Cultura

“Conosci te stesso”: la dimensione privata di Socrate

Il grecista Armando D’Angour ci svela chi fosse e come vivesse nella realtà del suo tempo il padre della filosofia occidentale


05/10/2020

di Tancredi Re


Il motto “Conosci te stesso”, iscrizione posta all’entrata del tempio di Apollo a Delfi, voleva significare, nella sua laconicità, la caratteristica dell’antica sapienza greca. Il significato originario, dedotto da alcune formule pervenute ai contemporanei (Nulla di troppoOttima è la misuraNon desiderare l’impossibile), era di voler ammonire a conoscere i propri limiti: “conosci chi sei e non presumere di essere di più”. Era dunque un’esortazione a non cadere negli eccessi, a non offendere la divinità pretendendo di essere come Dio.  E, forse, quando Socrate si recò in visita all’oracolo di Delfi, riconobbe in quella frase la voce di un demone interiore, che lo invitava a sondare i propri limiti per poi metterli alla prova nella vita pubblica. 
Per ironia del destino, se siamo abbastanza informati sulle circostanze della sua morte (avvenuta nel 399 a. C. per avvelenamento attraverso l’assunzione della cicuta al termine di un processo voluto dal Governo democratico di Trasibulo che lo aveva giudicato un nemico politico per i rapporti avuti con Alcibiade, suo scapestrato discepolo e presunto amante, accusato di avere tradito Atene per Sparta durante le Guerre del Peloponneso), sulla vita del padre del pensiero occidentale sappiamo invece ben poco. 
Per sua scelta non lasciò alcuno scritto perché fece dell’oralità lo strumento essenziale del suo “fare filosofia” in forma dialogica. Poco si sa anche della sua vita se non attraverso le opere di Platone e Senofonte, suoi discepoli. Dalle opere di quest’ultimo, giudicate ora attendibili dagli storiografi dell’Ottocento, ora scarsamente utili da quelli del Novecento soprattutto se comparate alle opere di Platone, l’immagine di Socrate che emergerebbe sarebbe quella di un uomo virtuoso e morigerato, cittadino modello, timorato degli dei, instancabile nel predicare la virtù e nell’esortare i giovani all’obbedienza verso i genitori e alle leggi dello Stato. 
Rileggendo le fonti della tradizione alla luce di altri testi dimenticati e trascurati, adesso il grecista Armand D’Angour (professore di studi classici al Jesus College di Oxford) nel libro Socrate innamorato. La giovinezza perduta del padre della filosofia occidentale (Utet, pagg. 224, euro 19,00, traduzione di Chiara Baffa) ci porta indietro nel tempo e nello spazio, fino ai piedi dell’acropoli di Atene nel momento della sua massima fioritura. 
Tra le strade di questa mitica città, mai così vivida, incontreremo finalmente e per la prima volta il giovane Socrate: irresistibile scavezzacollo restio a proseguire l’arte paterna di scalpellino, cultore di musica in viaggio a Samo con l’insegnante Archelao, agile lottatore ed eroe di guerra che nella battaglia di Potidea (una delle più importanti per le quali si scatenò la Guerra del Peloponneso nel 432 a.C. fra gli ateniesi, le armate alleate di Corinto e del re macedone Perdicca II) porta in salvo l’amato Alcibiade. 
Ma non è tutto: una scia di indizi conduce D’Angour a scoprire persino uno spiazzante Socrate innamorato di Aspasia di Mileto, futura compagna di Pericle, dietro cui potrebbe nascondersi Diotima, la fascinosa etera del Simposio, “maestra di cose d’amore” e ispiratrice dell’amore più grande, la philosophia.

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