Di Giallo in Giallo

Una serie di omicidi con un unico comun denominatore. Ed Erika Foster torna a indagare

Quinta presenza sui nostri scaffali dell’inglese Robert Bryndza, autore da tre milioni di copie. Luci della ribalta anche sull’indimenticato Léo Malet e sul geniale Fausto Vitaliano


06/07/2020

di Mauro Castelli


Una poliziotta tosta, tenace quanto determinata, disposta a mettere a rischio il suo lavoro e la sua incolumità pur di arrivare alla verità. Si chiama Erika Foster, è una slovacca immigrata in Inghilterra dal carattere forte e risoluto che - narrativamente parlando - risulta imparentata, sia pure alla lontana, con la geniale Clarice Starling di Thomas Harris, la osannata protagonista de Il silenzio degli innocenti e di Hannibal
Per la cronaca Erika Foster l’avevamo incontrata per la prima volta ne La donna di ghiaccio, un thriller imbastito sul ritrovamento di un cadavere sotto una spessa lastra di ghiaccio in un parco di Londra; poi l’avevamo apprezzata per la sua unicità ne La vittima perfetta, romanzo incentrato sull’omicidio di un dottore single, soffocato nel suo letto. A seguire sarebbe tornata in scena ne La ragazza nell’acqua, un lavoro suggestivo e coinvolgente legato a un caso costellato di bugie, segreti e suspense, dove nulla era quello che sembrava. 
Al quarto thriller sarebbe stata però messa in panchina dal suo padre putativo, l’inglese Robert Bryndza (un autore da tre milioni di copie vendute in una trentina di Paesi - dal Brasile alla Cina, dalla Francia alla Germania, dalla Thailandia alla Turchia - il quale a vent’anni aveva frequentato una scuola di recitazione con l’intento di fare l’attore), ne I cinque cadaveri, rimpiazzata dalla detective Kathe Marshall, una donna “che ha chiuso con il passato, anche se il passato non ha chiuso con lei”. 
Ma ora eccola tornare in scena la nostra Erika (e se vogliamo essere onesti un po’ ci mancava) in un romanzo forte, emozionate, capace di catturare e intrigare, ovvero Ultimo respiro (Newton Compton, pagg. 348, euro 9,90), incentrato su una trama avvincente e, se vogliamo, anche brutalmente agghiacciante. Capace di nutrirsi di forte tensione nonostante il lettore finisca per supporre prima del lecito chi sia l’assassino: un giochetto che lascia comunque sulla corda in quanto la sua cattura appare sempre vicina, ma evidentemente non abbastanza per chiudere i giochi. 
Detto questo spazio alla sinossi. Il corpo di una giovane donna viene ritrovato in un cassonetto, con gli occhi spalancati e i vestiti ricoperti di sangue. La detective Erika Foster è tra i primi a giungere sulla scena del crimine, ma il problema - in questo frangente - è che il caso non le è stato affidato. Mentre tenta di assicurarsi un posto nella squadra investigativa, Erika non può fare a meno di notare che le caratteristiche del ritrovamento ricordano un omicidio irrisolto avvenuto quattro mesi prima. Il cadavere di un’altra donna, abbandonato in un luogo analogo, presentava una ferita identica: un’incisione fatale sull’arteria femorale. 
In buona sostanza a tenere banco c’è un assassino che adesca le sue vittime online, nascondendosi sotto una falsa identità. Le sue prede sono tutte giovani e attraenti. Quando un’altra ragazza scompare, per Erika e la sua squadra ha inizio una corsa contro il tempo sulle tracce di un individuo terribilmente sadico. Ma come si può catturare un killer che non sembra nemmeno esistere? 
A margine della storia - curiosamente - una nota nella quale lo scrittore inglese chiede al lettore idee sul futuro dei suoi personaggi. In altre parole chi vuole che Erika e Peterson si sistemino e vivano felici e contenti? Inoltre il passato di Erika dovrebbe tornare a perseguitarla? La porta è aperta ai suggerimenti. 
Bryndza, si diceva. Classe 1979, dopo essersi laureato presso la prestigiosa Guilford School of Acting di Londra avrebbe dato voce a una commedia presentata all’International Theatre Festival di Edimburgo, per poi proporsi - ma senza troppo successo - come sceneggiatore in quel di Los Angeles. Da qui la decisione di voltare pagina, arrivando a pubblicare cinque romantiche commedie (la prima delle quali uscita a sua volta senza grandi riscontri nel 2012), tutte incentrate sulla figura di Coco Pinchard. “Un personaggio - ha avuto modo di ironizzare l’autore, come peraltro abbiamo già avuto modo di raccontare - che avrebbe voluto strangolare sua suocera Ethel e farla franca. Ma purtroppo in questi libri non c’erano… morti ammazzati”. Da qui la decisione di puntare su romanzi forti, violenti e ricchi di omicidi. Assaporando subito le luci della ribalta con il citato thriller d’esordio La donna di ghiaccio. 
Attualmente Bryndza vive a Nitra, in Slovacchia, con il marito Ján e i loro due cani Ricky e Lola, assicurando di essere comunque “orgoglioso delle sue origini”. Beneficiando peraltro della presenza della suocera Vierka, il sostegno culinario della famiglia che, con le sue prelibatezze, lo sprona sempre “a darsi da fare”, cioè a scrivere. Perché di sola scrittura si nutre il quotidiano di Bryndza: “Ho desiderato di fare lo scrittore sin da piccolo, ma non avrei mai immaginato di potermi mantenere con questo mestiere”. Fermo restando un suo curioso distinguo: “Mentre duemila parole di una commedia mi lasciavano lunatico e irritabile, dopo una giornata di omicidi - ironizza - mi sento certamente più ottimista”. 
D’altra parte per lui scrivere di nera rappresenta “una ragione di vita”. Piacere che peraltro abbina a quello della lettura. Con un debole dichiarato per Lynda La Plante, Thomas Harris, Robert Galbraith nonché per la “genialità comica” (in abbinata a note di critica sociale) della rimpianta Sue Townsend. Per non parlare degli stimoli che prova nel seguire la serie televisiva Prime Suspect. E questo è quanto. 


