Di Giallo in Giallo

Una ragazza uccisa sul greto di un torrente. Sarà questo l’ultimo caso per il bravo commissario Bordelli?

Ci auguriamo di no, in quanto questo sbirro creato da Marco Vichi intriga e induce alla riflessione. Luci della ribalta anche su Alafair Burke e la rimpianta Georgette Heyer


19/07/2021

di MAURO CASTELLI


Un gradito ritorno: quello di Marco Vichi e del suo collaudato commissario Bordelli, una specie di eroe segnato dalle disillusioni, al lavoro questa volta nella provincia di Firenze agli inizi anni Settanta. Un personaggio la cui prima apparizione in libreria risale al 2002. Fermo restando, per questa penna fuori dalle righe, un debutto nella narrativa di settore datato 1999 con L’inquilino (tradotto anche in greco), mentre con Morte a Firenze nel 2009 si sarebbe aggiudicato il Premio Scerbanenco per il miglior noir in salsa tricolore. Di fatto un autore (insignito fra l’altro del Fedeli e del premio “Fiorentini nel mondo” per le Arti letterarie) che si propone come una degli scrittori più raffinati del nostro poliziesco. 
Complice una capacità fuori dal comune di intrigare e graffiare, ma al tempo stesso di scuotere le coscienze. Caratteristiche tipiche del giornalista che sa scavare dove c’è da scavare (scrive infatti per diverse testate locali e nazionali). Una capacità peraltro prestata nel 1999 ad alcune puntate del programma Le Cento Lire andato in onda su Radio Rai Tre e dedicate all’arte in carcere. Così come, strada facendo, si sarebbe attivato nell’ambito del grafich novel (o romanzo a fumetti che dir si voglia) con Morto due volte, in coppia con Werther Dell’Edera, oltre a curare le antologie Città in nero, Delitti in provincia, È tutta una follia e Un inverno color noir
Insomma, un autore a tutto tondo Marco Vichi (ha allestito spettacoli teatrali e curato sceneggiature televisive, oltre ad aver tenuto laboratori di scrittura in diverse città italiane e presso l’Università di Firenze) il quale, dopo aver dato voce a quattordici romanzi di variegata estrazione e a una infinità di racconti, è tornato ora sugli scaffali con Ragazze smarrite (Guanda, pagg. 360, euro 19,00), dodicesimo appuntamento con il commissario Bordelli, in scena proprio a ridosso della pensione, anche se se ancora non riesce a immaginare come si sentirà e cosa lo aspetti. 
La scena, ovviamente, è ancora quella solita. Siano infatti a Firenze nel marzo 1970, all’inizio di un nuovo decennio che è si è lasciato alle spalle quello segnato dalla strage di Piazza Fontana. E ad angustiare il commissario Bordelli è proprio quel passaggio di vita, in abbinata all’insicurezza su quanto il riposo forzato potrebbe riservargli. In ogni caso si augura che in quei pochi giorni di servizio che gli restano non avvengano altri omicidi: in effetti gli darebbe un gran fastidio lasciarsi alle spalle un mistero irrisolto. Purtroppo il destino gli ha però riservato una spiacevole sorpresa, in quanto si troverà ad affrontare il suo caso forse più difficile. 
Lungo il greto di un fiumiciattolo del Chianti, in località Passo dei Pecorai, proprio a pochi chilometri da casa sua, viene scoperto il cadavere di una ragazza. Nessuna denuncia di scomparsa, nessun documento d’identità, nessun testimone, niente di niente. Si avvicina il due di aprile, giorno del suo sessantesimo compleanno oltre che il suo ultimo giorno di lavoro, e il commissario comincia a temere che quel delitto, dietro il quale sembra nascondersi qualcosa di disgustosamente ripugnante, resti impunito. Le ore scorrono veloci e non emerge nulla che possa aiutare il corso delle indagini. 
