Cultura

Una storia piccola-piccola e un adolescente che alza la testa

Lorenza Ghinelli torna sugli scaffali con un romanzo che si nutre di quotidiano, di genitori distanti, di un nonno rottamato dall’Alzheimer e…


09/10/2017

di Massimo Mistero


Sicuramente un’autrice forte di una grande padronanza della scrittura, Lorenza Ghinelli, che con La Colpa era stata fra i finalisti del Premio Strega; una penna raffinata quanto efficace, pronta a giocare a rimpiattino con il nostro quotidiano, visto però nelle sue angolature più amare e devianti. La qual cosa non deve stupire visti i suoi trascorsi televisivi da soggettista e sceneggiatrice, esperienze che ama ora travasare negli studenti che frequentano la scuola Holden di Torino, dove nel 2003 aveva peraltro conseguito un master in Tecniche della narrazione.
Per la cronaca Lorenza Ghinelli è nata a Cesena il 10 ottobre 1981; si è laureata strada facendo in Scienze della formazione, per poi diplomarsi in grafica pubblicitaria, fotografia, web design e montaggio digitale. Inoltre, dal 2009 al 2012, ha collaborato con la Taodue come editor interna e sceneggiatrice, dedicandosi peraltro alla prima stagione del Tredicesimo Apostolo, andata in onda su Canale 5. Infine ha vissuto a Roma, anche se ora si è trasferita a Rimini, città dove è cresciuta.
Che altro? Nella sua ricerca artistica ha esplorato variegati linguaggi: regia teatrale, danza, fotografia, pittura e montaggio, anche se lo strumento espressivo che predilige è la scrittura. Ferma restando una sua curiosa annotazione: “Ringrazio quel giorno in cui ho deciso di vendere la macchina e comprarmi una moto che mi ha regalato idee che meritavano di essere scritte. E colgo l’attimo per ringraziare tutte le idee balorde dagli anni Ottanta a oggi, i sentieri sterrati e ogni imprudenza. Senza mi sarei annoiata a morte”.
Sta di fatto che le idee sarebbero arrivate, tanto è vero che, sette anni fa, si sarebbe portata a casa un esordio col botto quando con il suo romanzo d’esordio, Il Divoratore, fu oggetto di un’asta agguerrita alla Fiera del libro di Francoforte, con diritti venduti in sette Paesi. Romanzo seguito dal citato La Colpa, e poi da Con i tuoi occhi, Sogni di sangue e dal dissacrante Almeno il cane è un tipo a posto, lavoro vincitore del Premio Minerva.
Lei che è anche autrice di vari racconti, opere teatrali e cortometraggi; lei che ha scritto Francis degli specchi, un romanzo disegnato da Mabel Morri; lei che, nel 2010, insieme a Simone Sarasso e Daniele Rudoni, ha pubblicato J.A.S.T. per i tipi della Marsilio.
E ora eccola di nuovo sugli scaffali con Anche gli alberi bruciano (Rizzoli, pagg. 162, euro 15,00), dove a tenere la scena è l’adolescente Michele, figura semplice e profonda al tempo stesso, il quale non manca di lasciarsi andare a valutazione di questo genere: Magari è tutto sbagliato, magari no. Magari sono più pazzo dei miei genitori, magari sono l’unico sano di mente. Magari me ne pentirò ogni giorno della mia vita. Magari no. In ogni caso, oggi decido io.
Già, Michele, che sin da piccolo “ha marciato lungo i giorni, i mesi e gli anni senza mai uno scarto, senza mai una ribellione. Unico, solido legame quello con nonno Dino, ex partigiano, il solo di cui si fidi in famiglia, anche se ora risulta spento dall’Alzheimer. Sin quando succede l’inaspettato: un giorno, complice una lezione di judo saltata, il ragazzo torna a casa prima del previsto (“È incredibile come a volte basti soltanto un secondo a cambiarci la vita”) e sorprende il padre, professore universitario, tra le braccia di una sua studentessa. Lo scossone emotivo lo sbalza fuori dai binari della sua educata regolarità e lo spinge verso Vera, una compagna di classe taciturna quanto spiazzante, che sembra l’unica in grado di capirlo”.
In altre parole la sua vita cambia drasticamente, tanto più che la madre viene a sapere del tradimento del marito e i rapporti coniugali si sfilacciano, finendo per pesare sul ragazzo, che si stanca di far sempre finta che nulla sia successo. Così quando i genitori, in un goffo tentativo di salvare il matrimonio, gli annunciano di volersi trasferire in America (con il parallelo trasferimento di nonno Dino in una casa di riposo), “Michele alza la testa e, per la prima volta nella sua vita, compie un gesto di rottura totale destinato a scardinare gli equilibri posticci in cui la sua famiglia si è arenata”. Fortuna vuole che al suo fianco ci sia proprio Vera, in abbinata a tutti i suoi strani e oscuri segreti: è infatti una ragazza di un anno più grande di lui con un passato violento. “Ma riconoscere nell’altro il proprio dolore e imparare a condividerlo - annota la Ghinelli - sono passi imprescindibili per trovare le risorse per cambiare”.
Che dire: un romanzo di formazione dove un adolescente decide - in parte spinto dall’amore profondo che lo lega al nonno - di reagire e di prendere in mano la sua vita. Immergendosi nel suo malessere esistenziale e finendo, forse, per toccare il fondo. Per poi uscirne, ci mancherebbe. Perché è il dolore a formarci. O meglio, come tiene a precisare l’autrice, a farlo “sono le strade che percorriamo per venirne fuori, aprendoci nuove possibilità”. Magari sbagliando. Eppure, spesso, “il seme del cambiamento germoglia proprio nell’errore”.

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