Dal presente al passato con l’inarrivabile Léo Malet, il maestro del noir d’oltralpe (nato il 7 marzo 1909 a Montpellier e morto il 3 marzo 1996 a Châtillon-sous-Bagneux). Un uomo irrequieto, con una forte propensione all’indipendenza, che a soli sedici anni si era trasferito a Parigi in cerca di fortuna, città dove avrebbe incontrato André Colomer che lo introdusse negli ambienti anarchici e lo fece collaborare alle pubblicazioni del movimento (l'En dehors, l'Insurgé, Journal de l'Homme aux Sandales, La Revue Anarchiste). Ma per mantenersi avrebbe dovuto fare di tutto: dall’impiegato al manovale, dal gestore di un negozio d’abbigliamento alla comparsa cinematografica e persino lo strillone. 
Non bastasse - repetita iuvant - nel 1925 aveva debuttato anche come chansonnier al cabaret La Vache enragée di Montmartre. A seguire, nel 1931 su invito di André Breton, si era legato alla corrente surrealista, facendo amicizia con Dalí, Tanguy e Prévert, per poi essere espulso dal movimento nel 1949, non prima però di aver scritto alcune raccolte di poesie e di essersi sposato con Paulette Doucet, con la quale negli anni precedenti aveva fondato il Cabaret du poète pendu
Con un intermezzo spiacevole: il 25 maggio 1940 Malet venne infatti arrestato con l’accusa di far parte di un complotto trotskista e quindi internato in un campo di concentramento nazista, dove iniziò a scrivere polizieschi firmandosi con svariati pseudonimi (Frank Harding, Léo Latimer, Omer Refreger, Lionel Doucet, Jean de Selneuves…).  
Che altro? Figlio di Jean-Marie Gaston Malet, impiegato, e di Louise Nathalie Refreger, sarta, per colpa della tubercolosi perse il padre a due anni, due giorni dopo toccò al fratellino di appena sei mesi e l’anno seguente anche alla madre. Così, a occuparsi di lui, furono i nonni Omer Refreger, un bottaio amante dei libri, e Marie Refreger, guardiana in un parco avicolo.  
Ma torniamo al Malet scrittore che, all’apice della sua carriera, si era inventato l’investigatore sciupafemmine Nestor Burma (nato, si racconta, come risposta al Maigret di Georges Simenon). Un personaggio rude quanto ironico, anticonformista quanto irritante, che si muove con disinvoltura nei meandri del mistero, protagonista di oltre trenta romanzi (inclusa una interessante “serie nella serie” intitolata I nuovi misteri di Parigi, che comprende quindici racconti, ognuno dei quali dedicato a un diverso arrondissement cittadino). 
Burma che incontriamo protagonista alle prime armi nel noir, breve quanto intrigante, Primo piano sul cadavere (Fazi-Darkside, pagg. 112, euro 15,00, traduzione di Federica Angelini). Un inedito per l’Italia che risale al 1985, che vede appunto in scena “quello che diventerà il detective più geniale di Parigi”, a fronte di un interrogativo iniziale: cosa ci fa il nostro giovanotto in uno studio cinematografico, tra le mani di un truccatore russo che riesce a rendere il suo volto irriconoscibile? 
Sta lavorando, naturalmente: ma ha bisogno di celare la sua identità per poter sorvegliare e proteggere il cliente del momento, il noto attore Favereau, che ha ricevuto misteriose minacce di morte. Burma sospetta che la star del cinema abbia abusato fin troppo del suo fascino di tombeur de femmes, inimicandosi il padre di una ragazza sedotta e poi abbandonata, morta nel tentativo di abortire. 
Tuttavia il nostro detective non avrà il tempo di verificare le sue intuizioni, in quanto l’attore muore improvvisamente sotto i suoi occhi. Il lavoro di sorveglianza, per cui Burma era stato assoldato, viene quindi interrotto, ma lui non può certo abbandonare la missione prima di aver fatto chiarezza. In altre parole deve trovare l’assassino, in una caccia serrata tra le insidie del set cinematografico, dove ogni oggetto potrebbe trasformarsi nell’arma di un delitto... 


