Cultura

“I miei giorni nel Caucaso”: il sorridente memoir di una turbolenta giovinezza trascorsa sulle rive del Caspio

Torna sugli scaffali, a distanza di 66 anni, il capolavoro firmato da Banine (pseudonimo di Umm-El-Banine Assadoulaeff), nata a Baku - in Azerbaigian - nel 1905 e poi diventata amica di grandi menti sotto la Tour Eiffel


16/03/2020

di Catone Assori


Una donna “avanti”, disinibita e pronta a battagliare contro le consuetudini del suo tempo. Quelle stesse che l’avevano costretta a nozze a soli 15 anni, una ingiustizia alla quale avrebbe rimediato tre anni dopo quando, al seguito del padre, era scappata dal suo Paese, accasandosi - dopo la Rivoluzione russa e la successiva caduta della Repubblica Democratica dell’Azerbaigian - dapprima a Istanbul, per poi emigrare in quel di Parigi. 
E qui, sotto la Tour Eiffel, avrebbe conosciuto e frequentato personaggi del calibro di Nikos Kazantzakis, André Malraux, Ernst Jünger (sui cui incontri avrebbe scritto un libro e con il quale avrebbe intrattenuto una corrispondenza lunga una quarantina d’anni)<, Ivan Bunin e della scrittrice umoristica russa Teffi. I quali l’avrebbero invogliata a raccontare della cultura del suo Paese e delle rocambolesche vicende che l’avevano vista protagonista. 
Di chi stiamo parlando? Di Banine, nom de plume di Umm-El-Banine Assadoulaeff, nata il 18 dicembre 1905 a Baku e morta a Parigi il 23 ottobre 1992. Una penna raffinata e intrigante, capace di sorridere e far sorridere nel memoir I miei giorni nel Caucaso (pagg. 304, euro 19,00, traduzione di Giovanni Bogliolo), un lavoro pubblicato per la prima volta nel 1954, ottenendo subito riscontri ampiamente positivi e ora ridato alle stampe per i tipi della Neri Pozza. Una chicca capace di regalare smalto alla vita e al mondo che rendevano un tempo attraenti le rive del Caspio dove aveva trascorso una turbolenta giovinezza. 
La qual cosa non stupisce in quanto, nella sua famiglia, i litigi avevano infatti un ruolo fondamentale, e per due ragioni: una era da attribuire al temperamento violento e naturalmente predisposto alla rissa di tutti i suoi membri; l’altra era invece legata a problemi ereditari. Insomma, la famosa, eterna, inafferrabile corsa ai quattrini, quelli che - nel nostro caso - ci si dovrà dividere dopo la morte del capostipite. 
Ciò premesso, spazio alla sinossi di questo libro, preceduto da una annotazione del citato scrittore e filosofo tedesco Ernst Jünger, il quale si rifà a una missiva che le aveva scritto il 17 luglio 1946, nella quale - oltre a far riferimento a I miei giorni nel Caucaso e alla dedica a lui riservata - fa cenno a Nami, il primo romanzo di Banine, quello stesso che aveva segnato i primi passi, fra i due, di un lunga conoscenza. 
I miei giorni nel Caucaso parte proprio dall’anno di nascita della nostra autrice, il 1905. E nascere in una famiglia scandalosamente ricca - il capostipite, Assadullah, nato contadino, morì milionario grazie al petrolio zampillato dal suo campo pieno di sassi - ma allo stesso tempo altrettanto stravagante e popolata da loschi individui, porta con sé sicuri privilegi ma anche indubbi grattacapi (come da incipit: Al contrario di certe degne persone, nate in famiglie povere ma “a posto”, io sono nata in una famiglia per niente “a posto”, ma molto ricca). 
Ultima di quattro sorelle, Banine era venuta alla luce in un giorno d’inverno movimentato da scioperi, pogrom e altre manifestazioni del genio umano. Nonostante questo, la sua infanzia era trascorsa felice, allietata dalle torte rigonfie di crema di Fräulein Anna, governante baltica tedesca. Da qui uno stile di vita europeo molto diverso dai tradizionali modi islamici della corpulenta nonna paterna, una creatura stupefacente che parlava solo azero, pregava cinque volte al giorno e tuttavia bestemmiava come un soldato. 
Ogni anno la famiglia trascorreva diversi mesi in campagna, in una casa vicina al mare, con il suo rigoglioso giardino e i vigneti nel bel mezzo del deserto. Una casa grande, eppure a malapena sufficiente a ospitare l’orda che la invadeva in primavera: la temibile nonna con le sue innumerevoli serve; la figlia maggiore con il marito e la minore senza marito; i loro cinque figli, terrore di Fräulein Anna, bugiardi, ladri, spioni e quant’altro; infine, il figlio più piccolo della nonna, l’infantile e allegro zio Ibrahim, ancora celibe. 
E là dove i doveri diminuiscono, la libertà cresce, il tempo favorisce i giochi - le zie erano tutte avide giocatrici di poker, passione che coltivavano assieme a quella per la maldicenza - e, soprattutto, le liti. Nella famiglia di Banine i litigi - come abbiano già ribadito - “rallegravano” infatti la vita o, quanto meno, consentivano di non annoiarsi. 
Questa vita di splendori e baruffe è tuttavia destinata a subire un drastico cambio di marcia. La Rivoluzione d’Ottobre porterà il caos nel Caucaso, mentre una dittatura militare, dominata dagli armeni, prenderà il potere a Baku e darà la caccia ai ricchi azeri, costringendo Banine e la sua famiglia a una precipitosa fuga…

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