Di Giallo in Giallo

Un omicida disumano, un chiavistello del male, un'indagine angosciante

Debutto con brividi per Søren Sveistrup, l’autore della serie televisiva The Killing. A seguire le vendette di Ninni Schulman e i fantasmi di Sarah Perry


11/02/2019

di Mauro Castelli


Un debutto da copertina con traduzioni in 25 Paesi. La qual cosa non sorprende in quanto il danese Søren Sveistrup si presenta con credenziali di tutto rispetto: ci riferiamo alla serie The Killing, un cult mondiale che ha appassionato milioni di telespettatori e che secondo alcuni critici ha rivoluzionato le regole della crime televisiva. Di fatto un autore che sa maneggiare la penna come pochi altri, complice la sua consolidata esperienza di sceneggiatore. Come nel caso de L’uomo di neve, il film tratto dal romanzo dell’eclettico norvegese Jo Nesbø, altra figura di punta della narrativa che arriva dal Grande Freddo. 
Di cosa stiamo parlando? Del thriller L’uomo delle castagne (Rizzoli, pagg. 572, euro 20,00, traduzione di Bruno Berni), un romanzo ben strutturato che - non lasciatevi trarre in inganno dal titolo - gioca a rimpiattino con la paura, con il mistero e con l’orrore. Per non parlare dei personaggi, tutti ben tratteggiati (a partire dai due detective, un uomo e una donna, segnati da luci e ombre), supportati da una scrittura scorrevole, tale da non far pesare la lunghezza del testo. Senza trascurare la capacità di infarcire la trama di un misterioso quanto disumano omicida, a fronte di una storia che finisce per imboccare una strada senza uscita. 
O magari soltanto quella che Sveistrup vuole che il lettore imbocchi senza rendersene conto. Sparpagliando, qua e là, indizi fuorvianti, apparentemente insignificanti, che invece al momento giusto acquisteranno un loro significato. Dimostrando, in tal senso, di saperci fare. Così in un capitolo lascerà intendere una cosa e nel successivo virerà il mirino narrativo di 180 gradi. “Perché l’uomo delle castagne ha pensato a tutto e ricorda ogni cosa. Mentre gli altri, finti innocenti, hanno dimenticato”. 
Ma veniamo alla sinossi: Marius Larsen, un navigato agente di polizia, a una settimana dalla pensione per la quale non è ancora preparato (la storia è collocata poco prima della caduta del Muro di Berlino), si ferma davanti alla fattoria di un vecchio conoscente, nei pressi di Copenaghen. Rendendosi subito conto che qualcosa non va. Vede infatti un branco di cornacchie darsi da fare su un maiale morto, abbandonato nei paraggi e con un grosso foro di arma da fuoco sulla testa. 
Insospettito, dopo aver bussato tre volte, apre la porta d’ingresso, peraltro socchiusa, con due dita. Cosa lo aspetta? Una scena che non avrebbe mai voluto vedere: sangue dappertutto, il cadavere mutilato di una ragazzina riverso su una scodella di fiocchi d’avena, poi un altro giovane senza vita riverso sul pavimento. Proseguendo si imbatte in un terzo cadavere in bagno, quello di una donna nuda, forse la madre, senza un braccio e una gamba. Non bastasse, dietro una tenda, c’è un bambino sanguinante, per non parlare di una bambina terrorizzata. E più in là, in un’altro locale, un centinaio di figure fatte di castagne: uomini e donne, animali, grandi e piccoli. Alcuni amputati, altri impolverati e sgraziati. Tutti infantili, incompleti, deformi. Con lo sguardo vuoto. Stravolto, pensa già su come indirizzare le indagini. Ma è questione di un attimo: un’ascia “lo colpisce sulla mandibola e tutto si fa nero”… 
Si propone così, all’insegna del terrore, l’incipit de L’uomo delle castagne, un thriller cupo, violento quanto complesso, che si nutre del lavoro di un assassino disumano, sulle cui tracce si mettono in pista, “con angosciata bravura, due detective - come detto un uomo e una donna - costretti a scendere mille gradini per comprendere come un’ossessione perfetta possa deviare la mente di un individuo”. Fermo restando che “un grande thriller nasce soltanto da un magnete, un chiavistello del male che attira nella stanza degli omini che dondolano”. 
Per la cronaca, Sveistrup è nato a Copenaghen nel 1968. Adottato quando aveva soltanto 13 anni (il padre si ubriacava e il matrimonio non poteva durare), ha trascorso l’infanzia sull’isola remota di Thurø, nel sud della Danimarca, collegata alla terraferma tramite una diga. Lui che, diventato adulto precocemente per ragioni di vita, avrebbe scelto la strada della sceneggiatura in quanto, a suo dire, consente “di usare tutto quello che sei, che ti porti dietro, compresi tutti i sentimenti, e farci qualcosa. E capirlo sarebbe stata una grande liberazione”.

