Cultura

“A proposito del gusto. Cinquanta dissertazioni sul cibo e sul vino, dal fare quotidiano al Coronavirus”

Dalla penna di Ernesto Di Renzo, antropologo presso l’Università di Roma Tor Vergata, un inconsueto viaggio sui significati culturali che l’uomo costruisce attorno al cibo. Con un suggerimento al seguito: visti i tempi cadenzati dalla pandemia sarebbe opportuno ricominciare da capo


11/01/2021

di LUCIO MALRESTA


“Pensare al cibo oggi”, come recita il titolo dell’incipit, è decisamente arduo. In altre parole, con tutte le grane e le restrizioni con le quali ci troviamo a confrontarci a causa del dilagare della pandemia da Covid-19, dare voce a un libro sul cibo e sulle pratiche sociali del mangiare si porta al seguito una buona dose di coraggio. Così come risulta difficile ritenere che “quanto si è scritto prima del marzo 2020 possa continuare a incrociare il gradimento e gli interessi di chi lo legge oggi”. Allora che fare, come comportarsi? È il caso di lasciar perdere o sarebbe meglio cercare di imboccare vie innovative? 
È quanto si chiede a posteriori Ernesto Di Renzo, nato sulle montagne abruzzesi ma da anni residente nella Capitale, dove riveste il ruolo di docente-antropologo presso l’Università di Roma Tor Vergata. Ricercando e approfondendo - sin da prima che l’argomento diventasse un tema ridondante degli studi accademici - i significati culturali che l’uomo costruisce attorno al cibo e agli infiniti modi in cui decide di mangiarlo. 
Giocando peraltro, e non è da tutti, sull’ironia. Ad esempio sottolineando che se il cibo fosse solo una questione di chilocalorie da assumere mangiando, la Nona sinfonia di Beethoven sarebbe nient’altro che un susseguirsi di hertz da ascoltare sentendo. Da qui una serie di portate ricche e intriganti sulle più variegate tematiche, alcune delle quali raramente trattate da altri esperti di settore. “Perché pensare al cibo in termini di semplice alimento significa perdere di vista la grande importanza culturale che esso ha rivestito, e continua a rivestire, nella vita, nella storia e nell’esperienza di ciascuno di noi”. 
Non a caso, tiene a precisare l’autore che si è dedicato a un approfondito lavoro di documentazione e di ricerca, il cibo è molto più delle sostanze che lo compongono. È infatti anche “sapere e comunicazione, strumento di potere, identità e viaggio, evasione e contaminazione”. 
Detto questo, cari lettori, che non vi passi nemmeno per la testa che il variegato libro che vi stiamo suggerendo - A proposito del gusto, 50 dissertazioni sul cibo e sul vino dal fare quotidiano al Coronavirus (Cinquesensi Editore, pagg. 176, euro 20,00, formato 16,8x23,5 centimetri) -  si proponga professoralmente pesante. Tutt’altro, anche se ogni tanto spruzzate di cultura d’élite vengono dispensate qua e là, ma con la dovuta leggerezza. 
Così, tirate le somme a fronte delle tante tematiche trattate, non ci sarà certo da annoiarsi. Si va infatti dal presente al passato, dalla simbologia alle sagre, da Ferran Adrià a nonna Peppinella, dal galateo alle biodiversità, dalla farina alla dieta mediterranea, dalle baguette alle ciriole, dal pane bianco a quello nero, dal kebab alla polenta, dal caviale alla coratella, dal vino ai marcatori di civiltà, dal chilometro zero al Covid-19 e via dicendo. 
Semmai attendetevi - come annota nell’introduzione Alberto Capatti, noto storico della gastronomia italiana - risposte a domande, quesiti e ipotesi enunciati con una sfrontata chiarezza. Giocando con la seduzione delle parole, ovvero traducendo storici piatti in nuovi modi di comunicare. Facendoci diventare “mangiatori di immagini, degustatori di narrazioni, divoratori di simboli”. Sempre e comunque all’insegna del made in Italy, seppure non disdegnando scorribande oltre confine. 
Come amabilmente riassume l’editore, “il Sapiens è un onnivoro aumentato capace di mangiare di tutto, o quasi. Inoltre è un vorace divoratore di icone, di simboli, di valori, disposto a utilizzare amatriciane, fiorentine, sushi, pokè, spritz e pecorini per i più svariati scopi extra-alimentari: raccontarsi, distinguersi, professarsi, fantasticare, connettersi agli altri, dare senso al tempo e ai fatti che lo riguardano. Oltreché, naturalmente, per accaparrarsi qualunque cosa sia in grado di procurargli appagamento, beatitudine e soddisfazione. Anche se questo include cose inutili o dannose per la nutrizione e la salute: compreso il mangiare quando si è sazi o l’inghiottire generose quantità di sostanze nocive variamente presenti in molti cibi dall’elevato richiamo gustativo”. Perché, come ben si sa, non tutto ciò che è nutrizionalmente indicato per la salute è gustativamente ricercato dal palato. 
Se poi ciò accade nella consapevolezza o nell’automatismo dei comportamenti è precisamente quello che il libro si prefigge di indagare, adottando un misurato sguardo da lontano con il quale mettere a fuoco ciò che è forse troppo vicino per essere compreso.

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