Cultura

Un omicidio inspiegabile, con un suggerimento al seguito: mai fidarsi di nessuno. Degli amici e nemmeno dei nemici

Terzo appuntamento con il sostituto procuratore Emma Bonsanti, l’intrigante personaggio uscito dalla penna di Aldo Pagano: un siciliano trapiantato a Como, maestro nell’arte del raccontare. A partire dalle sue angolature caratteriali…


05/07/2021

di MAURO CASTELLI


“Non fidarti mai. Di nessuno. Neanche dei nemici”. Basta questo strillo riportato nella quarta di copertina di Caramelle dai conosciuti (Piemme, pagg. 312, euro 19,50) - rapportato all’omicidio di un uomo a doppia immagine in abbinata all’odio che divampa nelle periferie disagiate - per mettere sull’avviso anche i lettori più esigenti. E soprattutto a invogliarli alla lettura. La qual cosa non sorprende per chi già conosce la scrittura di Aldo Pagano, a tratti aspra e violenta, altre volte accattivante e garbata, in ogni caso intrigante e capace di coinvolgere (originale invece, secondo l’interessato, in quanto “cerco di rendere immediata una profondità che sembra restare in superficie”). Di certo una piacevole sorpresa per chi si avvicina per la prima volta ai suoi romanzi. 
Aldo Pagano, si diceva, un autore convinto che il passato rappresenti lo strumento per comprendere il presente; capace di affrontare come si conviene tematiche di un certo peso anche dal punto di vista etico (e qui affiora il suo attento lavoro di documentazione storico-giornalistica); quanto mai abile nell’addentrarsi nelle problematiche del mondo giovanile (“Incontrando tanti ragazzi mi sono trovato a cambiare idea su certe mie radicate convinzioni, facendomi partecipe del loro slang e delle loro motivazioni”). 
Insomma una penna fuori dalle righe, che rimette nuovamente in pista il suo riuscito sostituto procuratore Emma Bonsanti, una donna moderna per come affronta le situazioni. Una figura al tempo stesso determinata quanto fragile, oltre che gran fumatrice di Camel (“La qual cosa - annota l’autore - mi riporta all’adolescenza, quando queste bionde avevano un loro fascino, magari legato alle leggende sul pacchetto o a sciocchezze del genere”) che tira su il fumo della sigaretta “con la stessa avidità di un sub che succhia ossigeno dalla bombola”. 
Insomma, una figura accattivante che è tornata a Bari - città dove aveva vissuto un’adolescenza scandita dalla violenza politica - dopo lunghi anni trascorsi a Milano, città che aveva lasciato in seguito al suicidio di un suo indagato che l’aveva portata a riflettere su certi comportamenti. 
Emma che avevamo incontrato per la prima volta ne La trappola dei ricordi (alle prese con una fangosa rete di rapporti tra mafiosi, politici e imprenditori corrotti), per poi farcela amica in Motivi di famiglia, romanzo vincitore del premio NebbiaGialla. Un lavoro impregnato di graffianti segreti, incentrato su un uomo che “quando beve molto fa cose molto brutte”. Segreti che, nel momento in cui emergono in superficie, distruggono ogni cosa. 
E ora eccola affrontare, in Caramelle dai conosciuti, una nuova tematica, incentrata appunto sul disagio che dolorosamente abbraccia le periferie. A fronte di una storia ambientata, anche in questo caso, in quel di Bari, una città che l’autore conosce bene in quanto ci ha vissuto. Complice il lavoro paterno (quello di funzionario di banca) che l’aveva portato a spostarsi da Palermo (dove Aldo è nato il 13 aprile 1966) a Roma (“Una meraviglia che ti tramortisce per la sua bellezza”), quindi a Bari e poi a Milano (“Una città dov’ero arrivato a metà degli anni Ottanta e che adoro”) e infine a Como “dove è nata mia moglie Stefania, che avevo però conosciuto sotto la Madonnina, e dove abitiamo”. Già, Stefania, una compagna di vita alla quale, nelle note finali, rivolge - ed è musica per le orecchie femminili - “un grazie incommensurabile. Semplicemente per esserci”. 
La storia di questo suo ultimo romanzo ruota attorno a un cadavere rinvenuto nella Manifattura dei Tabacchi, una fabbrica abbandonata nel degrado del quartiere barese Libertà, il corpo massacrato di botte e la gola recisa con un colpo netto. Un caso complicato che Emma Bonsanti deve affrontare in una primavera segnata dal virus pandemico, che la rende diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. 
La vittima, Matteo Cardone, è un uomo difficile da inquadrare. Un benefattore, secondo alcuni, in quanto l’unico a essere arrivato nei luoghi dimenticati dalle istituzioni, già prima del lockdown, per distribuire cibo a chi ne aveva bisogno. Un fascista, razzista e pure violento, per altri, tra i quali sarebbe facile annoverare anche la nostra protagonista, “se non fosse che…”. Se non fosse che è stato ammazzato brutalmente; se non fosse che bisogna mettere da parte i pregiudizi e rimangiarsi le facili sentenze; se non fosse che l’apparenza a volte inganna. 
Di fatto tutto si complica quando spunta la pista di un possibile indagato: si tratta di Samuel Saleh, compagno etiope della figlia del più stretto collaboratore di Emma. Poche ore prima del delitto, infatti, Saleh aveva minacciato Cardone e i due, quella stessa notte, si erano incontrati davvero. Oltre tutto Samuel ha fatto perdere le proprie tracce, moltiplicando quelle voci che lo vorrebbero già come colpevole designato. 
