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“Draghi, un tecnocrate dal passato ingombrante che non si sa dove finirà per portarci”

Il senatore Gianluigi Paragone sostiene che l’ex prima guida della Bce sia un politico nella visione, un tecnico nella capacità di attuazione e che l’amplissima maggioranza di cui dispone rappresenti un pericolo per la democrazia. Magari completando la transizione dell’Italia da potenza industriale a “parco divertimenti” dei fondi e delle banche estere


22/02/2021

di Giambattista Pepi


Gianluigi Paragone

Mario Draghi? È un incappucciato della finanza. Il suo Governo? Un’operazione di trasformismo politico. L’amplissima maggioranza di cui gode? Un pericolo per la democrazia. Il Movimento 5 Stelle? Esiste solo nel Palazzo, ma non più tra la gente. L’Europa? Non sarà mai compiuta, perché è nata male. 
Parole forti quelle del senatore Gialuigi Paragone: bastian contrario, battitore libero, talebano della politica. Definitelo pure come vi pare, poco importa: giornalista (direttore del quotidiano La Padania, e vicedirettore di Libero, poi di Rai 1 e Rai 2), anchorman (ha condotto programmi di successo sulla Rai e sulla 7) o parlamentare (è stato eletto nelle liste del Movimento 5 Stelle nel 2018, dal quale è stato espulso il 1º gennaio 2020 per aver votato contro la legge di bilancio mentre il 23 luglio successivo ha annunciato la creazione del partito “No Europa per l'Italia - ItalExit con Paragone”, che si rifà al partito britannico antieuropeista Brexirt Party di Nigel Farage). 
Di fatto un personaggio scomodo che ama sparigliare le carte. Da prendere o lasciare perché è fatto così. E in questa intervista ne ha per tutti.

Il nuovo Governo è tecnico o politico? Draghi ha detto che è politico. Lei che ne pensa? 
Un Governo con una maggioranza così larga non può che essere politico. Draghi è un politico nella visione e un tecnico nella capacità di attuazione. Gli altri sono comparse. La maggioranza parlamentare porta con le orecchie i secchi d’acqua. 

Un Governo con una maggioranza amplissima - superato solo da quello di Monti - che va dalla destra (Lega) all’estrema sinistra (LeU) e un’opposizione sottile-sottile: Fratelli d’Italia e i dissidenti del M5S. 
È sempre pericoloso quando non esiste un’opposizione in grado di controllare una maggioranza così larga. È importante che adesso in Parlamento si consenta di avere, anche in deroga ai regolamenti, spazi parlamentari adeguati per le voci contro.

Draghi prima banchiere di Dio, poi Beppe Grillo l’ha definito un grillino. In nome del realismo il M5S accetta di sedere con tutti, la questione morale è stata superata, ogni veto è caduto. Nessuna inibizione, ma soprattutto nessun pudore. Nasce come movimento anti-establishment e ora è perfettamente allineato all’establishment? 
Il Movimento ormai non è più un movimento misurato e valutato dai cittadini alle ultime elezioni: quel Movimento che alle elezioni del 2018 prese il 33% dei voti. Il M5S, che ha maturato le sue scelte nel corso della legislatura, è completamento distante. Come è potuto accadere? È stata una transizione veloce, un moto accelerato che oggi porta a sostenere Draghi con i compagni di viaggio che ancora gli mancavano: i parlamentari di Forza Italia. È una mutazione di pelle, di sostanza, di visione. 
Quanto alle dichiarazioni di Grillo devo dire che è ormai appannato anche come oratore, non solo come comico. Banchiere di Dio vuol dire altro. Era il riferimento a una stagione diversa da questa. Forse voleva dire banchiere divino. Nel senso che è uno di quei banchieri che è considerato quasi un Dio. Il banchiere di Dio in Italia era legato a una stagione in cui c’era Michele Sindona (faccendiere, banchiere e criminale italiano, membro della loggia P2, che ha avuto chiare associazioni con Cosa nostra e con la famiglia Gambino negli Stati Uniti. Coinvolto nell’affare Calvi, è stato mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli - ndr), Paul Casimir Marcinkus (arcivescovo cattolico statunitense, fu presidente dell’Istituto per le opere di religione, la Banca del Vaticano dal 1971 al 1989, rimase invischiato nello scandalo del crack del Banco Ambrosiano, riuscendo a evitare, grazie al passaporto diplomatico vaticano, il mandato di cattura emesso il 20 febbraio 1987 dal giudice istruttore del Tribunale di Milano. Il suo nome è citato anche in altri scandali, quali la morte di Papa Giovanni Paolo I, la sparizione di Emanuela Orlandi e gli abusi sessuali compiuti su giovani seminaristi romani - ndr), Opus Dei (la Prelatura della Santa Croce, più conosciuta nella forma abbreviata Opus Dei, è una prelatura personale della Chiesa cattolica, l’unica esistente attualmente nell’ordinamento canonico - ndr). Draghi è un tecnocrate, come ho detto nell’aula del Senato quando sono intervenuto per la votazione sulla fiducia, è un “incappucciato” della finanza”.

