Cultura

Una vacanza rurale a Trevi, antica città degli Umbri famosa per le sue acque miracolose e per un ulivo millenario


01/06/2020

di VALENTINA ZIRPOLI


L’azzeramento della spesa turistica ha avuto un impatto economico devastante con una perdita stimata in quasi 20 miliardi di euro. Da qui l’invito del premier Giuseppe Conte a passare le vacanze in Italia per aiutare il Paese a ripartire nella Fase 2 dell’emergenza Coronavirus. 
Vacanza Made in Italy, turismo di prossimità e riscoperta dei piccoli borghi e dei centri minori nelle campagne, per garantire il rispetto delle distanze sociali ed evitare affollamento in città, in montagna e al mare, rappresentano quindi gli elementi chiave delle nostre prossime ferie. 
In questo contesto il turismo rurale svolge un ruolo centrale, in quanto è in grado di rispondere appieno a tutte queste nuove esigenze del turista. 
L'Italia è leader mondiale nel turismo rurale con 24mila strutture agrituristiche diffuse lungo tutta la Penisola, con una netta prevalenza dei piccoli comuni. Qui cascine, percorsi naturalistici, visite agli animali con la pet therapy e anche spazi a tavola dove assaggiare le specialità della tradizione contadina dell'enogastronomia Made in Italy la fanno da padrone. 
Una delle località dove vivere al meglio una esperienza di turismo rurale è certamente Trevi, in provincia di Perugia: un borgo nel cuore dell'Appennino umbro-marchigiano, sovrastato da alti monti e circondato da corsi d’acqua, interessante anche dal punto di vista artistico e per le sue tradizioni legate alla cultura religiosa. 
Il borgo di Trevi viene citato già da Plinio il Vecchio, che la classifica come una città degli Umbri. La sua esistenza prima della dominazione romana è certa e testimoniata anche dalla "stele di Bovara", con iscrizione arcaica, rinvenuta di recente, e da alcuni ritrovamenti del paleolitico che attestano la presenza nel suo territorio di civiltà preistoriche.

Il Clitunno

Il maggiore dei corsi d'acqua di Trevi è il Clitunno. Questo fiume nasce presso il percorso della via Flaminia, a Campello sul Clitunno, tra Spoleto e Foligno, e scorre per 60 km passando per Pissignano, Cannaiola, Trevi e Bevagna, per gettarsi infine presso Cannara nel fiume Topino, affluente a sua volta del Chiascio e quindi subaffluente del Tevere. 
Conosciuto già nell'antichità (Clitumnus), alle sue acque venivano attribuite proprietà miracolose, tanto da essere deificato in epoca romana. Aveva come nume tutelare il dio Giove Clitunno, venerato nel tempietto adiacente, iscritto alla Lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel giugno 2011. Lì, il mese di maggio, si tenevano in suo onore i sacra clitumnalia
La limpidezza delle acque di questo fiume viene citata da Properzio, Silio Italico, Stazio, Giovenale e Claudiano. Anche Virgilio, nel secondo libro delle Georgiche, si sofferma sulla bellezza di questo luogo, ricordato anche da Thomas Macaulay, Byron, Ladislao Kulczycki e Giosuè Carducci. 
Presso le sorgenti è stato costruito un parco nel 1852 e creato un laghetto artificiale.


Il Santuario della Madonna delle Lacrime

Il Santuario della Madonna delle Lacrime fu costruito su una preesistente casa rurale di un certo Diotallevi di Antonio che nel 1483, a scopo devozionale, aveva fatto dipingere una Madonna con il Bambino e san Francesco. La sera del 5 agosto 1485 qualcuno vide il volto della Madonna piangere lacrime di sangue. In seguito all'evento miracoloso si decise di costruire un santuario a memoria dell'avvenimento con il contributo del Comune e di alcune famiglie di Trevi; terminato nel 1522 divenne importante luogo di venerazione della Madonna. 
Sulla facciata si apre un portale rinascimentale (1495-1498), opera del veneziano Giovanni di Giampietro. Nell'interno, a croce latina e navata unica, si aprono numerose cappelle, due delle quali decorate da due tra i più importanti pittori umbri del Rinascimento, il Perugino e lo Spagna. Al primo spetta la decorazione della cappella del Presepio, realizzata nel 1521 e raffigurante, nei modi tipici del pittore, un'Adorazione dei magi e, ai lati, i Santi Pietro e Paolo. Allo Spagna si deve invece il Trasporto di Cristo dipinto tra il 1518 e il 1520 nella cappella di San Francesco. La scena, desunta dalla celeberrima tavola realizzata da Raffaello nel 1507 per la cappella Baglioni di San Francesco al Prato a Perugia, è sovrastata da una lunetta con Sant'Agostino con devoti e angeli e circondata dalle figure dei Santi Ubaldo e Giuseppe. 
Alternati alle cappelle si ergono i raffinati monumenti sepolcrali, scolpiti sulla pietra caciolfa, appartenenti ai membri della famiglia Valenti. All'iniziativa della famiglia si deve anche l'edificazione dell'altare in marmi policromi della Madonna delle Lacrime destinato ad accogliere l'immagine della Vergine che dette origine del santuario. 
La chiesa, aperta tutti i giorni, è gestita dalle Suore della Sacra Famiglia di Trevi.


Frazione Bovara

Trevi conta al suo interno numerose Frazioni. 
La frazione di Bovara è particolarmente nota per l’Abbazia di San Pietro, già abbazia benedettina, del XII secolo in stile romanico. 
Si dice che, durante il suo viaggio per Roma, qui si sia fermato in preghiera San Francesco. La tradizione popolare vuole che un frate che accompagnava Francesco, fra Pacifico, abbia avuto una visione dell'Inferno e del Paradiso mentre era in preghiera davanti ad un Crocifisso, conservato all’interno della chiesa in una cappella in stile baroccheggiante, a cui la popolazione attribuisce diversi miracoli, uno su tutti quello di aver fatto piovere dopo più di un anno in cui non si erano verificate precipitazioni. In ricordo di ciò il Cristo del crocifisso viene calato dalla croce, adagiato in una sorta di lettino e portato in processione ogni 5 anni, nel mese di maggio. Ogni 25 anni poi si percorre un lungo tragitto, sempre con la statua del Cristo, sino al capoluogo comunale.


Nella Frazione è possibile ammirare un ulivo millenario (di 1700 anni all'incirca) al quale fu legato sant'Emiliano, patrono della città e del comune di Trevi, per essere martirizzato dai romani. 
Tale ulivo, il più vecchio in Umbria, è l'unico ad essere sopravvissuto alle varie galaverne, o gelate, che si sono succedute negli anni (l'ultima negli anni cinquanta del '900) e che hanno ucciso tutte le piante d'ulivo della zona.


Fonti: 
www.comune.trevi.pg.it

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