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“L’Italia potrà superare la crisi: la ripresa sarà lenta, ma cambieremo in meglio”

La manovra del Governo - secondo Manuela D’Onofrio, manager di UniCredit - è positiva, ma non sufficiente. In ogni caso non ci sarà ristrettezza creditizia perché oggi le banche sono parte della soluzione del problema della rinascita post Covid-19. Inoltre, a differenza del passato, l’Ue ha agito con risolutezza e coraggio


18/05/2020

di Giambattista Pepi


Manuela D’Onofrio

Ritiene positiva, ma non sufficiente, la manovra del Governo per fronteggiare la recessione in cui è caduta l’economia a seguito del “congelamento” delle attività produttive. Esclude una nuova stagione di ristrettezza creditizia e, anzi, si dice certa che le banche siano parte fondamentale della soluzione della ripresa post-Covid-19. Fermo restando che ci vorrà tempo per superare la crisi. Inoltre l’Italia non è sola: a differenza della reazione alla presedente crisi, ora l’Unione Europea ha risposto con risolutezza e determinazione mettendo in campo strumenti e risorse per aiutare le economie di tutti i Paesi membri. 
Ecco ciò che pensa Manuela D’Onofrio, Head of Group Investments & Solutions di UniCredit, nell’intervista concessa al nostro giornale. Nella quale si dice fermamente convinta che “supereremo questa crisi” e che il “mondo che verrà sarà più sostenibile” di quello di adesso “non solo dal punto di vista dell’impatto ambientale ma anche del modo di lavorare”.

Per affrontare la depressione in cui è caduta l’economia a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19 il Governo ha messo in campo un ventaglio di strumenti. Reputa che bastino?  
È un buon inizio, ma potrebbe non essere sufficiente. Gli interventi vanno nella giusta direzione ma è evidente che i danni provocati dal prolungato blocco delle attività farà sì che la ripresa sarà graduale. Sicuramente ci sarà un atteggiamento prudente da parte dei consumatori visto che molti hanno perduto il lavoro e avranno poco reddito disponibile da spendere. D’altra parte anche gli imprenditori saranno cauti sugli investimenti. Penso che ci vorrà una maggiore visibilità. Ma la manovra recentemente approvata va nella giusta direzione.

Dal 4 maggio l’Italia ha “riacceso” il motore dell’economia. Come sarà la ripresa e quanto tempo occorrerà per tornare a vedere la luce? 
Penso che questa crisi, che è la più pesante del Dopoguerra perché non è solo economica ma anche umanitaria, richiederà tempi lunghi. È difficile prevedere quando tempo ci vorrà perché non sappiamo né quando la pandemia finirà, né quando sarà disponibile un vaccino che ci protegga dal ritorno del virus, e non sappiamo nemmeno se ci saranno delle mutazioni oppure no. Quello che posso dire è che la ripresa ci sarà, grazie alle misure straordinarie messe in campo dall’Italia e dall’Unione Europea. Per poter vedere dei dati positivi bisognerà, però, aspettare il 2021. 

Le misure dei Decreti Cura Italia e Liquidità per fornire aiuti a famiglie, imprese e lavoratori hanno dovuto fare i conti con procedure complesse che stanno rallentando la finalizzazione delle risorse. Da cosa dipendono? 
Noi italiani abbiamo convissuto per molti anni con una burocrazia molto pesante. Il fatto di avere un apparato amministrativo che non brilla per efficienza è un problema che avevamo forse dimenticato perché ci eravamo assuefatti. Se si rileggono le classifiche redatte dalla Banca Mondiale sui Paesi dov’è più facile fare attività imprenditoriale l’Italia purtroppo è sempre stata in una posizione piuttosto bassa proprio per la lentezza e la farraginosità della Pubblica amministrazione. E quindi questi problemi improvvisamente sono diventati giganteschi durante questa emergenza in cui i tempi di intervento sono decisivi. Questa crisi servirà certamente ad accelerare quel processo di ammodernamento che renda efficiente l’apparato pubblico. Ad esempio il processo di digitalizzazione è stato sempre molto lento, ma adesso si sta assistendo a una accelerazione. 