Dalla Danimarca alla Svezia, narrativamente parlando, il passo è breve. E allora eccoci a parlare della cronista di nera Ninni Schulman, all’anagrafe anche Karin Jessica, nata il 2 agosto 1972 a Remmens, nella regione del Värmland, dove peraltro è cresciuta e dove, abitando ora a Stoccolma, torna “tutte le volte che può”. 
E appunto nel Värmland ha ambientato la serie poliziesca che ha per protagoniste la reporter Magdalena Hansson e l’agente Petra Wilander, due carismatiche figure che catturano per la loro personalità, come già successo ne La bambina con la neve tra i capelli e Il bambino che smise di piangere, entrambi editi in Italia dalla Sperling & Kupfer prima del cambio di cassa per i tipi della Marsilio. Con la quale Marsilio, dopo aver pubblicato Rispondi se mi senti, Ninni Schulman torna sugli scaffali con Il nostro piccolo segreto (pagg. 376, euro 18,00, traduzione di Stefania Forlani), un graffiante lavoro che affronta, in modo acuto quanto originale, il tema della violenza domestica, addentrandosi fra le dinamiche di potere che tengono banco all’interno dei rapporti di coppia. 
In effetti in questo giallo del 2015 ritroviamo una Magdalena ancora incerta, reduce da una maternità difficile e un marito poliziotto sempre alle prese con qualche impegno di lavoro. Fortuna vuole che il padre, dopo la morte della madre, rappresenti per lei l’appiglio giusto per riprendere a scrivere e, perché no, anche a indagare. Così come torniamo a incontrare la tormentata Petra, prima guida della polizia di Hagfors nonché appassionata di caccia all’alce. La quale, nell’isolamento dei boschi e quindi lontana dagli obblighi quotidiani, riesce quanto meno a provare un po’ di pace. Una figura, la sua, caratterizzata, oltre che dalla professionalità, dal calore umano e dall’empatia, la qual cosa la rende una presenza preziosa per il collega Chrsiter Berglund. 
Ovviamente sono queste tre figure, ma non solo, a tenere banco ne Il nostro piccolo segreto, un giallo “straordinariamente realistico”, che si nutre di colpi di scena e di una scrittura da prima della classe. Detto ciò, briciole di trama. 
Anna-Karin Ehn è un’assistente sociale. Quando una sera non torna a casa, il marito, preoccupato, chiama la polizia. Le minacce, con il mestiere che fa Anna-Karin, sono all’ordine del giorno. Ma c’è dell’altro: in zona sono già otto le donne aggredite, nelle ultime due settimane, da un maniaco che le colpisce alle spalle. Logica quindi la preoccupazione dell’uomo. Sta di fatto che all’indomani gli agenti troveranno la macchina della donna vicino al bosco, appena fuori dalla città. Accanto all’auto, purtroppo, vengono scoperte anche tracce di sangue. 
Le indagini vengono affidate, come da copione, a Petra Wilander e Christer Berglund, abili nello scoprire che la vita dell’assistente sociale non era in realtà così ordinaria e serena come una prima analisi lasciava intendere. Ovviamene in scena c’è anche Magdalena Hansson, tornata al suo lavoro da cronista per il Värmlandsbladet dopo il citato congedo per maternità. Ma più si tuffa in questo misterioso caso e più si appassiona alla scomparsa di Anna-Karin nonché alla sorte delle persone coinvolte nei tentativi di stupro, più la sua stessa vita sembra in pericolo. 
Inoltre, a tenere banco nelle indagini, sono un paio di interrogativi: la scomparsa di Anna-Karin è da collegare all’ambiente del quale si occupava? Oppure è necessario scavare nel suo stesso passato per coglierne eventuali smagliature? Sta di fatto che, passo dopo passo, le indagini faranno emergere una verità più sorprendente: quella che subdolamente si annida fra le pareti di casa. Perché anche una comunità apparentemente tranquilla come quella di Hagfors ha i suoi misteri ben custoditi da donne che sono state innamorate e che ora hanno paura di parlare. Donne che, ciascuna a suo modo, si aggrappano alla vita cercando di non farsela sfuggire, a fronte di tante verità nascoste cui troppo spesso nessuno è disposto a credere. 
In sintesi: un romanzo nel quale le indagini di dipanano su due diversi sentieri, pronti a incrociarsi e separarsi per poi trascinare il lettore, nella parte finale, in un crogiuolo di nuove verità e di nuovi misteri. E Il piccolo segreto è probabilmente l’anello di congiunzione delle due indagini.