Spetterà quindi al nostro lungimirante sostituto procuratore districare l’aggrovigliata matassa. Spetterà a lei andare al di là dei preconcetti e delle facili verità dell’una o dell’altra fazione. Spetterà a lei frugare tra gli indizi e raschiare il fondo più abietto della ferocia. Tutto questo grazie alla capacità dell’autore di addentrarsi, con attenzione ma anche con ironico distacco, in questo nostro presente segnato da tante, troppe, contraddizioni, oltre che da pregiudizi e false convinzioni. Quelle stesse di cui tutti noi, per un verso o per l’altro, risultiamo vittime. Consapevoli o forse anche inconsapevoli - e questa è la bordata finale - che “razzismo e fascismo possano rappresentare la stessa radice dell’inciviltà e della violenza...”. 
Detto di questo libro di accattivante lettura, ulteriore spazio al privato di Aldo Pagano. Rifacendoci a note vecchie e nuove, in quanto il passato resta sempre quello, ma anche aggiungendo curiosità e angolature che in questi giorni ci sono state servite dall’autore su un piatto d’argento. 
Lui che, dopo aver frequentato il liceo (“Quattro anni a Bari e uno a Milano”), si era iscritto a Giurisprudenza senza però arrivare alla laurea in quanto aveva altre faccende per la testa; lui con un passato da giornalista pubblicista. Almeno sin quando, “dopo aver pagato la quota per anni, sebbene non ne traessi benefici, mi ritirai in buon ordine quando mi vennero richiesti degli aggiornamenti. Dedicandomi a quel punto a tempo pieno alla scrittura a fronte di un approfondito lavoro di documentazione, che porto avanti soprattutto al mattino, per poi darmi alla scrittura nel resto della giornata. Scrittura che in termini di velocità mi vede ancora zoppicare, nonostante negli ultimi tempi abbia triplicato la velocità. E per fortuna, visto che quando sono sotto consegna mi trovo costretto a veri e propri tour de force”. 
E ancora: lui ex sommelier (professione peraltro mai esercitata, nonostante i tre corsi portati a termine con successo) e molto altro. Così, fra le tante cose fatte, ama ricordare gli anni trascorsi nelle pubbliche relazioni in campo ambientale nonché il lancio di “un fichissimo chiosco da spiaggia, realizzato a Portonovo”, la baia verde della Riviera del Conero, nei pressi di Ancona. “Una piacevole esperienza durata tre mesi”. 
Lui che in gioventù si era dedicato alla politica attiva (”Ero partito da destra per poi spostarmi bruscamente a sinistra”); lui portatore di una forte passione per il cinema e per il calcio (“Tifo da sempre - nonostante tutto - per la Fiorentina”), nonché per il suo Clio (“Un incrocio di razza perfetta - ironizza - fra un pastore tedesco, un labrador e un alano. Un cagnone che ha una certa età ma che cerca di tenere duro”); lui che ama il vino in tutte le sue declinazioni; lui che, onore alla sincerità, non manca di ricordare il suo lungo percorso legato alle difficoltà nell’interagire con le persone. “Non a caso Emma Bonsanti è nata per cercare di capire me stesso attraverso le donne che ho amato, approfondendo il complesso tema dell’incomunicabilità che divede maschi e femmine”. 
E ancora: un uomo sincero, Aldo Pagano, pronto ad ammettere di avere un pessimo carattere (“Risulto portatore di una lunga serie di difetti che mia moglie cerca di smussare. In effetti, me ne rendo conto, mi propongo scontroso, permaloso e spesso mi lascio andare a reazioni d’impulso, anche se poi ci ripenso”). Per contro, come scrittore, si propone “diretto, leggero e pesante al tempo stesso”, cercando di affrontare, nell’ambito di una storia gialla, anche (o forse soprattutto, aggiungiamo noi) le componenti sociali. 
Che altro? Una penna che - oltre a dirsi convinta che certe famiglie risultano incapaci di esercitare il ruolo che dovrebbero svolgere - ammette le sue tante contraddizioni, in parte travasate nei suoi personaggi. Così eccolo ritrovarsi “nel sereno formalismo del vecchio procuratore Benzi Branciani del primo romanzo (un magistrato che non alza mai la voce, ma sa come arrivare dove vuole arrivare) e nell’arroganza spontanea di Strippoli, il suo rampante successore. Fa per contro eccezione l’agente Lorusso - che collabora con Emma Bonsanti alle indagini - il quale non ha beneficiato, tiene a precisare, “delle mie sfaccettature caratteriali, essendo il risultato della sintesi di alcuni miei amici inconsapevoli”.  
Di fatto un autore che ammette, all’insegna della correttezza, di aver rubato qualcosa - narrativamente parlando - a diversi numeri uno, in primis ai francesi Jean-Claude Izzo e René Frégni, poi all’argentina Claudia Piñeiro e alla statunitense Sandra Scoppettone, sino ad arrivare agli italiani Giuseppe Genna, Elisabetta Bucciarelli e al “grandissimo” Raul Montanari
E per quanto riguarda il suo domani narrativo? “Sto lavorando su diversi documenti che mi serviranno per abbozzare prima e dare voce poi alla quarta indagine di Emma Bonsanti. Complice un ritorno al mondo dell’adolescenza, quindi a tematiche a me care”. E altro non vuole dire.

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