Ci sarà una nuova stagione di ristrettezza creditizia da parte delle banche? 
L’atteggiamento della Bce è completamente cambiato rispetto agli anni 2010-11, e questa non è una sensazione, ma un dato di fatto, perché il messaggio della Banca centrale europea è di avere come priorità il supporto all’economia reale e lo sta facendo in molti modi. La Bce vuole che le banche siano di supporto all’economia reale e quindi non corriamo il rischio di una ristrettezza creditizia come quella che avvenne all’inizio dello scorso decennio. 

Quale ruolo può svolgere in una crisi di portata epocale come quella che stiamo attraversando un gruppo creditizio di rilevanza sistemica come UniCredit? 
Ha un ruolo importantissimo. Mentre nel 2008 il sistema bancario fu la causa della Grande crisi finanziaria che scoppiata negli Stati Uniti poi si diffuse in tutto il mondo, adesso le banche sono parte fondamentale della soluzione del problema della nuova crisi originata dalla pandemia. 

Come valuta nel complesso la risposta delle Istituzioni comunitarie alla crisi? Promesse e impegni molti ma nei fatti ancora s’è visto poco. Tra le regioni del mondo, l’Europa dà l’impressione di mancanza di coesione e di coraggio. 
La mia chiave di lettura di quello che sta avvenendo è decisamente più positiva. Questa volta le Istituzioni europee hanno agito in modo diverso dalla precedente crisi degli anni 2010-11. Faccio degli esempi. Nel 2010, quando emerse il problema della Grecia che, a causa di una sottostima del debito pubblico, perse l’accesso al mercato dei capitali, ci vollero più di quattro anni per arrivare al quantitative easing (allentamento monetario - ndr) della Bce che venne avviato nel 2015. E ci vollero diversi anni per arrivare alla costituzione del famoso Fondo salva stati per non parlare dell’atteggiamento della Germania che, se ben ricorda, fu addirittura cristallizzato nella dichiarazione dell’allora ministro delle finanze Schauble che disse “dobbiamo cominciare a ragionare e ad accettare il fatto che la Grecia uscirà dall’euro”. 
Adesso, invece, l’Europa e la Germania hanno reagito positivamente alla crisi. Anzitutto la Commissione europea, due settimane dopo la crisi, ha deciso di sospendere il Patto di Stabilità e, quindi, ha dato a tutti i Paesi Ue la possibilità di fare deficit per sostenere l’economia reale. Questa cosa era assolutamente inimmaginabile persino nel 2018, quando il Governo di allora entrò in collisione con la Commissione europea per qualche decimale di troppo sul deficit. Adesso in tempi rapidi la Commissione UE ha agito dicendo che i Paesi possono spendere le risorse che vogliono per supportare l’economia reale. 
Osservo poi che il quantitative easing della Bce da un trilione di euro avviato dalla presidente Christine Lagarde è stato deciso subito ed è molto più ampio di quello che è stato fatto da Draghi nel 2015. Anzi la Bce ha detto che comprerà obbligazioni anche degli Stati sotto l’investment grade, tanto è vero che stanno comprando i titoli di Stato greci ancora prima che le agenzie di rating si esprimessero sull’Italia. E’ stato varato il Sure, fondo da 100 miliardi di euro a sostegno delle casse integrazioni dei Paesi coinvolti nella crisi. Hanno trovato fondi per 240 miliardi del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) senza condizionalità: risorse che Paesi come Italia e Spagna, se vogliono, possono richiedere. Sono prestiti a dieci anni al tasso di interesse dello 0,1% da poter utilizzare per contrastare la crisi sanitaria e le sue conseguenze. Pensi che l’Italia potrebbe richiedere prestiti per 2 punti di Pil, ossia un terzo circa della spesa annua pubblica destinata al settore sanitario. 
In aggiunta a questo ci sono i finanziamenti della Banca europea degli investimenti, pari a 200 miliardi, per le imprese che ne faranno richiesta. Più il Recovery Fund che potrebbe ammontare a 1.000 miliardi di euro. Se sommiamo queste misure stiamo parlando di oltre 1.500 miliardi a favore dell’economia reale, cifra pari a poco meno del 10% del Pil dell’Unione Europea. 

