Cultura

“I vinti del Risorgimento”: storia e storie di chi combatté per i Borbone. Dallo sbarco di Garibaldi fino alla capitolazione di Gaeta

Lo storico Gigi Di Fiore racconta la fine, dopo 127 anni, del Regno delle Due Sicilie. Un tracollo sul quale, solo ora, emerge nella sua interezza uno spaccato da conquista militare


12/07/2021

di Giambattista Pepi


La storia è stata quasi sempre scritta da coloro che ne furono protagonisti. Sovente coincidono con i vincitori di guerre, talora di conquista, altre di liberazione, o di indipendenza, o paladini di cause come l’affermazione di princìpi, valori, dogmi, più raramente, se non quasi mai, la storia la scrivono i vinti. La revisione storiografica, cioè il riesame critico di fatti sulla base di nuove evidenze o di una diversa interpretazione delle informazioni esistenti, considerando tutte le parti politiche e sociali in causa come testimoni importanti, mira a ristabilire la verità. 
A far piena luce in quelle pagine della storia rimaste avvolte dall’oscurità, quelle che i vincitori non vogliono far conoscere in base a un paradigma, esplicitamente o tacitamente osservato, per il quale qualsiasi illazione o ipotesi, ancorché suffragate da testimonianze e documentazioni inedite, vengono tacciate per eresie e condannate come tentativi di ribaltare le conclusioni della storia ufficiale. L’unica che i sacerdoti dell’ortodossia, che reggono il manto dei vincitori e dei loro successori, ammettono. 
Ma la ricerca della verità nella storia è un dovere prima ancora che un diritto se si vuole pervenire ad una memoria condivisa, perché i vinti non dimenticano e chiedono che sia resa loro giustizia riscrivendo quelle pagine o quei capitoli della storia che li ha visti coinvolti,con un’obiettiva, fondata, libera e responsabile rappresentazione dei fatti per come si sono effettivamente svolti. 
I Vinti del Risorgimento (Utet, pagg. 362, euro 17,00) di Gigi Di Fiore serve a questo. A cercare la verità. A rileggere la storia anche dalla parte di chi ne è stata vittima. Quasi tremila morti, migliaia di dispersi e deportati: fu questo il Risorgimento per i vinti nel Mezzogiorno d’Italia. 
Dallo sbarco di Garibaldi fino alla capitolazione dell’esercito delle Due Sicilie a Gaeta passarono appena nove mesi. Tanto bastò a sfaldare un Regno, che la dinastia dei Borbone aveva guidato per 127 anni. Su quel tracollo solo ora emerge, finalmente nella sua interezza, uno spaccato da conquista militare: diplomazia, forza delle armi e politica riuscirono a creare le condizioni per un’annessione al Piemonte, che violava le norme del diritto internazionale, realizzata con i fucili senza il consenso delle popolazioni. 
In poco tempo le regioni meridionali, con 9 milioni di abitanti, furono “italianizzate”: azzerati monete, codici penali e civili, burocrazie. Tra il 1860 e il 1861 gli sconfitti, protagonisti di questa ricostruzione storica, furono soprattutto migliaia di pastori, carbonari e contadini del Matese, delle Puglie, delle campagne salernitane, della Sicilia, dei Tre Abruzzi, del contado del Molise, della Calabria, di Napoli. Un esercito di oltre 50mila uomini: meridionali, a difendere quella che allora era la loro Patria. 
Il Risorgimento, talvolta identificato come Rivoluzione italiana, è il periodo durante il quale l’Italia conseguì la propria unità nazionale.  La proclamazione del Regno d’Italia del 17 marzo 1861 fu l’atto formale che sancì, a opera del Regno di Sardegna,la nascita del nuovo Stato formatosi con le annessioni plebiscitarie di gran parte degli Stati pre-unitari. Gli ultimi plebisciti furono quelli delle province siciliane e di quelle napoletane, province che facevano parte del Regno delle Due Sicilie retto dalla dinastia dei Borbone. 