In che senso? 
Nel senso che non ha bisogno di misurarsi e di vedere la realtà. Agisce di nascosto. Non ha l’obbligo della trasparenza come i partiti nei processi democratici. La finanza è il demone dell’attualità, è il demone della democrazia.

Di quali interessi Draghi sarebbe portatore? 
Gli interessi sono quelli della politica finanziaria. Draghi pensa che l’Italia sia un’anomalia che non deve esistere nella globalizzazione. L’Italia è un Paese che è stato definito un calabrone. Il calabrone sfida le leggi dell’aerodinamica: perché è tozzo, grosso e ha delle ali piccole. Quindi in teoria non dovrebbe volare. Ecco l’economia italiana è l’esplosione dei distretti produttivi fatti dalle micro e dalle piccole imprese. Poi c’era una grande impresa, che era soprattutto sotto il cappello dello Stato. Poi c’è stata con la privatizzazione un impoverimento della grande impresa e anche lo smantellamento dei piccoli distretti.

Perché? 
Perché secondo il dettato della Scuola di Chicago (è una scuola di pensiero economica, elaborata da alcuni professori dell'Università di Chicago basata su una descrizione delle istituzioni economiche pubbliche e private contemporanee, volta a promuovere inoltre ipotesi di riforme in senso liberale e liberista dell'economia -indr), il modello “piccolo è bello” non poteva resistere nella globalizzazione. Nonostante questo bocconiani di ritorno, il modello italiano continuava a crescere. Anche a cavallo tra gli anni Novanta e il Duemila, quando appunto dicevano che il modello citato non poteva funzionare, e invece i nostri piccoli imprenditori continuavano ad avere ottime performance sul mercato interno e delle eccellenti performance sui mercati esteri. 
Allora che cosa hanno fatto questi fanatici neo-liberisti? Hanno detto: visto che voi volete resistere contro natura e noi abbiamo deciso che il “calabrone” non può volare, vi iniziamo a strozzare togliendovi quella che è la spalla naturale, il vostro partner naturale, cioè le banche popolari, quelle di credito cooperativo e le mutue. Le banche che avevano direttori di filiali, i quali scommettevano sulle piccole imprese perché avevano un radicamento territoriale. La vittoria della piccola impresa voleva dire lavoro nei distretti. E quindi tutto continuava a macinare. 
Il nuovo accordo di Basilea (con il termine “Basilea III”, che prende nome dalla città svizzera, si fa riferimento ad un insieme di provvedimenti per la regolamentazione della gestione bancaria che vennero introdotti nel 2011 in risposta alla Grande Crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti tra il 2007 e il 2008 - ndr) ha snaturato il sistema bancario italiano imponendo e forzando fusioni e aggregazioni tra istituti di credito e, tra questi, le Banche di credito cooperativo. Ecco, Draghi è l’emblema di questo disegno: vuole completare la transizione dell’Italia da potenza industriale a “parco divertimenti degli altri”. Quindi noi dobbiamo essere un “parco di divertimento” nelle mani dei fondi e delle banche estere, e non deve resistere quella che è l’anomalia del “calabrone”. Lui ha sempre lavorato in tal senso: le privatizzazioni su Britannia, i derivati. Ma anche la sciagurata acquisizione di Banca Antonveneta da parte della Banca del Monte dei Paschi di Siena.

Cosa successe? 
Il giornalismo purtroppo ha la memoria corta. Ma fra un po’ sul tavolo del presidente Mario Draghi arriverà la “grana” Mps. Una “grana” che avrebbe dovuto fermare quando era Governatore della Banca d’Italia. E non lo fece. Anzi: qualcuno forse si ricorderà che l’ammaloramento dei conti di Mps nasce proprio dall’acquisizione di Anton Veneta venduta dagli olandesi di Abn Amro ad una ipervalutazione. Per comprare Antonveneta Mps cosa fa? Una parte la paga con proprie risorse e un’altra parte viene invece realizzata attraverso i derivati: Alexandria e Santorini. Per effetto di quei derivati scoppiò il bubbone Antonveneta che ben conosciamo e che fece saltare il banco dei conti di Mps. Nel sistema finanziario a furia di doparlo tutto poi ritorna.

Qualcuno deve pagare il conto? 
Mps è stata salvata con l’ennesima nazionalizzazione. Il conto lo hanno pagato i lavoratori, i piccoli imprenditori.