Bordelli è sempre più amareggiato, non può sopportare che i colpevoli restino impuniti, e nonostante tutto giura a se stesso di trovarli. Non può infatti permettersi di fallire, non se lo perdonerebbe mai. Peraltro stregato dal ricordo di quei bellissimi occhi ancora vivi nonostante la ragazza fosse già… morta. 
Fermo restando un ringraziamento, nelle note finali, che è ormai diventato una specie di consuetudine per Vichi: “Il colonnello Bruno Arcieri, che ormai da molto tempo compare nei romanzi del commissario Bordelli, è un personaggio creato dall’amico Leonardo Gori, protagonista di una serie di romanzi - cominciata con Nero di maggio nel 2000 - attualmente in corso di pubblicazione presso la casa editrice Tea”. 
In sintesi: un lavoro che cattura e intriga, che si legge che è un piacere all’insegna di una quotidiana semplicità. A fronte di una storia segnata dalla nostalgia e un finale per così dire aperto. Con l’ormai ex commissario capo, assurto al ruolo di questore vicario in pensione dopo 23 anni di servizio, al volante del suo Maggiolino, diretto all’Impruneta, appunto verso la casa dove vive dal 1967. Sul sedile posteriore dell’auto una scatola di cartone con dentro quasi un quarto di secolo del suo passato da sbirro. E adesso? Un interrogativo che lascia spazio alle ipotesi. Perché un personaggio vincente, per qualsiasi autore, è difficile metterlo da parte… 
Che altro? A titolo di curiosità Marco Vichi, che è nato a Firenze il 20 novembre 1957, vive nelle colline del Chianti (luogo di ispirazione di molte delle sue storie) e ritiene Arezzo come la sua seconda città. “Ogni volta che ci torno - ha infatti avuto modo di annotare anni fa - sento di avere un’affinità particolare con questi luoghi fascinosi fra il Valdarno e il Senese, un contesto fuori dallo spazio e dal tempo”. 
Lui che a otto o nove anni aveva letto il suo primo romanzo per adulti e aveva deciso di fare lo scrittore. “Ma non andai oltre la prima pagina”. Poi a vent’anni “mi sarei messo a scrivere a quattro mani racconti e romanzetti finché non arrivò una bacchettata che mi brucia ancora: ma tu vuoi continuare a giocare o fare lo scrittore sul serio? A quel punto, di nascosto, mi misi a prosciugare una Bic dopo l’altra. Ma non riuscivo a pubblicare nulla. Ero disperato e sull’orlo di lasciare. Sin quando successe il miracolo legato a L’inquilino…”. . 
Lui che, a domanda se servono a qualcosa le scuole di scrittura, risponde: “Sì e no. Se non si ha una innata attitudine a trasformare il proprio mondo interiore in parola scritta e non si sente di non poterne fare a meno, è inutile insistere. Se fosse possibile trasformare ogni calciatore in un campione, lo si farebbe. Dunque, come prima cosa ci vuole un po’ del cosiddetto talento”. 
Una frecciatina peraltro condita di ironia: “Aver imparato a scrivere alle elementari è l’unico vero strumento a disposizione degli scrittori, al pari di un pianoforte piazzato in salotto, che se non lo si sa suonare resta un bel mobile e niente più. Dunque: talento e allenamento. Scrivere, rileggersi, correggere sono la palestra dello scrittore. E ci vuole tanto, tanto allenamento”. 
Che altro?  Una persona schiva e magari anche un po’ timida, il nostro autore, con una passione dichiarata per i libri - lo abbiamo già detto e ridetto, anche se un ripassino per le nuove leve certo non guasta - in quanto, a suo dire, “leggere non solo fa bene alla salute, aiuta a vivere, a districarsi nella foresta sentimentale della vita e consente di attingere, rielaborandole, alle idee e al vissuto altrui”. Onestà intellettuale non da tutti.