Gli storici discutono, si dividono, si contrappongono gli uni agli altri. L’adesione al nuovo Regno da parte delle popolazioni del Regno delle Due Sicilie, fu un atto spontaneo, volontario, genuino, autentico, o fu piuttosto un’annessione dopo una “guerra” combattuta sul campo con le armi in pugno senza scrupoli, né timori tra le truppe dei Savoia e quelle dei Borbone. 
Per comprendere il contesto storico cui fa riferimento il libro di Fiore  bisogna tornare indietro nel tempo. Ricordiamo che, dopo il Congresso di Vienna e il Trattato di Casalanza (20 maggio 1815), l’8 dicembre 1816, re Ferdinando IV riunì in un unico Stato i Regni di Napoli e della Sicilia (che fino ad allora erano stati separati) con la denominazione di Regno delle Due Sicilie, abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie. 
Tale atto ebbe, tra l’altro, la conseguenza di privare di fatto la Sicilia della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando nel 1812. Il suo successore, Ferdinando II, ristabilì l’ordine nel reame dopo le rivoluzioni del 1848, inaugurando nel Regno delle Due Sicilie quello che fu definito come un vero e proprio “decennio di immobilismo”. 
Alla sua morte nel 1859, a soli 49 anni, gli successe Francesco II. Egli era ben consapevole di dover imprimere una rapida svolta al Regno per recuperare il tempo perduto, ma suo malgrado fu costretto a gestire una crisi imprevedibile. Nello stesso periodo rientrarono in patria gran parte degli esuli che avevano lasciato le Due Sicilie dopo il 1848 per motivi politici, spesso andando ad occupare posizioni nel nuovo Governo napoletano. 
Questo brusco cambio di regime fu uno dei principali motivi dell’indebolimento del Regno delle Due Sicilie nei convulsi giorni del 1860: le nuove istituzioni governative si ritrovarono in una situazione che richiedeva una risolutezza che mancò completamente in quei frangenti. Il reame sopravvisse fino al 1861 quando, dopo la conquista della massima parte del suo territorio ad opera di Giuseppe Garibaldi(in seguito alla spedizione dei Mille in Sicilia, iniziativa capace, da un lato, di raccogliere le volontà rivoluzionarie dei democratici del Partito d’Azione, dall’altro, di agire con un tacito e parziale, ma reale, appoggio dei Savoia), le ultime fortezze borboniche (Gaeta, Messina e Civitella del Tronto) si arresero agli assedianti piemontesi. 
Le armate borboniche sulle prime non riuscirono ad organizzare un’efficace resistenza, sebbene in ciò ebbero parte anche numerosi episodi documentati di insubordinazione e di corruzione degli stessi ufficiali generali, generalmente ultrasettantenni, per gran parte ex carbonari ed ex murattiani richiamati in servizio da Ferdinando II nel 1831, i quali non si potevano dire sostenitori del partito filo-austriaco dominante nella corte borbonica. 
Solo nella parte conclusiva della campagna, con la battaglia del Volturno,il regno ritrovò la dignità di un’ultima resistenza. Il re Francesco II decise di non combattere nella città di Napoli (seppur ben munita e fortificata), ma di attestarsi nelle piazzeforti della pianura campana per tentare la controffensiva e la successiva riconquista del reame. 
Le Truppe Reali si batterono valorosamente sul Volturno, mettendo in difficoltà le schiere garibaldine. Tuttavia l’intervento delle armate sardein fase di congiunzione ai garibaldini e soprattutto gli errori strategici commessi dallo Stato Maggiore, decretarono la decisiva sconfitta. La volontà di non arrendersi fu dimostrata anche dalla fortezza assediata di Gaeta, dove si rifugiò la famiglia reale e nella quale circa 13.000 soldati, ciò che rimaneva dell’esercito napoletano si trovarono a fronteggiare in un logorante assedio le armate del Regno di Sardegna che sostituirono in parte l’esercito meridionale in fase di scioglimento per volontà dello stato maggiore piemontese. Gaeta capitola, Francesco II si arrende il 17 febbraio, la cittadella di Messina si arrese solo il 12 marzo e la fortezza di Civitella del Tronto,ultima roccaforte borbonica, con 400 uomini, il 20 marzo. 
