Cultura

Voleva essere una gatta morta, ma quando ha capito che non ci sarebbe riuscita…

Torna sugli scaffali Chiara Moscardelli, un’autrice dai toni scanzonati, capace di dare voce a personaggi che lasciano il segno attraverso l’ironia, il sorriso e una buona dose di amarezza


01/07/2019

di Mauro Castelli


Ci aveva abituato, lo scorso anno, a fare amicizia con Teresa Papavero, una donna segnata dall’età (“Superati i quaranta un uomo diventa interessante, una donna zitella”) con ben altre preoccupazioni per la testa. Che arriva in quel di Strangolagalli, un paesino in provincia di Frosinone dove “prima” non succedeva mai niente e ora succede invece un po’ di tutto. Nemmeno a dirlo dopo che è arrivata lei, Chiara Moscardelli, a scombinare le carte. Una location peraltro legata alla sua passione per Jessica Fletcher, la protagonista della serie televisiva La signora in giallo interpretata da Angela Lansbury. A fronte di una vicenda a metà strada fra una commedia brillante e una spy story che, secondo l’autrice, avrebbe dovuto beneficiare di altre due storie. Che probabilmente, c’è da supporre, saranno già in gestazione. 
A sorpresa, invece, la nostra Chiara ha deciso di fare un passo indietro, dando voce, per i tipi della Einaudi, a Volevo essere una vedova (pagg. 198, euro 17,00), il seguito di Volevo essere una gatta morta, il romanzo con il quale aveva esordito nel 2011 e che in men che non si dica era diventato oggetto di culto per i seguaci della rete. Un canovaccio nel quale a tenere banco era lei stessa all’insegna di una dissacrante ironia. Assicurando che l’altra Chiara, avendo capito che a fare la gatta morta non ci sarebbe mai riuscita (rifugiarsi nei sogni non è peccato, ma quasi mai il brutto anatroccolo si trasforma in cigno), ha ritenuto opportuno cambiare strategia. Sempre puntando - stiamo ovviamente parlando della Moscardelli - sulla filigrana della sua vita (“Sono schietta, contraddittoria e insicura. In ogni caso cerco di essere me stessa, ma i risultati non sono sempre dei migliori”); un percorso che l’ha vista confrontarsi con difficoltà affettive e altre paure “segnate dalle colpe dei genitori, anche se dopo i vent’anni spesso le colpe sono soltanto tue”. 
Vale la pena di ricordare dare che Chiara Moscardelli, nata Roma nel 1973 dove si è peraltro laureata all’Università La Sapienza, da diversi anni lavora a Milano come responsabile editoriale per la Baldini+Castoldi (oltre a collaborare con Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, e con le riviste Vanity Fair e Donna Moderna). 
Milano, si diceva, una città con la quale, a suo dire, sembra avere un conto aperto: “Difficile farsi degli amici con i quali andare a vedere un film, difficile rapportarsi anche con il tuo compagno di banco. Insomma, Milano è un bel posto per morire. Da sole. Qui si lavora e si lavora. E dopo le mie dieci ore giornaliere mi tuffo nella solitudine, mentre al sabato e alla domenica mi dedico alla scrittura, supportata peraltro da un corso di sceneggiatura che ho voluto a suo tempo frequentare”. 
Corso i cui frutti si sarebbero identificati nel citato Volevo essere una gatta morta e, a seguire, con La vita non è un film (ma a volte ci somiglia), una specie di sequel con ancora lei protagonista in cerca dell’uomo ideale. Quindi sarebbe stata la volta di Quando meno te lo aspetti, Volevo solo andare a letto presto e Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli
A questo punto la sua sferzante comicità si è abbattuta senza se e senza ma sui protagonisti, vecchi e nuovi, di Volevo essere una vedova. Un romanzo di piacevole lettura che “beneficia” dei soliti chilometrici ringraziamenti. “Ai quali tengo molto, e questa volta ancora di più visto che questo libro rappresenta l’altra parte della mia vita”, il seguito - come accennato - di ciò che aveva raccontato in Volevo essere una gatta morta
In sintesi: è passato parecchio tempo da quando Chiara aspirava, appunto, a fare la gatta morta. In tutti questi anni cosa è successo e che fine ha fatto? “L’avevamo lasciata trentenne, senza uno straccio di fidanzato, e la ritroviamo a quarantacinque, ancora single. Com’è potuto accadere? Com’è arrivata a questa età senza sposarsi, fare figli, adeguarsi alla vita che sua madre e le zie, anche quelle degli altri, prevedevano per lei?”. 
Per capirlo Chiara si racconta, ai lettori e all’analista, ripercorrendo gli ultimi dieci anni: il trasferimento a Milano, dove sperava di accasarsi e invece ha trovato sciami di gay (ha un bel da dirle l’amico Luca che non ha bisogno di un uomo per essere felice…), il lavoro in una città che per certi versi le è ostile, i disastri sentimentali e il fatto che tutti, ma proprio tutti, persino il dentista o l’ortopedico, continuino a chiederle perché sia sola. Così, pur di non essere sottoposta al solito strazio, all’ennesima visita medica decide di spacciarsi per vedova, guadagnandosi uno status finalmente accolto dalla società. Se è vedova, allora qualcuno se l’era presa, anche se purtroppo è morto… 
Che dire. Una commedia della vita che porta il lettore a solidarizzare con la protagonista, ovvero con l’autrice (ma sarà poi tutto vero?); un gioco della parti che cattura e intriga mascherando il disagio all’insegna del sorriso, peraltro non trascurando sorsate di amarezza; spaccati di vita che lasciano il segno e che risultano di conforto con chi si è trovato in situazioni analoghe. A conti fatti una chicca narrativa che si beve d’un fiato. Cosa pretendere di più da uno scrittore, che in questo caso è poi una scrittrice?

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