Cultura

Un salvataggio in metropolitana, un video sgranato, una strana scomparsa

Torna Alafair Burke, autrice de La ragazza del treno, con un sorprendente thriller psicologico dove ogni verità risulta capovolta, ogni paura moltiplicata per mille. E a illuminare la storia una protagonista che lascia il segno


11/02/2019

di Catone Assori


L’ultima volta che ti ho vista (Piemme, pagg. 390, euro 19,50, traduzione di Rachele Salerno), firmato dall’americana Alafair Burke, non è un lavoro nuovissimo (risale infatti al 2013), ma la intrigante freschezza che si porta al seguito vale più di una novità. In quanto la storia trattata, con la sapienza che le è congeniale, evidenzia certamente un passo che va oltre la regola. In quanto si rifà, come lei stessa ha tenuto a precisare, “a diversi interrogativi che fanno parte della vita di tutti”. 
Peraltro partendo da alcune considerazioni di carattere personale: “Quali segreti si nascondono all’interno di una coppia? Quanto sappiamo davvero dell’esistenza vissuta dalla persona che amiamo prima che cominciassimo a costruire una vita insieme? Quali eventi o persone del nostro passato abbiamo scelto di non portare più con noi, nel presente?”. Sarà forse perché ha conosciuto suo marito Sean a seguito di un incontro online, visto che non avevano amici comuni e nessuna esperienza condivisa? Un marito che, dopo aver frequentato l’accademia di West Point ed essere stato militare, aveva deciso di mettersi a lavorare per i servizi di sicurezza del Metropolitan Museum di New York. 
Alafair Burke, si diceva, avvocato, docente di diritto penale e fra le maggiori autrici a stelle e strisce, i cui romanzi sono stati tradotti in mezzo mondo: è il caso de La ragazza del parco, Una perfetta sconosciuta e La ragazza che hai sposato, lavoro quest’ultimo che sarà portato sul grande schermo da Amazon Studios. Lei che è nata a Fort Lauderdale (in Florida) nell’ottobre del 1969 ed è cresciuta a Vichita, nel Kansas, dove sua madre, Pearl Pai Chu, si dava da fare come bibliotecaria; lei che ha ereditato dal padre James Lee Burke - professore di inglese e a sua volta un numero uno della letteratura americana - la passione per la scrittura. Con il sogno di diventare una via di mezzo fra Michael Connelly e Sue Grafton. 
E ancora: lei che è stata apprezzata da penne del calibro, guarda caso, proprio dello stesso Connelly (“Pochi come lei conoscono così bene le luci e le ombre della Grande Mela. Ma anche una scrittrice che non finisce mai di sorprendermi”), ma anche di Dennis Lehane (“Una delle migliori autrici di thriller attualmente in circolazione”) e Gillian Flynn (“Con i suoi romanzi siete certamente in buone mani”). Lei che ha ora dirottato le sue passioni di lettrice su autori del calibro di Karin Slaughter, Laura Lippman, Gillian Flynn, Harlan Covben e Lee Child. 
Laureata con lode alla Stanford Law School, Alafair ha collaborato per due anni - repetita iuvant - come consulente nel campo della violenza domestica con il dipartimento della polizia di New York (città dove peraltro vive con la famiglia), si è data da fare per un lustro come avvocato, ha fatto parte della Mystery Writers of America e ora insegna diritto presso la Hofstra University School of Law di New York. 
Per quanto riguarda invece la sua carriera di autrice, oltre ad aver pubblicato una lunga serie di saggi e due short stories che si rifanno, più o meno direttamente, alle sue esperienze professionale, ha dato voce a una quindicina di romanzi. Sei dei quali scritti a quattro mani con Mary Higgins Clark, un’autrice - portavoce del mistery classico - che ha venduto la bellezza di oltre 300 milioni di copie. 
Detto questo, addentriamoci fra le righe della trama de L’ultima volta che ti ho vista. L’ambientazione è quella di una stazione della Metroolitana di New York. Qui incontriamo subito Nicky Cervantes, giovane promessa del baseball alla Medgar Evers High School. Un ragazzo non proprio in linea, con madre a carico. Nel senso che, pur essendo un adolescente di talento, ha le mani lunghe. Nel nostro caso, individuata la potenziale vittima, decide di far suo l’ultimo i-Phone della Apple. Ma qualcosa va storto e lui finisce sui binari, dove viene salvato da una misteriosa donna che poi sparisce nel nulla. La qual cosa scatena la curiosità dei cronisti locali. 
Come i suoi colleghi, anche la giornalista McKenna Jordan, della rivista Nyc, è a caccia di storie. D’altra parte, dopo un passato da assistente procuratore distrettuale che non ama ricordare, adesso questa è la sua vita: cercare notizie barcamenandosi tra fonti inaffidabili e scoop passeggeri. 
La grande occasione le si presenta quando spunta una testimone con una ripresa amatoriale del salvataggio del ragazzo, dal cui filmato sgranato riesce a isolare un fotogramma nel quale si intravvede il viso della misteriosa eroina. 
E in quella donna McKenna “riconosce Susan Hauptmann. Un nome che appartiene al passato suo e di suo marito Patrick”. Una vecchia amica della quale da dieci anni non ha più notizie. 
Se è lei, e se è ricomparsa, “vuol dire che forse vuole essere trovata.
Per McKenna è arrivato quindi il momento di cercarla davvero, come nessuno ha mai fatto, e di rintracciare il detective Scanlin, che all’epoca aveva velocemente archiviato il caso”. Sta di fatto che la nostra reporter si renderà ben presto conto che ci sono molte cose che non aveva mai saputo di Susan. “Perché non sempre sappiamo tutto di quelli che amiamo di più…”. 
E questo è quanto. Anzi, no. Perché in questo libro, di piacevolissima lettura e ben congegnato in termini di colpi di scena, l’autrice ha deciso - e non succede spesso - di utilizzare nomi di persone realmente esistenti. “È il caso di Mae Mauri, madre di uno dei miei amati studenti, il quale me lo ha chiesto espressamente facendosi peraltro portavoce di una generosa donazione alla Hofstra Law School’s Pubblic Jusitice Foundation. Mentre McKenna Jordan, proprietaria della meravigliosa libreria Murder by the Book di Houston, mi ha permesso di usarlo perché avevo bisogno di un nome speciale per il mio personaggio, che è un po’ una versione fittizia di me, sposata a una versione fittizia di mio marito”.

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