Cultura

“Il furto della Divina Commedia”. Con un delitto al seguito, ci mancherebbe

Debutta nella storica collana de Il Giallo Mondadori il quasi ottantunenne Dario Crapanzano, la penna che ha dato voce, con intrigante bravura, ai milanesi anni Cinquanta. Giocando a rimpiattino con i ricordi e mettendo in pista un nuovo personaggio: Fausto Lorenzi, l’ispettore dagli “occhi di ghiaccio”


23/12/2019

di Mauro Castelli


Succede raramente che un autore arrivi in libreria per la prima volta - stiamo parlando di Dario Crapanzano - a 72 primavere suonate e, in una manciata di anni, regali ai suoi lettori, in un susseguirsi di emozioni legate agli anni Cinquanta (“Un periodo che conosco alla grande, visto che ha fatto parte della mia gioventù”), ben undici romanzi. Lui che si era inizialmente accasato alla Fratelli Frilli di Genova dopo aver battagliato parecchio prima di trovarsi un editore. 
“In effetti avevo inviato il mio primo libro, Il giallo dio via Tadini, a una dozzina di piccole e medie case editrici, convinto che nessuna mi avrebbe risposto. Invece - dopo un’attesa durata diciotto mesi - si fece avanti il rimpianto Marco Frilli che lo apprezzò e lo pubblicò, con ben sei ristampe al seguito. E per lui avrei scritto anche La bella di Chiaravalle, Il delitto di via Brera nonché Arrigoni e il caso di Piazzale Loreto”
Sin quando, essendosi fatto notare, si fecero avanti quattro “case” dei piani alti: Rizzoli, Mondadori, Garzanti e Giunti. “Scelsi Mondadori, che non mancò di reclutarmi nella sua scuderia, dapprima ripubblicandomi il romanzo d’esordio, quindi puntando su Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio, Arrigoni e l’assassinio del prete bello e poi via via, sino ad arrivare a Il furto della Divina commedia (pagg. 174, euro 15,00), accasato in questi giorni nell’Olimpo rappresentato da “Il Giallo Mondadori”. 
Un giusto riconoscimento per un uomo di quasi ottantun anni (è infatti nato a Milano il 12 gennaio 1939), che si propone con il piglio del cinquantenne a fronte di un carattere a volte spigoloso (“Mi capita di accendermi, anche se conosco bene le regole della diplomazia”). Lui che ama ricordare i suoi trascorsi da giocatore di pallacanestro (“Sono arrivato sino alla serie B, forte del mio metro e ottanta, che in passato rappresentava un’altezza ragguardevole, in altre parole il metro e novanta di oggi”) e farsi carico di un presente impregnato di… pigrizia che lo ha portato ad accantonare gli hobby del teatro e del cinema, ma non certo quello della scrittura. A suo dire “brillante e pacata che, volutamente, richiama quella di altre grandi firme del passato, a fronte comunque di una forte connotazione innovativa”. Oltre che, se vogliamo, anche giovanile. 
E su questa falsariga è impostato anche Il furto della Divina Commedia, un lavoro ambientato nella Milano del 1954 nel quale ridà voce alle atmosfere, agli odori e ai  sapori, ai vizi privati e alle pubbliche virtù di un periodo che vedeva la città rinascere da un conflitto devastante e un dopoguerra zeppo di miseria e difficoltà. E lo fa ancora una volta a fronte di una scrittura, lo ribadiamo, “scorrevole, semplice, senza eccessi”. 
Ma a indagare, questa volta, non è più il commissario Mario Arrigoni, il riuscito personaggio dalle “connotazioni lombarde, a partire dal cognome”. A tenere la scena è infatti l’ispettore Fausto Lorenzi (“Confesso che a chiedermi di dare voce a un nuovo protagonista è stata la stessa Mondadori”), una figura che si propone come l’esatto opposto di Arrigoni: è infatti un ex giocatore di basket alto un metro e novanta, un bell’uomo sulla quarantina dagli “occhi di ghiaccio”, separato dalla moglie, con un figlio al seguito e che “non gliene frega niente del mangiare”. Lorenzi che alla sua prima uscita si occuperà di uno strano furto, che peraltro nasconde un mistero più fitto con tanto di omicidio al seguito. 
Ma andiamo con ordine. A tenere la scena iniziale è Michele Esposito, preside nel liceo ginnasio Marco Tullio Cicerone di Città Studi a Milano (“Che non è mai esistito, così come è frutto della mia fantasia la vicina chiesa di San Vincitore e il relativo teatrino dell’oratorio”), che ha una grande passione: i libri antichi, nei quali investe la maggior parte delle sue entrate. Sta di fatto che, grazie a un’eredità arrivata da un lontano parente, riesce ad acquistare, per ben quattro milioni di lire (una enormità per quel periodo, ricordiamoci che siamo nel 1954), l’incunabolo di una Divina Commedia del Quattrocento. Una copia rara e preziosa che il preside presenta solennemente al corpo docente del suo istituto. 
