Di Giallo in Giallo

Un segreto inquina, fra luci e ombre, la vita di una donna. Sin quando…

La svedese Camilla Läckberg torna a fare centro voltando pagina. A seguire l’ipnotico Federico Axat e un tuffo nel passato con Giuseppe Conte


10/06/2019

di Mauro Castelli


In Italia e in altri sessanta Paesi la svedese Camilla Läckberg, all’anagrafe Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, da alcuni anni la sta facendo da padrona, meritandosi la corona di regina del giallo svedese e non solo, con ventitré milioni di copie vendute. Una penna che angoscia e cattura al tempo stesso in una ormai lunga serie di storie ambientate nella cittadina costiera di Fjällbacka (dove è nata il 30 agosto 1974 e dove ha vissuto anche la grande attrice Ingrid Bergman), con protagonisti l’ispettore Patrik Hedström e la scrittrice Erica Falck. Lavori peraltro pubblicati in Italia da Marsilio, a partire da La principessa di ghiaccio nel 2002, con il quale si era aggiudicata in Francia il Grand Prix de Littérature Policière. 
Che altro? Mamma di quattro figli (Willie, Meja, Charlie e Polly, fra i 17 e i tre anni, spesso “presi in carico” da sua madre Gunnel e dai suoceri Annette e Christer, la qual cosa l’aiuta a portare avanti il suo impegnativo lavoro di scrittrice e non solo), è accasata con Simon Sköld, il campione di arti marziali che, quando era entrato nella sua vita, le aveva regalato “fede, speranza e amore” mentre lavorava al romanzo Il domatore di leoni. E con il quale, tiene a precisare, forma una “coppia glam”. 
Inoltre, per non farsi mancare nulla, da alcuni anni Camilla si propone come una delle fondatrici, assieme alla sua migliore amica (Christina Saliba), di “Invest in Her”, una società attiva nell’imprenditoria femminile, oltre che impegnata nell’abbattimento delle disparità salariali fra uomini e donne. 
Ricordiamo inoltre che, dopo essersi laureata in Economia a Göteborg, la nostra autrice si era trasferita a Stoccolma per darsi da fare nel marketing. Attività che avrebbe abbandonato, una volta guadagnate le luci della ribalta, per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa (complice un corso di scrittura creativa che le era stato regalato dal marito). Attività che sino ad allora era stata per lei una sorta di hobby. 
Risultato? Undici romanzi più volte premiati dall’Accademia svedese del poliziesco e approdati sul piccolo schermo nella serie intitolata Omicidi tra i fiordi, trasmessa anche in Italia. Romanzi ai quali vanno aggiunte due antologie di racconti, un saggio (in realtà si tratta di una specie di guida per aspiranti scrittori di gialli), nonché alcuni libri di cucina. 
E di Camilla Läckberg Marsilio ora propone, in parallelo all’uscita in Svezia, il suo ultimo romanzo, La gabbia dorata (pagg. 408, euro 19,90, traduzione di Laura Cangemi), con il quale l’autrice - messi in panchina l’ispettore Patrik Hedström e la scrittrice Erica Falck - inaugura una nuova serie con protagonista Faye, una donna che può contare su una invidiabile famiglia: un marito ricco e di successo, una figlia molto bella, una casa da sogno nel quartiere più elegante di Stoccolma. Purtroppo non è tutto oro quello che luccica. 