L’ultimo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla geniale penna di Fausto Vitaliano, che in questi giorni è arrivato in libreria con La mezzaluna di sabbia. Le ultime indagini di Gori Misticò (Bompiani, pagg. 400, euro 18,00), un noir che Simonetta Agnello Hornby ha definito, a ragione, “amabile e struggente”. Un lavoro che si nutre di parole e di personaggi che graffiano, a partire dal protagonista: il maresciallo dei carabinieri Gregorio (per tutti soltanto Gori) Misticò, un uomo segnato da una grave malattia che lo ha costretto a una forzata aspettativa. Ma che - nonostante sia costretto a gravose sedute di chemioterapia - quando il dovere chiama non sa tirarsi indietro. 
Di certo un azzeccata figura quella di Misticò, che si porta al seguito una forte predilezione per Topolino in abbinata a una cicatrice all’altezza del cuore. Lui meridionale trapiantato al Nord (e in questo trova riscontro la vita dell’autore, non sappiano se abbinata anche al timore di volare) che decide di rientrare nel suo paesino d’origine, San Telesforo Jonico, sulla costa calabrese dove è cresciuto. Ma Gori non è certo un tipo che ama piangersi addosso, tanto è vero che soltanto il suo amico Nicola Strangio, oncologo in un grande ospedale milanese, sa delle sue condizioni. Ospedale dove si reca regolarmente per sottoporsi alle relative drastiche cure. 
Sta di fatto che i pochi abitanti del paese lo vedono spesso avviarsi verso la spiaggia del Pàparo, una mezzaluna di sabbia senza un bar o un filo d’ombra, ma dove ancora nidificano le anatre e il mare scintilla come succedeva nei più nitidi ricordi della sua gioventù. In realtà il nostro maresciallo non ha più voglia di lottare contro il male, che purtroppo trova sempre il modo per avere la meglio. Eppure, quando il giovane brigadiere Costantino gli chiede aiuto per un caso di omicidio, qualcosa lo spinge a iniziare l’indagine... Tutti conosciamo la paura annidata nello scorrere del tempo, la tentazione di gettare la spugna, il disgusto per la mediocrità. Eppure ciascuno di noi ha la sua mezzaluna di sabbia dove coltivare un filo di irriducibile speranza. 
Il giudizio? A fronte di una lingua ricca di sfumature - che regalano colore e calore alla scrittura (Camilleri docet) - la storia si dipana sullo sfondo di una Calabria divisa tra degrado e splendore; dove tengono banco, tanto per stuzzicare il palato dei lettori, alcune prelibatezze locali, quali pìpi e patàtimorzèddhu e ciculìdhi. Specialità reggine che Misticò martirizza abbinandole a litri di Brasilena, “la cèlebbre gazzosa al caffè”; dove si muovono personaggi veri (come appunto quello di Gori, capace di guardare la morte negli occhi, pur mantenendo un tenacissimo amore per la vita), ma anche altri giocosamente intriganti (come il vecchiettino che Gori si trova a fianco in aereo). Il tutto condito da una patina di umanità che cattura e conquista all’insegna di un gusto dolce-amaro. 
Per la cronaca Fausto Vitaliano è nato in Calabria (e più precisamente a Olivadi, un piccolo Comune in provincia di Catanzaro con poco più di 500 abitanti, nel 1962) ma vive pressoché da sempre a Milano: città dove nel 1998 aveva iniziato a darsi da fare per Radio Reporter come cronista musicale. Una passione, quella per la musica, peraltro allargata al campo delle sceneggiature per la Disney e per lo studio Rainbow. Che altro? Ha pubblicato storie a fumetti per Sergio Bonelli, Edizioni Bd e l’editore francese Bd Music; ha collaborato, oltre che con alcune testate nazionali come Sorrisi e canzoni, anche nel campo della radio e della televisione; ha tradotto libri per Rizzoli e Feltrinelli e, sempre per Feltrinelli, ha curato i volumi antologici di Beppe Grillo e di Michele Serra (insieme al quale ha scritto il monologo teatrale Tutti i santi giorni). 
Infine i libri: per Laurana è arrivato sugli scaffali con i romanzi Era solo una promessa, Lorenzo Segreto, La grammatica della corsa e il saggio Sex Pistols. La più sincera delle truffe, mentre per Motta Junior ha dato alle stampe La Repubblica a piccoli passi e La musica a piccoli passi. E questo è tutto. O quasi.

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