Cultura

Una vita piena di "scalate" quella di Arsène, un rifugiato ruandese che approda a Parigi dove…

A raccontarci questa commovente storia all’insegna della metafora di una valigia è la scrittrice francese di origini libanesi Yasmine Ghata


07/06/2021

di Giovanni Mediante


Un tuffo nel mondo dei rifugiati e delle loro difficoltà di inserimento nel mondo occidentale attraverso le riflessioni di un bambino, che in prima battuta incontriamo in classe dove entra una insegnante che scrive il suo nome sulla lavagna e si mette a parlare. E mentre alcuni alunni si dimostrano vogliosi di essere interrogati, altri rimangono perplessi. E lui, rendendosi conto che quel contesto lo lascia indifferente, si ripiega su se stesso smettendo di ascoltare, visto che intercetta una parola qua e là. 
Parole isolate che non significano niente. Poi, quando suona la campanella, si sente doppiamente orfano, senza genitori e senza qualcosa che fosse appartenuto a loro. In effetti non ha conservato nulla della sua infanzia, tranne una vecchia valigia sformata, che non vale niente e che non somiglia neanche più a una valigia. È infatti quello l’unico bene in suo possesso da quando è arrivato in Francia. 
E appunto La valigia di Arsène (Astoria, pagg. 136, euro 16,00, traduzione di Margherita Belardetti) è l’intrigante romanzo breve scritto Yasmine Gatha, quarantaseienne autrice francese di origini libanesi (in realtà solo sua madre è libanese, la scrittrice Vénus Khoury-Ghata, mentre il padre è il medico e ricercatore franco-bulgaro Jean Ghata) che ha studiato alla Sorbona e all’École du Louvre, oltre a proporsi - per via della sua specializzazione - come mercante d’arte islamica. 
Una penna, apprezzata sia dalla critica che dai lettori, che ha dato voce a sei romanzi pubblicati in prima battuta da editori prestigiosi come Laffont e Fayard. Il primo dei quali, La notte dei calligrafi, nel 2015 era stato proposto anche in Italia dalla Feltrinelli. Un lavoro che, detto per inciso, aveva vinto il Premio Grinzane Cavour. 
Come accennato, a tenere la scena ne La valigia di Arsène sono un bambino, un’insegnante, un viaggio difficile, una storia di dolore, ma anche di accoglienza e rinascita, grazie alla forza della scrittura e dell’immaginazione. Sì, perché Arsène è un rifugiato ruandese che, fuggito dal suo Paese dilaniato dalla guerra civile, ha trovato a Parigi - dopo varie, drammatiche peripezie - una nuova famiglia. Tanto amorevole quanto attenta. 
Arsène, come accennato, incrocia nella sua solitudine Suzanne, una insegnante giovane e intraprendente che tiene un corso di scrittura e che, convinta dell’importanza degli oggetti nella nostra vita, riuscirà a far parlare Arsène di sé e del suo eroico viaggio avulso dal tempo (segnato dall’attesa e dalla noia, le sue vere torture), partendo dalla descrizione di una valigia da una cinghia strappata che lo ha accompagnato durante la fuga verso la salvezza. 
D’altra parte anche Suzanne sta vivendo una tragedia familiare: la morte del padre e la perdita della casa in cui è cresciuta. Fermo restando che ci sono diversi modi di affrontare drammi piccoli e grandi, dalla scomparsa delle persone care a veri e propri genocidi, quelli che costringono tante persone all’emigrazione forzata. 
Un tema caldo, del quale Yasmine Ghata decide di parlarne con dolcezza, mostrandoci appunto Arsène, un bambino in fuga dal suo villaggio portando solo una valigia con sé. Una valigia che gli servirà da rifugio durante le notti nella foresta, e che sarà l’unico legame con la sua vita precedente una volta arrivato a Parigi. 
Risultato? Sia Arsène sia Suzanne, attraverso la scrittura e l’immaginazione, affronteranno e, per quanto possibile, supereranno ciò che hanno vissuto, regalandoci, e regalandosi, un lieto fine. 
In sintesi: una storia di dolore, ma anche di accoglienza e rinascita grazie al potere delle parole, della scrittura e dell’immaginazione. In quanto, raccontando la propria storia, la sofferenza almeno in parte tende a diluirsi, a diventare più accettabile. “Togliendo al male il peso del segreto”. 

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