Ma succede, poco dopo, quel che non doveva succedere. Il libro sparisce misteriosamente dalla cassaforte della scuola (a casa sua, infatti, il preside non ne ha una) e a indagare viene chiamato l’ispettore Fausto Lorenzi. Il quale non manca di porsi degli interrogativi sul perché e il percome del furto. 
Secondo logica narrativa diversi sono i sospettati: a partire dai docenti sino ad arrivare alla storica segretaria, una bella donna che molti definiscono la vera preside. In effetti era proprio lei l’unica depositaria, assieme al responsabile dell’istituto, della combinazione della cassaforte. Ma succede anche, tanto per complicare le cose, che venga… ammazzata. Un omicidio che, ci mancherebbe, sembra essere collegato al furto. Ma niente è quel che sembra e il mistero rimane fitto… 
In sintesi: nella consueta atmosfera vintage della Milano anni Cinquanta, tra cinema fumosi e antiche librerie antiquarie, Dario Crapanzano costruisce un giallo appassionante e tratteggia alla sua maniera un poliziotto che non mancherà di lasciare il segno nei lettori. Poliziotto che, almeno per il momento, rimarrà però in panchina. “Visto il feeling che mi lega ad Arrigoni non mancherò di riportarlo sugli scaffali. Non a caso sto già mettendo a punto una nuova trama, anche se mi ci vorrà un po’ di tempo in quanto non sono un fulmine di guerra nello scrivere. Come lo è invece, ad esempio, Maurizio de Giovanni…”. E l’anno in cui ritroveremo in azione il nostro commissario? “Probabilmente il 1957 o il 1958”. 
Detto questo torniamo al privato di Dario Crapanzano, che si rapporta da una vita con una moglie (all’anagrafe Luisa, “ma sin da piccola da tutti chiamata Chicco”) e due figli grandi (Matteo e Carlo). Ricordando che sotto la Madonnina aveva frequentato l’Accademia Filodrammatici di Esperia Sperani, dove si era diplomato. Ma non a fronte dei risultati sperati, in quanto si sarebbe portato a casa soltanto “alcune modeste apparizioni televisive, oltre alla partecipazione a due spettacoli del Trebbo di Toni Comello, Era la resistenza e Ahi, serva Italia, di matrice dantesca. Spettacoli apprezzati da numeri uno del calibro di Eugenio Montale e Riccardo Bacchelli. Ma forse - tiene a precisare - non ero abbastanza motivato. Quindi ripresi a frequentare l’Università e mi laureai in Giurisprudenza, anche se l’avvocato non l’avrei mai fatto”. 
In effetti, una volta terminati gli studi, eccolo darsi da fare - ne abbiamo già parlato - come copywriter e redattore presso la casa editrice Mursia, peraltro dando alle stampe anche una guida sentimentale (A Milano con la ragazza... e no). A seguire avrebbe imboccato una significativa carriera in campo pubblicitario, debuttando nello studio Damioli, “che altri non era se non il marito della rimpianta Elda Lanza, che avevo conosciuto e che ha da poco lasciato questo mondo” (ovvero la prima conduttrice donna di un programma televisivo, oltre che giornalista, intrattenitrice e scrittrice di livello), quindi fondando anche un’agenzia, sino a ricoprire ruoli di vertice a livello internazionale, come quello di amministratore delegato del Gruppo Havas. 
Carriera che gli avrebbe fatto momentaneamente accantonare la vena narrativa. Salvo poi tornare a scrivere, una volta abbandonato nel 2005 il timone del comando, pubblicando - per i tipi dell’Accademia Vis Vitalis - un libricino di cui dice di non andare fiero (Ciao ipocondriaco. Lettere a un malato immaginario), ma soprattutto iniziando a imbastire alcuni gialli nei quali l’indagine poliziesca (“Attingendo da quelle portate avanti dal Maigret di Simenon, il mio autore preferito in abbinata al rimpianto Andrea Camilleri, del quale ho letto tutti i suoi lavori”) fila via liscia, senza contraccolpi, mentre la trama si nutre di ambientazioni datate e personaggi particolari - in ogni caso accattivanti - che piacciono sia ai “datati” che ai giovani. 
Facendo in questo modo riscoprire ai tanti che non l’hanno vissuta una stagione certamente diversa da quella attuale, dove si viaggiava a piedi o in tram, dove nelle case ci si scaldava con le stufe a legna o a carbone, dove la carne se andava bene si mangiava alla domenica, dove gli elettrodomestici - radio a parte - erano un lusso per pochi, dove la televisione aveva cominciato a muovere i primi passi (vale a dire proprio nel 1954, l’anno de Il furto della Divina Commedia). Anni nel corso dei quali “il sogno dell’abbondanza era però un qualcosa che si toccava”. Altri tempi, purtroppo…

(riproduzione riservata)