straordinario perché quello che accadrà è se l’UE si indebita poi dovrà avere accesso a risorse proprie per pagare gli interessi sui titoli del debito che ha emesso. Quindi è un primo passo verso la situazione in cui l’Unione avrà la possibilità di accedere direttamente al gettito fiscale dei vari paesi che è poi quello che è accaduto negli Stati Uniti alla fine del Settecento. Questo è un passo storico. Però anche lì stiamo attenti: tanti più titoli emette la Commissione Europea e tanti meno titoli del debito pubblico emessi dall’Italia comprerà la Bce. Quindi le risorse che arriveranno all’Italia dall’Europa con la condizionalità non ci permetteranno più di fare deficit a nostro piacimento.

Naturalmente l’economia è esposta ai rischi dell’accumulo di debito pubblico, tanto in virtù della dimensione del nostro che dei problemi di sostenibilità che derivano dalla bassa crescita negli ultimi vent’anni. Un debito di queste dimensioni diviene difficile da sostenere se non accompagnato da un rafforzamento della crescita? 
Il debito di per sé non è un problema. La Gran Bretagna uscì dalla Seconda guerra mondiale con un rapporto tra debito e Pil pari al 250%, cioè un centinaio di punti più dell’Italia oggi. E poi a metà degli anni Sessanta del Novecento quel rapporto era sceso da 250 a 40, perché l’economia britannica era cresciuta. Se un Paese cresce il problema del debito scompare da solo, se non cresce si avvita nel debito. Perché questo Paese da anni non cresce o comunque cresce piuttosto poco?

Già, perché? 
La colpa non è perché facciamo parte dell’Unione europea, né perché abbiamo adottato l’euro. L’Italia ha dato vita alla Comunità europea nel 1958. Dal 1958 fino all’inizio degli anni Novanta siamo cresciuti più degli altri Paesi europei. Quindi dieci anni prima dell’avvento dell’euro. Poi la crescita della produttività italiana si è arrestata. Quindi non è un problema dell’UE, né della moneta unica se la nostra crescita è bassa. Bisogna capire perché la produttività è bassa. Il problema non è che tutte le imprese italiane sono poco produttive, il fatto è che ne abbiamo di poco produttive. Il fatto è che la media tra le prime e le seconde ci penalizza rispetto ad altri Paesi.

In definitiva quando saremo usciti da questa inedita crisi saremo messi meglio di prima che scoppiasse l’epidemia o peggio? 
Dipende molto da come il Governo affronterà questa fase 2 o 3, quella in cui siamo adesso: se l’affronta con l’idea che bisogna tornare a fare esattamente quello che facevamo prima, siamo rovinati.  Faccio un esempio. Se a Venezia che adesso è molto debilitata per il fatto che sono scomparsi i turisti si pensa che torneranno le navi da crociera come prima, allora non si ricomincia. Non torneranno più le navi da crociera. Così come non torneranno molte altre cose che prima dell’epidemia si facevano. Quindi i Paesi che capiranno che il mondo dopo il Covid-19 sarà diverso e coglieranno l’occasione per riconvertire la loro economia, ce la faranno a uscire dalla crisi e si rafforzeranno, quelli che si attarderanno e penseranno di potere tornare a come erano prima penso che saranno perdenti.

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