Cultura

“Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo”

L’economista Mauro Gallegati si addentra fra le incongruenze e le debolezze della moderna macroeconomia che ha portato alla Grande Recessione del 2007-2013


22/03/2021

di Giambattista Pepi


La Grande Recessione scoppiata negli Stati Uniti nel 2007 e passata alla storia anche con il nome di Grande Crisi finanziaria è stato un evento drammatico con conseguenze devastanti sull’economia internazionale dal quale il mondo non si è ancora del tutto ripreso. 
Questo cataclisma che dall’inizio ha travolto il sistema finanziario per poi ripercuotersi sui mercati e sull’economia fu causato dalla crisi dei famigerati subprime (neologismo entrato di forza nel linguaggio finanziario con il quale ci si riferisce alla grande mole di prestiti ad alto rischio finanziario erogati dalle banche in favore di clienti con una colpevole sotto valutazione del rischio di insolvenza di gran parte di essi): un gigantesco e incontrollato fenomeno di speculazione finanziaria e da una bolla immobiliare. 
Quando scoppiò, non si rifletté abbastanza sul fatto che ormai i mercati del credito e finanziari e le economie hanno un livello di integrazione sicché “il batter d’ali di una farfalla in Brasile potrebbe provocare un tornado in Texas” (dal titolo, da noi modificato, togliendo il punto interrogativo, di una conferenza tenuta nel 1972 da Edward Lorenz, concetto già anticipato da Alan Turing nel 1950. Una locuzione, nota in fisica e in matematica, che racchiude una delle nozioni presenti nella teoria del caos: quella di dipendenza sensibile alle condizioni iniziali). 
Quella crisi non fu possibile controllarla, né limitarne la diffusione. Infatti a partire dal 2007 e fino al 2013 la crisi con un effetto domino colpì tutto il mondo, spinta da meccanismi finanziari di contagio, e perdurò (tranne alcune eccezioni come India e Cina) con la spirale recessiva che si aggravò ulteriormente in diversi Paesi europei (in particolare quelli mediterranei dell’Europa: Spagna, Portogallo, Italia, Cipro, Grecia) con la crisi del debito sovrano. 
Tra i principali fattori della crisi, oltre alle cause già ricordate, vennero citati anche gli alti prezzi delle materie prime (petrolio in primis), una crisi alimentare mondiale, la minaccia di una recessione in tutto il mondo e una crisi creditizia (la ristrettezza creditizia, nota anche come credit crunch, che in Italia fu particolarmente avvertita in quegli anni) con conseguente crollo di fiducia dei mercati borsistici. 
Per ampiezza, profondità e durata gli economisti la considerano una delle peggiori crisi economiche della storia, seconda solo alla Grande depressione degli anni Trenta del Novecento. 
Questa crisi era stata lo sbocco drammatico di un modello teorico di politica economica o macroeconomia incentrata sul neoliberismo che, in nome dell’efficienza dei mercati, sosteneva che bisognasse ridurre al minimo le regole (deregolamentazione) e favorire lo sprigionarsi degli “spiriti animali” senza preoccuparsi della distribuzione delle risorse e dei suoi effetti sull’economia che hanno generato gravi squilibri economici, notevoli iniquità sociali, sfruttato in maniera indiscriminata le risorse naturali, generato forme di ribellismo e alimentato il sovranismo in molti Paesi del mondo acuendo la crisi della globalizzazione dell’economia. 
Occorreva secondo i fautori di questa dottrina che i mercati si autoregolassero, senza che l’autorità statuale intervenisse se non in maniera leggera, rispettando la libera iniziativa economica e la sovranità dei mercati che avrebbero poi portato alla prevalenza della finanza sull’economia reale. 
A distanza di un decennio, sebbene in realtà i segni di quello sfacelo continuino a vedersi ancora oggi nelle economie di molti Paesi, la maggior parte di coloro che ne furono i propugnatori e i sostenitori, hanno avviato una riflessione critica e un salutare processo di ripensamento. 
Può essere interessante leggere Il mercato rende liberi e altre bugie del neoliberismo (Luiss University Press, pagg. 126, euro 16,00) di Mauro Gallegati, che è l’antidoto perfetto per la tentazione della semplificazione che tanti danni ha fatto e continua a fare nel dibattito pubblico. “Non esistono ricette universali, né politiche sempre e comunque superiori alle altre; gli economisti dovrebbero smettere di vendere questa pericolosa illusione alle opinioni pubbliche e ai responsabili politici” sostiene nella prefazione Francesco Saraceno. 
Ma per quanti sforzi abbiano fatto, non sono riusciti in realtà a elaborare un modello teorico alternativo, salvo dover riconoscere la fallacia della loro impostazione, e condividere gli interventi che furono disposti dalle autorità politiche di statalizzazione di alcuni istituti compromessi per salvaguardare l’interesse pubblico e il risparmio dei privati, e di regolamentazione mediante un severo network di regole che disciplinassero in maniera più stringente l’operatività degli istituti di intermediazione finanziaria. 
Lo si è visto benissimo del resto durante la crisi economica causata dalla pandemia Covid-19, quando la stragrande maggioranza degli economisti ha sostenuto le misure eccezionali dei Governi e le politiche monetarie espansive delle Banche centrali. Come nota ancora Saraceno “sulla centralità dell’investimento pubblico, sul sostegno delle politiche industriali al sistema delle imprese e all’innovazione, sul ruolo dello Stato per favorire e addirittura orientare la transizione ecologica, fortunatamente le discussioni di oggi non sono nemmeno lontanamente comparabili a quelle cui si sarebbe assistito solo dieci anni fa”. 
Ma il cammino è ancora lungo, come l’autore (docente di macroeconomia avanzata al Politecnico delle Marche e collaboratore del Financial Times e del Sole 24 Ore) ci mostra in questo libro, tuttavia i passi avanti sono stati notevoli proprio nei campi che in questi anni si sono dimostrati più rilevanti: dai modelli dell’instabilità finanziaria e delle crisi alle teorie dell’innovazione e del progresso tecnico, per citare solo i più ovvi. 
Certo, la teoria non è ancora consolidata, ma ciò non giustifica il persistere di politiche e metodi di analisi la cui credibilità è stata definitivamente rimessa in causa dagli eventi degli ultimi dieci o quindici anni. È importante, pertanto, leggere il libro di Gallegati oggi e lo sarà ancor di più quando la crisi del nostro tempo sarà alle spalle e si dovrà resistere alla tentazione di un ritorno al business as usual.

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