Cultura

Una donna pronta a rivendicare il diritto a vivere conquistandosi la stima e l’affetto dei suoi marinai. Una merce rara nei tempi andati

Nell’intrigante lavoro di chiusura della trilogia dedicata alla capitana Elisa Luce, l’autore dà voce e respiro - come ci racconta - a una protagonista, bella quanto determinata, con troppo passato da smaltire e molto futuro da realizzare


05/07/2021

di MARIO DENTONE


Il titolo è La Capitana, e il sottotitolo è: 3. Non c’è mai l’ultima onda (Mursia, pagg. 410, euro 18,00). E siamo così al terzo episodio di una trilogia, e quindi al romanzo di chiusura del ciclo dedicato a questa “donna del mare”, non di mare, ma del mare. Il primo, sempre La Capitana era 1. L’ammutinamento, il secondo 2. L’orgoglio del mare e adesso eccoci all’ultima onda che, come scrisse Cesare Pavese nel suo tormento di uomo e di poeta, non esiste, perché il mare non si ferma mai, non può fermarsi. Così la Capitana, Elisa Luce, persona, ancor prima che donna, anzi, femmina, non riesce a fermarsi, ha troppo passato da smaltire (ma sì, anche espiare!) e troppo futuro da realizzare: il primo, il passato, come colpa ma soprattutto accusa, il secondo, il futuro, come riscatto (ecco, riscatto, mai vendetta, nonostante tutto ciò che ha subito). 
Dunque siamo al terzo romanzo di una trilogia marinara, anche se in realtà è il sesto di un ciclo iniziato con la storia di un personaggio realmente esistito, vissuto fra il 1804 e il 1870 a Moneglia, o meglio, su tutti i mari del mondo, Giuseppe Vallaro, che ho battezzato col nomignolo tipico del mondo ligure, Geppin, nei tre romanzi della precedente trilogia, Il padrone delle onde (2010, premio Marincovich), Il cacciatore di orizzonti (2012), Il signore delle burrasche (2014), tutti Editi da Mursia, perché è dalla realtà storica della vita del marinaio Giuseppe Vallaro, semplice zavorraio a undici anni (a caricare sabbia, sui leudi liguri per fare zavorra ai grandi velieri pronti per gli oceani), poi divenuto capitano, eroe di Capo Horn e della guerra di Crimea, che nasce questa Elisa Luce, Capitana, chiamata la Maladonna, che proprio nelle sofferenze del passato, fin da bambina preda di violenze, pirati, trova grazie a se stessa, e a chi le sta accanto, la parola “orizzonte”. Che è la parola fonte di vita di ogni marinaio, sia reale sia metaforica: andare avanti, come ogni nave, che taglia il mare con la prua, mai retrocede.
Elisa guarda avanti, eretta, fiera, nonostante si trovi ad agire, da capitana proprietaria di una barca e di un approdo, in un porto come quello di Genova, regno del Mediterraneo e di tutti gli altri porti, in un’epoca, seconda metà dell’Ottocento, in cui la donna, ovunque e sempre, e ancor più nel mondo del mare, è “usata”, ma sì, per fare figli e pregare che il suo uomo torni sempre a casa, che dal mare torni dicendo “sono arrivato” (perché allora non c’erano i mezzi per comunicare a casa tragitti, rotte, arrivi e naufragi, il marinaio arrivava quando arrivava e appariva sulla porta di casa).
Elisa no, ha deciso di avere un ruolo, dopo tanti soprusi subiti. Lei è a tutti gli effetti, come si diceva allora: “proprietario marittimo” (non si pensava neanche lontanamente a volgere al femminile ciò che doveva essere sempre solo maschile!), anche se donna, anche se scrutata, seguita, minacciata, persino derisa, quando attraversa i moli del porto genovese, fra marinai e altri capitani, che persino la sua barca, una goletta due alberi che porta il suo nome, sembra derisa e minacciata, e da chi? Dagli altri marinai e impresari, incapaci anche solo di immaginare, figuriamoci di tollerare, la sola presenza fra loro di una donna, di commerciare con una donna! 


Ma soprattutto è minacciata, anzi, dapprima corteggiata (è anche bella, Elisa, bionda, capelli nel vento di mare, nel sole di mare, ed è senza età), da loro. Quelli là, così ho chiamato i cinque potenti che dominano il porto e il mercato marittimo di Genova, che certo non possono accettare che una donna, è questo il punto, possa essere autonoma là dove essi dominano, che addirittura si permetta di restare indifferente alle loro proposte di affiliarsi, di cedere, di sottomettersi, e che continui la sua vita con una indifferenza e indipendenza che, come sempre avviene per chi si ritiene onnipotente (in ogni tempo) suonano con un solo termine: provocazione, e pertanto da stroncare se non con le buone maniere, con altre, le uniche maniere, come sono abituati a fare quelli da sempre, con chiunque si sia illuso di andare per la sua strada, sapendosi peraltro intoccabili e ingiudicabili. 
Ma Elisa rivendica, in silenzio ma vivendo, il suo diritto a vivere, sapendosi far amare dai suoi marinai dapprima diffidenti, persino vergognosi di salire a bordo con lei, al suo comando; rivendica il diritto ad avere un suo approdo in porto, i suoi commerci per conto di Campi, il più vecchio e solido mercante del porto che le ha dato fiducia e lavoro proprio grazie alla sua stessa ribellione a quella cosca di potere, che le ha provate tutte per fargli cedere i traffici, i magazzini, addirittura “facendogli” naufragare barche pur in piena bonaccia di mare, facendogli perdere carichi di merci, facendogli “morire”, insomma uccidere, capitani fedeli. 
Elisa dunque non molla, anzi, cammina in città e in porto a testa alta, sempre più fiera, e addirittura denuncia alla magistratura con tanto di nomi e cognomi proprio Quellilà, anche se persino nel mondo giudiziario cittadino i muri sono alti, davanti a quei nomi da lei denunciati, denunce che solo un avvocato boicottato e isolato da quel potere accetta di patrocinare e assistere, e trova soprattutto appoggio in Giacomo, il capitano (con regolare patente di comando, poiché lei è chiamata, sì, Capitana, ma in realtà ha bisogno di un vero capitano) prima di lei al servizio anche lui della cosca di Quellilà, inviato a comandare barche per farle naufragare, appunto. Per avviare così il mercato assicurativo, per costringere proprietari e armatori a pagare tangenti e usure folli, sempre e comunque a chi comanda, pronto anche a gettare in mare proprietari ribelli, fattosi ribelle lui proprio grazie a Elisa, al suo sguardo forte, senza paura, pronta ad affrontarlo mentre stava minacciandola di abbandonare carico e barca in piena navigazione. 
Davanti a lei Giacomo vede tutto il marciume della sua vita sbagliata, della vita cieca, davanti a lei silenziosa e serena, sguardo fisso e sorriso sulle sue minacce, Giacomo capisce che un giorno nel bene vale una vita per quanto ricca e potente nel male, pur sapendo da subito che quel suo cambiamento a favore di lei, forse anche per amore oltre che per proprio intimo ravvedimento di coscienza, decreterà per entrambi e per chi li seguirà, una quasi certa condanna a morte: ma il bene, dice Elisa, il riscatto, guardano in faccia la morte, ed è lei che deve indietreggiare e calare gli occhi.

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