Cultura

Una strana arma per uno strano delitto: l’ombrello dell’imperatore

Dall’esordiente romano Tommaso Scotti, da nove anni accasato a Tokio, un’indagine impossibile. Perché in Giappone sei colpevole sino a prova contraria


05/07/2021

di VALENTINA ZIRPOLI


In Giappone, al contrario di quel che succede in altri Paesi (se vogliamo anche in Italia, che almeno a parole si propone come la patria del diritto), “sei colpevole sino a prova contraria”. Non innocente, ma colpevole. Perché il Giappone è un Paese sospeso - almeno dal punto di vista narrativo - fra modernità e tradizione, passato e presente, vecchie e nuove regole. Ed è appunto in questo equilibrio instabile che si muove un geniale investigatore, l’ispettore Takeshi Nishida, un uomo lacerato fra Oriente e Occidente che fa parte della squadra Omicidi della polizia di Tokyo. 
Così ne L’ombrello dell’imperatore (Longanesi, pagg. 318, euro 16,80) l’esordiente Tommaso Scotti racconta con sguardo curioso e disincantato le mille solitudini, i sorprendenti codici di comportamento e la disarmante bellezza del Paese del Sol levante, “introducendoci - con cognizione di causa - alla comprensione di una cultura tanto ammirata quanto fraintesa”. 
Per la cronaca Scotti è nato a Roma il 12 marzo 1984, ma è di stanza a Tokyo dal 2012, dove tre anni dopo aveva conseguito un dottorato in matematica applicata, a seguito del quale si era trovato a darsi da fare nell'ambiente delle tecnologie finanziarie (con una non proprio positiva esperienza nel campo delle criptovalute) e pubblicitarie. 
Fermo restando il suo amore per la scrittura (“Per dare voce a questo libro c’è voluta davvero una enorme pazienza e perseveranza. Ma ne valeva la pena, in quanto la soddisfazione mi ha di gran lunga ripagato della fatica”). Lui peraltro intrappolato - a suo dire - dalla passione per la musica e per lo sport (“Suono il pianoforte sin da bambino e da più di vent’anni pratico arti marziali”). 
Che altro? “Nel tempo libero mi dedico alla calligrafia, giro in moto, scrivo, leggo, programmo, faccio foto e probabilmente - ironizza - ho dimenticato qualcosa”. Come i sei mesi trascorsi in Finlandia nel 2008 frequentando l’Università di Oulu, in quella che si rivelò “un’esperienza fantastica”. Infatti, “non imparai solo analisi funzionale e teoria della probabilità avanzata. Imparai anche che cosa significa essere indipendenti, stare da soli, e che studiare nuove lingue ripaga sempre. Come quando, per esempio, il pullman su cui mi trovavo si schiantò contro una macchina nel mezzo della tundra del nord e tutti quelli che avevo intorno parlavano soltanto finlandese”. 
Tuttavia, la Finlandia fu solo un primo passo. In quanto in seguito, “con più di dieci anni di pratica in arti marziali e una conoscenza basilare del cinese in valigia, mi trasferii a Pechino come se stessi andando a fare un’escursione nel boschetto romano di villa Pamphili. Si rivelò però un pelino più complicato. Lo shock culturale fu tremendo, e nei primi giorni più di una volta mi ritrovai sul punto di abbandonare e tornarmene a casa. Ma non lo feci. Certo, ci vollero un sacco di sforzi e di fatica, ma superato lo scoglio iniziale la Cina si rivelò un’avventura unica che spaziò dal suonare il pianoforte nella residenza dell’ambasciatore, al partecipare a una cerimonia buddhista privata nella casa di Chengdu di un vecchio Lama tibetano…”. 
La vera svolta, tuttavia, ci fu quando, durante il soggiorno in Cina, Tommaso si recò in Giappone per un breve viaggio. “Fu amore a prima vista. Dopo pochi giorni di turismo sapevo già che volevo restare più a lungo. Così lasciai Pechino e mi trasferii direttamente a Tokyo per tentare la fortuna, in altre parole sperando di trovare un lavoro. Era l’autunno del 2010, non avevo esperienza professionale e non parlavo il giapponese”. 
Dire che era un terno al lotto è dire poco. “Passarono tre mesi, mi scadette il visto, e tutto ciò che mi rimase da fare - tiene a ribadire l’interessato nel suo profilo - fu riporre le mie speranze in una vecchia valigia scassata e tornarmene a Roma. Essendo testardo come un mulo, però, l’idea di rinunciare non mi passò nemmeno per la testa. Decisi così di provare per vie accademiche, e praticamente passai l'intero 2011 a compilare moduli e a fare domande, fino a che non ottenni non una ma due borse di studio e fui accettato sia all'università di Waseda che alla Meiji. Optai per quest’ultima e mi trasferii definitivamente a Tokyo nel 2012. E da allora non me ne sono più andato”. 
Come il lettore avrà notato, l’abbiamo presa alla lunga per tratteggiare il percorso di vita di Tommaso Scotti, arrivato da vincente sui nostri scaffali appunto con L’ombrello dell’imperatore. Un romanzo nel quale, come accennato, a tenere banco è l’ispettore Takeshi Nishida, un poliziotto che ha un secondo nome che pochi conoscono, ma che dice molto di lui. All'anagrafe infatti è Takeshi James Nishida. Perché Nishida è un hāfu: un mezzo sangue, padre giapponese e madre americana (un personaggio che tra spunto dai “vezzi di un ex collega: un cinquantenne, serio, gran lavoratore, maniaco di un caffè venduto in lattina che si chiana Boss”). 
E forse è per queste sue origini che non riesce a essere sempre accomodante e gentile come la cultura e l’educazione nipponica vorrebbero. Forse è per il suo carattere impulsivo, per quel suo modo obliquo e disincantato di vedere le cose e le persone che lo circondano, che non ha mai fatto carriera come avrebbe meritato. O forse è perché lui non vuole fare carriera, se questo significa mettere i piedi sotto la scrivania invece di usarli per battere le strade di Tokyo, città che parimenti ama e disprezza. E che allo stesso modo viene ricambiato. 
Di fatto Nishida è eccezionale nel suo lavoro: lo dimostra il numero di casi che è riuscito a risolvere. Fino a quello… dell’ombrello. Dove un uomo viene trovato morto, all’apparenza ucciso da un comunissimo ombrello di plastica da pochi yen, di quelli che tutti usano, tutti smarriscono e tutti riprendono da qualche parte. Ma questo ombrello ha qualcosa che lo differenzia dagli altri. Un piccolo cerchio rosso dipinto sul manico e, soprattutto, un’impronta. E Nishida si troverà di fronte a un incredibile vicolo cieco quando scoprirà a chi appartiene l’impronta digitale del possibile assassino: addirittura all’imperatore del Giappone... 
Ovviamente, in un breve prologo che graffia e brucia di cattiveria narrativa, il lettore si imbatterà subito nell’operato di un lupo freddo e calcolatore, un artista del crimine che ama cesellare la sua opera con un gesto violento quanto inaspettato. Regalando alle indagini soltanto una scura caverna al posto di un occhio, da dove era passato l’oggetto che gli aveva infilzato il cervello…

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