Il secondo invito alla lettura di questa settimana risulta legato alla penna di Alafair Burke, che una storia dopo l’altra non sembra sbagliare un colpo. In effetti una mano calda di settore, che ha dato voce a diversi bestseller tradotti in una dozzina di Paesi, peraltro benedetti da numeri uno del calibro di Michael Connelly (“Una stella del thriller che seguo dall’inizio della sua carriera e che non finisce mai di sorprendermi”), Dennis Lehane (Una delle migliori autrici in circolazione”) e Gillian Flynn (“Con i suoi romanzi siete certamente in buone mani”). 
Alafair Burke, che ha dato voce anche a numerosi saggi professionali in quanto, laureata con lode alla Stanford Law School, ha collaborato come consulente nel campo della violenza domestica con il dipartimento della polizia di New York. Città dove peraltro attualmente vive con il marito Sean e un suo “adorato cane”. Lei che - detto per inciso - si è fatta strada nella narrativa di settore, tanto da far parte della Mystery Writers of America, oltre a insegnare diritto presso la Hofstra University School of Law della Grande Mela. 
Lei che da solista ha dato voce a due short stories e a una dozzina di romanzi, fra i quali La ragazza nel parco, Una perfetta sconosciuta, La ragazza che hai sposato (in predicato per una serie televisiva realizzata da Amazon Video), L’ultima volta che ti ho visto, Sorelle sbagliate e Non dire una bugia. Sempre proponendosi come autrice di piacevole lettura, in quanto è sua consuetudine puntare su frasi brevi e concise per rendere semplice la sua narrazione, regalando in questo modo il giusto ritmo a storie peraltro ben strutturate e giocate su personaggi credibili.  
Lei figlia d’arte, nata il 16 ottobre 1969 a Fort Lauderdale, in Florida, ma cresciuta a Wichita, nel Kansas, dove sua madre, Pearl Pai Chu, lavorava come bibliotecaria scolastica mentre suo padre, James Lee Burke, insegnava Inglese oltre a proporsi come uno dei grandi della narrativa a stelle e strisce. Passione per la scrittura che avrebbe travasato nella figlia, la quale si sarebbe avvalsa - c’è da ritenere - anche dell’esperienza di una numero uno come la rimpianta Mary Higgins Clark (autrice da trecento milioni di copie), con la quale ha scr
Lei che ora torna sui nostri scaffali con il suo decimo romanzo, Dalla parte sbagliata (Piemme, pagg. 380, euro 19,50, traduzione di Rachele Salerno), una storia d’amore e di ossessione che “si rifà a un caso fittizio e che coinvolge una richiesta di annullamento di condanna fittizia. In parole povere - tiene a precisare l’autrice - si tratta di una storia inventata”. Fermo restando che anche quando sembra che il tempo ne abbia cancellato le tracce, il passato torna sempre alla luce. 
Detto questo spazio alla trama che vede nuovamente in scena, dopo Non dire una bugia, la detective Ellie Hatcher alle prese con un caso intricato e trascinante, capace di farci riflettere sulle scelte che siamo obbligati a compiere e sugli errori cui non possiamo più rimediare. 
Un passo indietro. Quando Anthony Amaro fu dichiarato colpevole e condannato all’ergastolo, nessuno pareva avere dubbi: era lui il serial killer responsabile della morte di sei donne in soli sette anni, ovvero l’omicida fuori di testa che lasciava la propria firma rompendo gli arti alle vittime dopo averle uccise. Ma ora, dopo quasi vent’anni, il passato sembra tornare per reclamare un’altra verità: il corpo della psicoterapeuta Helen Brunswick, un tipo di donna molto diverso dalle ragazze perdute solitamente scelte dal killer, viene ritrovato nel suo ufficio a New York come “una bambola di pezza con le ossa rotte”. 
Nel frattempo, in carcere, Amaro riceve una lettera anonima. Chiunque l’abbia inviata conosce il dettaglio delle ossa spezzate post mortem, una informazione sempre rimasta riservata. Per gli avvocati di Amaro, secondo logica, questa è la prova della sua innocenza. 
A lavorare alla sua scarcerazione, per uno strano gioco del destino, c’è anche la giovane avvocatessa Carrie Blank, legata a quella vicenda da un terribile passato: Donna, una delle vittime, era sua sorella. Ma Carrie non è la sola a cercare la verità. Il caso viene infatti affidato - come accennato -  alla detective Ellie Hatcher, chiamata a riesaminare i dati sull’indagine che avevano portato alla condanna del presunto serial killer. E per trovare le risposte che cercano, le due donne dovranno scavare a fondo per riportare alla luce gli oscuri segreti che il tempo sembrava aver cancellato per sempre. Perché gli… errori erano stati commessi ben prima che lei (e mettiamoci pure il collega Rogan) avesse mai sentito parlare di Amaro…