Una scelta, quella legata a una moglie tradita, che l’autrice giustifica in questo modo: “Con l’età ho capito che ho un peso pubblico e che la gente mi ascolta. Ora voglio usare questo peso per parlare di temi che mi stanno a cuore. Ecco perché - nel mio ruolo di voce pubblica - ho deciso di scrivere la storia di una donna coraggiosa, usata e tradita, che decide di riprendere in mano il proprio destino”. 
In effetti questa moglie, a prima vista fortunata, vive nell’insicurezza e, non bastasse, nasconde anche un segreto. Segreto che si è era lasciata alle spalle, ma che continua a pesarle come un macigno da quando aveva deciso di lasciare l’isola dov’era nata, appunto Fjällbacka. Un luogo zeppo di brutti ricordi, segnati da angolature imparentate con la violenza e con la morte. Nonostante tutto Faye, una giovane forte e ambiziosa, è comunque riuscita ad arrivare all’università, unica via per un possibile riscatto. In questo supportata da una amica, Chris, che non la abbandonerà quando avrà bisogno di lei. Naturalmente spunterà all’orizzonte anche il principe azzurro, ovvero Jack Adelheim, del quale si innamorerà follemente. 
Sta di fatto che, dopo averlo sposato, Faye rinuncerà alla propria vita, prigioniera di un mondo frivolo e superficiale. Ma Jack - che non manca di trattarla male anche se lei fa di tutto per compiacerlo - non è l’uomo fedele che riteneva e quando lo scoprirà il suo mondo cadrà a pezzi. Sin quando deciderà di dire basta, di passare al contrattacco e di vendicarsi in modo raffinato e crudele… In fondo lei non è certo la prima donna al mondo a essere umiliata dal marito, costretta a lasciare il posto a una ragazza più giovane e piacente. Ma certamente è arrivato il momento di dire basta. Come ripartire allora e, soprattutto, come fargliela pagare accantonando lacrime e disperazione? 
Risultato: “un noir intenso e drammatico su inganno, riscatto e vendetta” - ispirato a Vita e amori di una diavolessa, un romanzo di Fay Weldon (“Il nome del mio personaggio è un tributo a questa autrice”), uscito a Londra nel 1983 - dove non mancano a sorpresa anche scene di sesso (“Ma erano inevitabili in un rapporto familiare”) e dove la protagonista si propone come paladina dei diritti femminili. 
Tematiche, quelle citate, che regalano a La gabbia dorata gli ingredienti giusti per una lettura senza pause, a fronte di una buon a storia, certamente ben orchestrata, anche se forse non all’altezza dei libri migliori della Läckberg (sarà forse perché ci eravamo abituati ai suoi due storici detective?). In ogni caso, ancora una volta, il canovaccio risulta cucito a maglie strette su contesti e angolature che lasciano il segno, oltre che su figure che hanno un loro perché, visto che si muovono dentro una intrigante cortina di luci e di ombre… 