Questo nonostante la Direttiva sul salvataggio degli istituti di credito che ha introdotto il concetto del bail in, cioè a dire che il salvataggio di un istituto di credito debba avvenire non a carico della collettività, bensì dei soci, degli azionisti e degli obbligazionisti, di coloro cioè che hanno condiviso il rischio di impresa. 
Sì, in linea teorica. Perché in occasione degli istituti di credito dell’Italia centrale la Direttiva non è stata applicata, perché la Commissione europea non volle che il nostro Paese intervenisse con propri fondi per impedirne il default. Questo nonostante la Germania ed altri Stati avessero salvato con aiuti di Stato vietati dai Trattati istitutivi dell’Ue le loro banche in default, prima e dopo il varo della Direttiva citata, mi riferisco alle banche dei Lander. 
Il commissario alla concorrenza, la Vestager non disse nulla e anzi spiegò che l’intervento dei Lander non doveva essere considerato pubblico. Poi invece fu severa con Roma dicendo che lo Stato italiano si sarebbe dovuto guardare bene dal salvare gli istituti dell’Italia centrale: Cassa di risparmio di Ferrara, Banca delle Marche, Cassa di risparmio di Chieti e Banca popolare dell’Etruria e del Lazio. Lo Stato fece ricorso alla Corte di giustizia europea. Passò un po’ di tempo e la Corte diede ragione al nostro Paese, ma non alla Commissione europea, ma ormai le banche erano “saltate” in aria. Risultato? Il costo del taglio della parte infetta delle quattro banche, 3,6 miliardi di euro, venne sopportato dal resto del sistema bancario italiano. Ma altri 430 milioni sono stati a carico dei risparmiatori, sottoscrittori di «obbligazioni subordinate», cioè di bond rischiosi. Le banche risanate sarebbero poi state acquistate al valore simbolico di un euro da altri istituti di interesse nazionale.

Draghi si trova davanti a molte sfide: sanitaria, economica e sociale. L’appello fatto alla coesione, alla solidarietà e all’amor patrio è un buon punto di partenza? 
Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. Sono una persona pratica. Attraverso la strada e vado nella calvinista Svizzera. Ho questo sentiment. Al di là delle parole, so una cosa: tutto il comparto della sanità pubblica è stata maltrattato dalle politiche rigoriste dell’Europa. Adesso che il signore del neo-liberismo mi racconta la favola che deve investire nella sanità, nella legge dell’entropia alla rovescia, non ci credo. Dal caos si crea l’ordine e non il contrario. Auguri per chi ci crede. 
Adesso sappiamo con certezza che il pano vaccinale dell’Europa è fallito. E quando lo dicevo un mese e mezzo fa e dicevo di vedere i contratti di acquisto dei vaccini, non posso capire le asimmetrie negoziali. Posso solo intuirle. Alla fine si è capito che i contratti di acquisto dei vaccini erano sbilanciati a favore delle case farmaceutiche. Quindi è un peccato originale che ne pagano adesso le conseguenze i singoli Stati, tra cui il nostro. Quei Paesi come la Germania che subodoravano tutto questo sono andati ad acquistare direttamente i vaccini. Poi quelli che erano stati additati come isolati nel Continente come la Gran Bretagna, alla fine si comportano come tutti gli altri. 
Dobbiamo smetterla di pensare all’Europa come a una grande mamma. L’Europa purtroppo è stata costruita male e quindi paghiamo lo scotto di tutto questo.

Eppure M5S e Lega erano stati antieuropeisti. Adesso le loro posizioni sono allineate a quelle europeiste dichiarate da Draghi nel discorso sulla fiducia. 
Forse non erano convinti della tesi. Io ne sono fortemente convinto. Io non sono antieuropeista per partito preso, quindi contesto la matrice di fondo dell’Unione Europea. Questa è un’operazione trasformista.

Il Movimento 5 Stelle è nella bufera. Cosa ne sarà? 
Il Movimento 5 Stelle esiste solo dentro il Palazzo, fuori non esiste più. Esistono brandelli di movimenti, ma restano brandelli. Con gli avanzi del tessuto non ci fai un vestito.

Valeva la pena aprire una crisi per far sostituire Conte con Draghi a Palazzo Chigi? 
Io non ho votato la fiducia al Governo Conte II e non ne ho nostalgia. Posso dire che faceva un po’ meno schifo di questo. L’impostazione di fondo resta la stessa: blindata dentro un percorso europeista e non ne provoca lo stress.

Altri suoi colleghi sono in dissenso. 
Io resto fermo sulle mie posizioni. Noi abbiamo un impoverimento progressivo e un indebitamento delle famiglie. Che purtroppo è pericoloso. Questo avviene sulle spinte di un modello neo-liberista: privatizzazioni, liberalizzazioni, mettere le mani sul territorio italiano, non lo condivido. Io sono per avere più Stato e meno mercato. Io sono statalista. Per me lo Stato è il big player. Noi dobbiamo difendere lo Stato, e se non lo facciamo saremo sempre deboli e ricattabili dai grandi Paesi come Usa, Cina e dai giganti tech come Amazon e Facebook…

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