Per attutire le conseguenze del “congelamento” dell’economia, gran parte degli Stati vedono crescere considerevolmente il debitol’Italia vedrà peggiorare deficit e debito in rapporto al Pil. Quali rischi comporta questo? 
Fino a quando ci sarà la Bce che acquista i titoli di Stato dei Paesi che sono costretti a fare più deficit e quindi tiene basso il costo del debito il problema non si pone. Quindi fino a quando l’Italia potrà continuare a finanziarsi sui mercati a tassi bassi perché il costo medio oggi è al di sotto dell’1% non ci sono, secondo me, problemi di sostenibilità del debito pubblico a medio termine. Una volta che le risorse finanziarie stanziate dal Governo, attraverso i decreti leggi approvati, giungeranno nell’economia reale è molto probabile che nel giro di due anni il Pil tornerà a crescere e migliorerà il rapporto con il debito. 

Le Borse hanno accusato il colpo per poi recuperare in parte dai minimi del 12 marzo scorso. Ma gli investitori potranno riguadagnare per intero il valore degli investimenti?  
Dipende dal genere di investimenti che sono stati effettuati. Se gli investitori hanno dei portafogli ben diversificati e quando parlo di diversificazione intendo riferirmi al fatto che ci siano investimenti in azioni e obbligazioni, a mio avviso, la probabilità di recuperare le perdite è molto elevata. 

Quali consigli si sente di dare ai risparmiatori spaventati e disorientati? 
Il mio primo consiglio è di fare un’analisi dei rischi presenti nel portafoglio. Siccome il più delle volte il risparmiatore non dispone delle competenze per fare questo genere di analisi, è preferibile rivolgersi al proprio consulente finanziario di fiducia. Tra le cose da valutare porrei la massima attenzione al profilo di rischio rispetto ai prodotti finanziari dove si è investito, al rischio di credito dovuto al fatto che si è investito in obbligazioni high yield o in singoli titoli azionari dove la volatilità può essere molta elevata. 

Lei è ottimista? Alla fine ce la faremo? 
Dal mio punto di vista posso dire che da questa crisi usciremo perché la storia ci insegna che l’umanità ha sempre superato tutte le pandemie e quindi supereremo anche questa crisi che, a mio parere, indurrà le imprese ed i Governi ad investire sulle tecnologie e in innovazione per rendere le economie più efficienti.  La mia sensazione è che tra cinque anni quando guarderemo indietro ci troveremo nel futuro, sarà una spinta molto forte verso un sistema socio economico più sostenibile rispetto a quello antecedente alla crisi. In momenti come questo occorre non perdere la calma e non prendere decisioni di investimento sull’onda dell’emotività ponderando i rischi onde evitare di trovarsi nel panico quando è il momento peggiore. 

Paradossalmente questa crisi servirà a rendere più resilienti le economie del mondo? 
Sì, assolutamente. Secondo me il mondo che verrà sarà molto più sostenibile non solo dal punto di vista dell’impatto ambientale ma anche del modo di lavorare. Ad esempio nel giro di poche settimane ha preso piede il lavoro da casa e quindi quello che sembrava impossibile è diventato possibile. Il fatto di poter svolgere il proprio lavoro nella modalità smart working porterà le persone ad avere una vita molto più bilanciata tra lavoro e interessi personali. Anche questo sarà un risultato, ma stavolta positivo, che scaturirà dalla crisi che stiamo vivendo.

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