Fin qui per sommi capi la storia della fine del Regno delle Due Sicilie dei Borbone, e la sua annessione al Regno d’Italia, attraverso lo svolgimento di plebisciti, che sotto la dinastia della famiglia reale dei Savoia, completava il Risorgimento nato un secolo e mezzo prima, attraverso una guerra di conquista, che nei fatti privava illegittimamente, nel silenzio degli Stati europei del tempo, la corona dei Borbone, che avevano regnato in quelle regioni fin dal 1730. 
Quali “doni” avrebbe portato in dote il giovane Regno con capitale Torino alle genti meridionali? In che modo gli ideali di unità della patria e di eguaglianza dei cittadini adombrati dall’idealismo di Giuseppe Mazzini e della generazione protagonista delle lotte risorgimentali si sarebbero realizzati anche nel Sud del Paese? Ecco cosa scrisse Raffaele de Cesare, storico, giornalista e politico italiano nella sua opera La fine di un Regno (quello delle Due Sicilie dei Borbone - ndr). 
La vita delle province del continente napoletano, col suo male e col suo bene, rispondeva ad una condizione sociale e morale, storica ed economica, che poteva venirsi modificando via via, ma non era lecito mutare di punto in bianco. E la rivoluzione violentemente la mutò nella sua parte esteriore, con un diritto pubblico, il quale non fu inteso altrimenti, che come una reazione meccanica a tutto il passato. Il nuovo diritto non rifece l’uomo, anzi lo pervertì. La vecchia società si ritrovò come ubriacata da una moltitudine di esigenze e pregiudizi nuovi, onde ciascuno vedeva nel passato tutto il male e nelle così dette idee moderne tutto il bene, e quindi la sciocca frenesia di por mano a tante cose ad un tempo, utili ed inutili. 
E ancora: Una quantità di tempo, anzi il maggior tempo, sottratto ad occupazioni più utili, e quel che fu peggio, un fatale strascico di odi che parevano spenti, ma rinascevano, di gelosie, di ambizioni, di vanità, di volgarità, di doppiezze e di interessi particolari da far prevalere: una nuova forma di guerra civile in permanenza, e una nuova tirannide, quella delle maggioranze d’occasione coi relativi deputati, servi e padroni ad un tempo, ma più servi dei peggiori elettori e dei peggiori ministri; e quel ch’è più triste, la completa distruzione del carattere. Come nella Camera dei deputati, così nei Consigli comunali e provinciali, i nemici di ieri diventavano gli amici di oggi e viceversa, non in nome di princìpi, ma d’interessi, di vanità e d’ambizioni di rado confessabili. Si mutano gli odi in amori e gli amori in odi, e si smarrisce la coscienza del bene e del male. 
A farlo apposta non si sarebbe potuto immaginare un sistema peggiore per guastare la gente. Nei primi anni del nuovo regime, gli odi locali furiosamente riscoppiarono, e i maggiori ricchi furono bollati per retrivi ed esclusi dalla vita pubblica, si sfogarono vecchi rancori e si compirono non poche vendette, soprattutto nel periodo della legge Pica del 1863, e della legge Crispi del 1866. Poi si fecero le paci in apparenza, ma in sostanza gli odi non si prescrissero… 
Su quei mesi, sui militari, sulla generazione che realizzò in concreto il Risorgimento, sia nella vittoria, sia nella sconfitta, l’Archivio Borbone è una miniera ancora poco esplorata. E da quelle carte e da molte altre fonti esaminate negli anni dall’autore (storico, già redattore del Giornale e inviato del Mattino di Napoli) tra le quali memorie autobiografiche di ufficiali borbonici, piemontesi e garibaldini, la collezione della Gazzetta di Gaeta, emergono anche i piccoli drammi personali, storie di eroismi, opportunismi, e miserie, comuni a tutti i trapassi di epoche e poteri, che arricchiscono questo affresco sugli ultimi giorni dell’esercito borbonico e del Regno delle Due Sicilie.

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