Cultura

“Io, il centrale e i pensieri laterali”: un campione di pallavolo si racconta

La storia di Matteo Piano che, in coppia con Cecilia Morini (psicologa dello sport), regala ai giovani una lezione di vita e di sacrifici 


07/01/2020

di Valentina Zirpoli


“Penso a come tutto è nato. Da una richiesta d’aiuto, e quando stiamo male o quello che stiamo facendo non ci fa stare bene, non c’è nulla di cui vergognarsi nel chiedere aiuto. Dentro la parola aiuto è contenuta la parola cambiamento. Il percorso che ho fatto con Cecilia non mi ha reso invulnerabile dalla paura, dall’errore, dall’ansia, ma mi ha permesso di cambiare il modo in cui vivere determinate situazioni... Accettare le proprie fragilità richiede molto coraggio ed è l’unico modo per superare i nostri limiti. Come mi dice spesso Cecilia bisogna coltivare l’imperfezione per continuare a essere perfettibili”. 
Certo, sono parole che toccano nel profondo, soprattutto se scritte da Matteo Piano, un pezzo di marcantonio alto due metri e sette centimetri di 29 anni (è infatti nato ad Asti il 24 ottobre 1990) che aveva cominciato da bambino con la pallacanestro (“Ma questo sport, che piaceva tanto a papà, non mi entusiasmava”) e che ora si propone come uno dei più forti giocatori italiani di pallavolo. Lui che attualmente è in forza (dopo aver giocato ad Asti, Piacenza, Città di Castello e Modena) alla Powervolley Milano, oltre a rappresentare una pedina importante della nostra nazionale, che lo ha visto in campo, fra l’altro, ai Giochi di Rio de Janeiro del 2016. 
Ed è proprio a ridosso di questa sua partecipazione olimpica che decise di raccontare i suoi perché e i suoi percome ne Io, il centrale e i pensieri laterali (Baldini+Castoldi, pagg. 262, euro 17,00), un piacevole lavoro scritto a quattro mani con Cecilia Morini, psicologa e psicoterapeuta, che si è professionalmente formata presso il Mental Research Institute di Palo Alto, in California, e con la quale collabora dal 2014. 
“Mancavano poche ore alla finale della World Cup che ci avrebbe permesso di conquistare l’accesso alle Olimpiadi di Rio, e durante una seduta via skype con Cecilia, la mia psicologa dello sport, le dissi che avremmo dovuto scrivere un libro a quattro mani. Un libro utile, questo era il mio desiderio. Volevo sfatare tutti i falsi miti legati al lavoro che si può svolgere con uno psicologo, parlando del mio percorso al suo fianco. Il mio intento era raccontarmi attraverso le vittorie, la maglia azzurra, le medaglie, ma anche le paure, la competizione, gli interventi chirurgici, le volte in cui avrei voluto smettere, la famiglia e l’amicizia”. 
Risultato? Chi leggera questo libro scoprirà un “altro” Matteo, una persona che è arrivata ad acquisire forza, presenza e consapevolezza dopo aver imparato a essere benevolente con se stesso e aver accettato di poter essere fragile e vulnerabile. “Era infatti fondamentale per quello che avevo in mente di scrivere - annota l’autore -  affiancare al mio racconto il punto di vista e gli insegnamenti di Cecilia, con la quale ho fatto un percorso importante e senza la quale questo lavoro non sarebbe stato possibile. Ora, quasi quattro anni dopo, con un’Olimpiade in più e un tendine d’Achille in meno, siamo finalmente riusciti a finire di scriverlo”. 
In buona sostanza quella di Matteo è la storia di un ragazzo di provincia che è diventato un campione, riuscendo a fare un sofferto salto di qualità grazie al suo amore per lo sport, ma soprattutto per alcune doti che sono di pochi: la perseveranza, la tenacia, la determinazione, il metodo. Una testimonianza per molti giovani che volere è potere, a patto che sappiano affrontare difficoltà e sacrifici. Fermo restando il supporto della famiglia e delle amicizie, che hanno contribuito a fare di lui una persona completa, e soprattutto il fortunato incontro con Cecilia, un incontro vincente fra due professionisti che amano il proprio lavoro e che, con questo libro, intendono trasmettere la propria passione al mondo. 
Ma per arrivare è indispensabile non adagiarsi mai sugli allori, non gongolare dei risultati raggiunti. Perché la storia raccontata da Matteo e Cecilia risulta infarcita, oltre che di successi (che spesso si pagano in prima persona, perché non sono sempre rose e fiori), anche di sofferenze, dubbi, sacrifici e voglia di riscatto. Perché accettare le proprie fragilità richiede coraggio, molto coraggio, ma è l’unico modo per superare in nostri limiti. “Perché - come mi dice spesso Cecilia - bisogna coltivare l’imperfezione per continuare a essere perfettibili”.

(riproduzione riservata)