Voltiamo libro con un altro autore di peso, l’argentino Federico Axat (il suo precedente romanzo, Un altro da uccidere, è stato tradotto in 35 Paesi ed è sulla rampa di lancio per approdare sul grande schermo), che ora torna sui nostri scaffali, sempre per i tipi della Longanesi, con Nell’oblio (pagg. 408, euro 22,00, traduzione di Claudia Marseguerra), un lavoro che a sua volta è già stato opzionato per una serie televisiva. 
Una penna, la sua, peraltro benedetta dai critici come “innovativa e geniale, capace di ridefinire il concetto di thriller”, ma anche brava a catturare il lettore senza lasciargli una via di scampo (“Tutti i libri - ha avuto modo di annotare - devono costruire ponti immaginari fra l’autore e chi lo legge”). Fermo restando un appello ai giovani. “Non smettere mai di lottare anche per i sogni impossibili. L’importante è crederci”. 
Per la cronaca ricordiamo che Federico Axat, ammalato perso per la musica degli U2, è nato nella città di La Plata (Buenos Aires) il 19 giugno 1975. Lui che, poco dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria civile, si sarebbe trasferito nell’America Centrale dove avrebbe lavorato sei anni, per poi accasarsi con Sole (nello stesso anno in cui aveva perso improvvisamente il padre), una donna straordinaria che “ama, ammira e, nel caso, lo supporta e lo sprona”. 
Da sempre attratto dalla scrittura (“Fra una lezione l’altra, mentre frequentavo l’università, già coltivavo questo sogno”), nel 2008 aveva iniziato la stesura del suo primo romanzo, Benjamin, completandolo dopo una lunga gestazione. A fronte di un canovaccio imbastito sulla figura di un bambino di nove anni alle prese con una madre egocentrica, un padre rassegnato, una sorella e un fratello poco inclini ad ascoltarlo, un nonno autoritario e una zia autistica. Cosa potrebbe fare questo ragazzino incompreso se non darsela a gambe? Il tutto segnato da un incipit da far mancare il respiro. 
A seguire sarebbe stata la volta El pantano de las mariposas (ancora inedito in Italia), antipasto al citato thriller Un altro da uccidere, che avrebbe rappresentato una specie di punto di arrivo, narrativamente parlando, a fronte di una tematica nuova anche se non nuovissima: un uomo vuole uccidersi, ma quando sta per farlo succederà qualcosa che lo trascinerà nel cuore dell’abisso… 
Ma veniamo alla trama de L’oblio. A tenere la scena a Carnival Falls, una cittadina immaginaria nel nord-est degli Stati Uniti (già teatro degli altri romanzi di Axat), è il ventisettenne John Brenner, un giovane illustratore alle prese con problemi di alcolismo e reduce da un doloroso divorzio da una donna dalla quale ha avuto una figlia, che vede meno di quanto vorrebbe. Il quale un brutto giorno si sveglia disteso sul pavimento di casa, senza ricordare nulla di come abbia trascorso le ultime ore. Accanto a lui una bottiglia di vodka, la pistola di suo padre, e soprattutto il cadavere di una ragazza “a pancia in giù, sotto un lenzuolo bianco, con gli occhi aperti rivolti all’infinito” che non conosce. 
Logico che John si trovi subito in preda al dubbio: “Sarò stato io a ucciderla?”. Oppure qualcuno, più verosimilmente, vuole farglielo credere? E se fosse così, chi vuole incastrarlo? L’ultima cosa che ricorda è di essersi addormentato nel suo studio diverse ore prima. Poi il buio. 
In preda al panico fugge da casa e ruba una Volkswagen parcheggiata nei paraggi. All’interno della quale trova un computer portatile con la telecamera collegata con l’interno del suo appartamento. A questo punto torna indietro per scoprire che il cadavere della donna è scomparso. Non bastasse non c’è nemmeno più sangue e la pistola è tornata dov’era solito metterla. Non bastasse, poco dopo si rende conto che anche l’auto è sparita. Ma non si tratta di allucinazioni. John è infatti sicuro di quello che ha visto. Ma allora cosa sta succedendo? 
A questo punto cercherà di vederci chiaro, peraltro trovandosi a far di conto con un sogno ricorrente, incentrato sulla ragazza morta che gli ripete una frase angosciante. Tutto questo mentre antiche ferite si riaprono e lo obbligano a far i conti con la disgrazia che aveva colpito la sua famiglia molti anni prima, nonché con l’ingombrante figura di un fratello perfetto. Forse troppo perfetto… 
Che dire: una voce magnetica che, all’insegna dell’originalità, dà voce a una trama brillante, inquietante e dal ritmo sostenuto. Nella quale Axat gioca a rimpiattino con il lettore, messo alla prova da indizi disseminati ad arte qua e là nonché da inaspettati colpi di scena. 


