Cultura

“Dodici rose a Settembre” e un vendicatore che segue uno schema incomprensibile

Torna sugli scaffali Maurizio de Giovanni con un noir, pubblicato dalla Sellerio, che si nutre di ironia e di mistero. Giocando a rimpiattino con la simpatia e la credibilità dei personaggi. Il tutto a fronte di una inaspettata dichiarazione d’amore per il “rimpianto e immenso” Andrea Camilleri


14/10/2019

di Massimo Mistero


Subito la sua dichiarazione d’amore per la casa editrice Sellerio e per il rimpianto Andrea Camilleri. Scrive infatti Maurizio de Giovanni, un autore che sa manovrare la penna come pochi e che, generosamente, non lesina mai i suoi apprezzamenti. In questo caso a celebrazione, lui che ha pubblicato con tutte le maggiori case editrici, del suo ingresso alla Sellerio con Dodici rose a Settembre (pagg. 272, euro 14,00): “Un piccolo libro blu. Così semplice, eppure così importante. Un riferimento per chi entra in libreria, un sorriso per chi sa di trovare in quello scaffale un certo tipo di lettura, un certo tipo di racconto. Un piccolo libro blu - che con questo suo lavoro ha toccato quota 1142, dando voce alle migliori firme su piazza, italiane e non - che rappresenta anche un punto di arrivo”. 
Un traguardo, a suo dire, “soprattutto legato al fatto di essere nello stesso catalogo del più grande di tutti, dell’indovino dei cuori, del narratore dei sogni. Il maestro che ha portato la letteratura nera italiana sui comodini di chi non leggeva e del quale tutti abbiamo un gran bisogno: il grandissimo, rimpianto e immenso, Andrea Camilleri”. Insomma, una attestazione di stima e affetto sconfinata che soltanto un napoletano verace come lui poteva regalare. 
La qual cosa non sorprende in quanto de Giovanni, strada facendo, ha dimostrato a sua volta di essere un vero numero uno, dando voce a personaggi che hanno lasciato il segno nella narrativa di settore: giocando a rimpiattino per dodici volte (più tre racconti) con il mondo malinconico dell’intrigante e complesso commissario Luigi Alfredo Ricciardi, il personaggio messo in scena negli anni Trenta in una Napoli “miserabile e di grande dignità, dolorosa e forte al tempo stesso”; raccontando nove storie incentrate sull’ispettore Lojacono, prima guida - narrativamente parlando - de I bastardi di Pizzofalcone (avventure approdate sul piccolo schermo in una doppia serie interpretata da Alessandro Gassmann); inventandosi le due (recenti) storie dedicate a Sara, la donna invisibile che, “dal suo archivio nascosto in una Napoli periferica e lunare, ci trascina nel luogo in cui tutti vorremmo essere: in fondo al nostro cuore, anche quando è nero”. 
Un autore pronto a farsi carico anche degli “striscioni” del mondo del calcio. Quello che lo ha portato a dichiarare: “Concordo con l’ex allenatore della nazionale Arrigo Sacchi sul fatto che il calcio sia la più importante delle cose non importanti”, fermo restando che “il tifo è una malattia necessaria”. L’unica che lui peraltro concepisce. Quella, nemmeno a ricordarlo, a favore del Napoli. Alla quale squadra ha sinora dedicato sette lavori. 
Maurizio de Giovanni, si diceva, una macchina da guerra capace di sfornare un romanzo dopo l’altro (lavori peraltro tradotti in una ventina di Paesi, Stati Uniti e Giappone compresi); uno scrittore che, vincitore di un sacco di premi (fra i quali un Viareggio e un Scerbanenco), in termini di immagine non si fa mancare nulla, presentando non solo i suoi libri ma anche quelli degli altri. Sempre regalando con grande signorilità (in fondo la pubblicità è l’anima del commercio) dediche a questo o a quello. Ma anche intervenendo dal piccolo schermo su casi di cronaca particolarmente complessi; seguendo le trasposizioni televisive delle sue storie; facendosi rincorrere, attraverso i buoni auspici della moglie Paola (una donna quanto mai efficiente stando ai risultati) per una chiacchierata a largo respiro. 
Ci è successo qualche tempo fa e non ci aveva deluso. Ammettendo con una punta di orgoglio: “Una volta che ho in testa una storia e mi sono documentato (avvalendomi anche della collaborazione di altre persone), in un mese scrivo dalla prima all’ultima pagina senza ripensamenti, lavorando dalle otto di mattina alle cinque di sera. Poi smetto in quanto la lucidità narrativa inizia a farsi desiderare”. 
Lui che è nato a Napoli il 31 marzo 1958 da una storica famiglia di origini tedesco-russe (“Al nome e al cognome che utilizzo andrebbe infatti aggiunto di Santa Severina Greuther, di certo una esagerazione che non mi posso permettere”). E sotto il Vesuvio avrebbe frequentato il liceo, portandosi a casa un diploma superiore in Lettere classiche, per poi iscriversi a Giurisprudenza, facoltà che avrebbe lasciato in seguito alla prematura morte del padre Giovanni: “Era il 1981, aveva soltanto 52 anni e io ero il primo di tre figli”. Da qui l’ingresso in banca, “con otto anni di lavoro in Sicilia, presso la filiale dell’allora Banca commerciale italiana di Agrigento”. 