Dalle tasche del tempo - tanto per concludere in bellezza - un romanzo del 1946 firmato dall’indimenticata Georgette Heyer, nata nella londinese Wimbledon il 16 agosto 1902, città dove avrebbe lasciato questo mondo il 4 luglio 1974. Una penna che si era fatta apprezzare sia dalla critica che dal pubblico dei lettori per le accurate ricerche volte a regalare credibilità alle sue variegate storie, oltre che per l’accuratezza nel tratteggiare luoghi e personaggi (una precisione maniacale alla James Austen o alla Charles Dickens, è stato detto), inserendoli in intrecci ben orchestrati e certamente mai banali. 
Un’autrice che fa parte del vissuto dell’editrice Astoria, che nel 2013 l’aveva fatta conoscere ai lettori italiani proponendo Il dandy della Reggenza, un lavoro pubblicato per la prima volta nel 1935. Di fatto una penna raffinata e ironica che sarebbe stata peraltro riproposta ne L’anello, Sophy la Grande, La pedina scambiata, Una donna di classe, Il tavolo del faraone, L’imprevedibile Venetia, Frederica e ora ne La vedova riluttante (pagg. 278, euro 18,00, traduzione di Anna Luisa Zazo e cecilia Vallardi). 
Un lavoro rocambolesco in chiave gialla, proposto in versione integrale - al contrario della prima volta italiana da parte della Mondadori 41 anni fa, quando era stata pubblicata sotto il titolo di Incontro a sorpresa -, che è un invito a nozze per c
hi si è già nutrito della scrittura di questa prolifica quanto brillante autrice.
Georgette Heyer, si diceva, la cui produzione risulta allargata a una cinquantina e passa di canovacci incentrati su due diversi filoni: in primis quelli storici, per la maggioranza ambientati nel diciottesimo secolo all’epoca della Reggenza, e poi quelli gialli, che in buona parte trovano spunti vincenti fra la Prima e la Seconda guerra mondiale. 
La vicenda trattata ne La vedova riluttante, per la verità, non è di quelle da sballo, ma per come è stata proposta merita certamente un sette più. State a sentire: “Convinta di prendere servizio come governante, la giovane Elinor Rochdale deve fronteggiare un’incredibile vicenda: al termine di un lungo viaggio che dovrebbe condurla nella dimora della temibile signora Macclesfield, si trova invece in una casa signorile ma decadente, al cospetto di un elegante gentiluomo, lord Carlyon, che le chiede di sposare il cugino Eustace. Elinor capisce presto di essere arrivata nella casa sbagliata e teme di essere in presenza di un pazzo. Ma così non è. Grazie all'irresistibile fascino e alla lucida logica di lord Carlyon e alla sventatezza del suo giovane fratello Nicholas, Elinor si sorprende a diventare sposa e vedova nel breve corso di una notte e a trovarsi al centro di una singolarissima vicenda di documenti segreti, agenti inglesi al servizio di Napoleone, spie e assassini...”. 
Per la cronaca Georgette Heyer aveva debuttato ancora giovanissima (c’è chi dice avesse meno di 18 anni, altri 19), scrivendo La falena nera - una serie di racconti ispirati alla Primula rossa della baronessa Orczy - unicamente per divertire il fratellino convalescente. Un libro - repetita iuvant - che in buona sostanza le aveva spalancato le porte di una carriera lunga quanto importante, visto che scrivere le riusciva bene. Così avrebbe trasformato la scrittura nel modo più intelligente per aiutare la famiglia alla morte del padre e, successivamente, per dare una mano anche al marito. E lo fece guadagnandosi larghi consensi e sfornando bestseller a ripetizione.  
Lei che in una Inghilterra ancora alle prese con la stretta morale vittoriana aveva deciso, per evitare bacchettate o rotture di scatole, di ambientare molti dei suoi romanzi nel periodo compreso fra il 1811 e il 1820. Periodo peraltro contraddistinto da una certa rilassatezza di costumi da parte dell’aristocrazia. A quel punto, chi avrebbe potuto cercare di metterle un bastone fra le sue… invenzioni narrative?

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