Mirino puntato, in chiusura, sul poeta, scrittore e raffinato traduttore Giuseppe Conte, nato a Imperia il 15 novembre 1945 da madre ligure e padre siciliano. Lui che avrebbe sviluppato i primi germogli letterari mentre frequentava il liceo classico De Amicis di Oneglia. E che in seguito si sarebbe esercitato in alcune traduzioni dall’inglese, nelle sue prime poesie, nel dare voce ad alcune opere teatrali oltre che a una bozza di romanzo ispirata all’opera e allo stile di Laurence Sterne che, insieme a Omero, Shakespeare, Goethe, Foscolo e Shelley, avrebbe rivestito un ruolo significativo nella sua formazione.  
Per farla breve, dopo una serie di soggiorni e viaggi all’estero, Conte si sarebbe iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università statale di Milano laureandosi in Estetica con Gillo Flores (scomparso il 2 marzo dello scorso anno), per poi lavorare sulla retorica seicentesca, che sarebbe diventata l’argomento del suo primo libro. 
Lui che negli anni Settanta si sarebbe imposto all’attenzione della critica con due volumi di poesie: Il processo di comunicazione secondo Sade (1975) e L'ultimo aprile bianco (1979). Mentre in seguito si sarebbe cimentato con successo anche nella narrativa con Primavera incendiata ed Equinozio d'autunno, lavori seguiti, strada facendo, da L’impero e l’incanto, Il terzo ufficiale e via via sino ad arrivare a Ferite e rifioriture (libro di poesie che nel 2006 ha vinto il Premio Viareggio) nonché a Sesso e apocalisse a Istanbul, uscito nel gennaio 2018. Per finire all’attuale I senza cuore (Giunti, pagg. 416, euro 19,00). 
Un romanzo storico capace di irretire anche il lettore più distratto, a fronte di una trama imbastita su una galea genovese in rotta verso l’Atlantico, su una terrificante maledizione, su una serie di mostruosi delitti e, ci mancherebbe, su uno spietato assassino. Gli ingredienti giusti per un thriller di peso che anticipa, a sorpresa, il ruolo dell’emancipazione femminile: quella di Giannetta Centurione, “una giovane cavallerizza e arciera che si ribella alla volontà del padre e della matrigna e che si staglia infine come la polena di una galea”.  
La vicenda è ambientata nell’anno del Signore 1116, quando “la Grifona salpa dal porto di Genova con 192 anime a bordo: la rotta è orientata verso le brume della Cornovaglia bretone, dove un monastero pare custodisca un misterioso manoscritto. Il suo comandante - Guglielmo il Malo, della famiglia degli Embriaci e trionfatore alla Prima Crociata - è segretamente in cerca della verità sul Vaso di smeraldo, portato a Genova come bottino di guerra e dono della Regina di Saba a Salomone, presente sulla tavola dell’Ultima Cena di Nostro Signore. Ma sarà davvero l’originale, oppure si tratta di un clamoroso falso?”. 
Purtroppo non tutto fila liscio. Guglielmo, ingegnoso costruttore di macchine da guerra, è infatti costretto a calarsi nei panni di un riluttante detective, in questo aiutato dal suo fedele scrivano Oberto da Noli (colui che narra la storia), per cercare di fare chiarezza sui delitti di un serial killer che semina buio e terrore a bordo della sua galea nelle notti di luna nuova. A farne le spese tre ufficiali, uccisi uno dopo l’altro e trovati con il cuore estirpato dal petto. 
Come tiene a precisare l’editore, “fra dramma e leggenda, bonacce e tempeste, scarsità di viveri e malattie che riducono l’equipaggio a 109 anime, fra incontri con pirati e Vichinghi ma anche ammutinamenti, Giuseppe Conte scrive un romanzo corale, ricco di suspense e colpi di scena: protagoniste sono le crociate e le conquiste della sua grande Genova, ma anche la pace e la non violenza che vedono l’autore in persona prestare un po’ della sua voce al mastro d’ascia sufi Yusuf Abdel Rahim, alias Giuseppe Pietrabruna”. 
Il tutto raccontato con voce leggera e al tempo stesso intrigante e credibile. Che è poi una caratteristica del nostro autore. Il quale costruisce le sue storie attingendo da un attento quanto robusto lavoro di ricerca. Come peraltro si evince da una ricca nota finale e da un “dizionario minimo” dei termini marinareschi.

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