Quindi - repetita iuvant - il ritorno a casa, dove avrebbe iniziato la carriera di scrittore partecipando a un concorso, peraltro vinto, indetto da Porsche Italia presso il Gran Caffè Gambrinus e riservato a giallisti emergenti, con un racconto ambientato negli anni Trenta e intitolato I vivi e i morti. Racconto che nel 2006 sarebbe stato alla base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, riproposto l’anno successivo sotto il titolo Il senso del dolore. Il protagonista? L’azzeccato commissario Ricciardi, che a partire dal 2013 si sarebbe alternato con il nuovo ciclo dei citati Bastardi di Pizzofalcone. Una serie probabilmente ispirata a quella dell’87º Distretto di Ed McBain. Serie che “aveva segnato la transizione dal genere noir al police procedural”. 
Che altro? Un numero uno che, da buon napoletano, qualche scaramantica mania se la porta al seguito. Come quella di un fermacarte “che risale al primo conflitto mondiale, forse realizzato utilizzando il metallo di una scheggia che aveva sfiorato mio nonno mentre era in guerra. Per me è un simbolo di pericolo e di salvezza al tempo stesso. Così non manco di accarezzarlo e coccolarlo quando sono in cerca di ispirazione”. 
A questo punto, dopo averla tirata per le lunghe ma il personaggio lo meritava, spazio alla trama di Dodici rose a Settembre, un romanzo nel quale de Giovanni rimette in scena alcuni personaggi già testati in un paio di racconti editi proprio da Sellerio, quale quello di Mina Settembre (e qui fughiamo i dubbi legati a quella S maiuscola riportata nel titolo). 
Si tratta di personaggi che si sono già fatti notare per la loro simpatia e la loro credibilità per come affrontano il loro lavoro a Napoli, in un territorio in cui gli assistenti sociali sono visti come il fumo negli occhi e sono sempre troppo pochi. “Maschere farsesche sullo sfondo chiassoso di una città amara e stanca di tragedie”. Un mondo di fatica del vivere che l’autore riesce a far immaginare (e amare) dal lettore, dando voce a figure “ironiche, idiomatiche, paradossali, immaginose”. 
“Gelsomina (detta Mina) Settembre è una borghese napoletana in trasferta nei Quartieri Spagnoli; in possesso di una non comune sensibilità sociale, determinata a proteggere i deboli dalle prevaricazioni, anche a dispetto delle regole, è guardata con sospetto dove lavora, perché è pur sempre una signora. D’altra parte le sue contraddizioni sembrano riflettersi sul suo corpo: 42 anni ben portati, aggraziata, ma con un fisico prosperoso che non accetta e che cerca di nascondere con maglioni sformati che le attirano pesanti reprimende da parte dell’acida madre. Con la quale è tornata ad abitare, suo malgrado, dopo la separazione”. 
Un modo di proporsi che non la preserva nemmeno dalle “volgari attenzioni di Rudy Trapanese, portinaio anziano ma tutt’altro che rassegnato all’età in quanto si sente irresistibile. E anche la sua vita sentimentale è una contraddizione vivente, sospesa com’è tra Claudio, ex marito magistrato, protettivo e un po’ grigio, ancora innamorato di lei, e Domenico Giammardella, ginecologo imbranato e inconsapevole che lavora nel suo stesso consultorio”. 
Succede che, in uno strano mese di settembre in una Napoli luminosa e disperata, Mina si trovi alle prese con una penosa situazione di degrado sociale, con due innocenti da sottrarre alla prevaricazione di un delinquente protetto dalla solita falla legislativa. E, non bastasse, eccola a dover fronteggiare anche una tempesta sentimentale. Sì, perché il bel Domenico non si decide a corteggiarla e la madre, determinata a renderle la vita un vero inferno, non si tira indietro. 
Nel frattempo l’ex marito magistrato porta avanti con assoluta riservatezza un’indagine sull’Assassino delle Rose, un pazzo che ammazza gente senza un criterio dopo aver fatto trovare in casa o sul posto di lavoro della vittima designata una rosa. Quello che Claudio non sa è che anche Mina riceve ogni giorno una rosa. Rossa, come il sangue. La causa? Un qualcosa di sepolto nel passato remoto. E il magistrato De Carolis (il quale, antipatia e presunzione a parte, è l’unico che prova a conciliare le leggi con la giustizia) deve capire tutto prima che arrivi l’ultima delle dodici rose inviate da un pericoloso serial killer...

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