In chiusura di rubrica una conferma: quella dell’inglese Sarah Perry che, dopo aver debuttato alla grande con Il serpente dell’Essex (un lavoro che si ispira alla leggenda - “A raccontarmela fu mio marito e da lì, seduta stante, presi lo spunto per scriverci un libro” - di un mostruoso rettile, avvistato per la prima volta nel 1669, che minacciava il villaggio di Henham e l’area circostante”), è tornata alla grande con La maledizione di Melmoth (Neri Pozza, pagg. 234, euro 17,00, traduzione di Massimo Ortelio), un romanzo ambientato a Praga e con il quale, a detta della connazionale Susan Hill, “suggella il suo ruolo di precorritrice della rinascita gotica della letteratura”. 
Con una postilla autoriale al seguito: “Da sempre ho desiderato far vivere sulla pagina un grande mostro - il mio Frankenstein oppure il mio Dracula - ma volevo fosse donna”. Sta di fatto che, mescolando con sorprendente intelligenza leggende e antiche tradizioni, l’autrice è riuscita a dare vita a un’affascinante storia capace di scavare tra le paure più profonde dell’essere umano. 
Detto questo, spazio a una sinossi allargata. Sono passati vent’anni da quando la quarantaduenne Helen Franklin ha lasciato l’Inghilterra. A Praga, dove lavora come traduttrice, ha finalmente trovato il posto giusto per viverci. Anche perché in questa splendida città sulla Moldava spera di liberarsi da un mai sopito fantasma che si rifà al suo passato. 
La sua vita prende però una piega inaspettata quando, sul finire di una fredda giornata d’inverno (al polso l’orologio d’acciaio di sua madre, nella borsa una mela verde e la traduzione dal tedesco alla quale sta lavorando), il suo amico Karel Pra┼żan, una delle due sole persone che frequenta a Praga, le si presenta per strada in maniche di camicia - gli occhi infossati e le labbra cianotiche per il freddo - per consegnarle un misterioso documento, contenuto in una cartellina macchiata e gonfia di fogli, che gli sarebbe stato lasciato da un anziano signore in biblioteca (un vecchio che ora è passato a miglior vita). 
Questo documento ha l’aria di un antico palinsesto proveniente dagli archivi di un museo, ma è datato 2016. In realtà si tratta di una strana confessione e, al contempo, di un curioso avvertimento che parla di Melmoth la Testimone, l’Errante, colei al cui cospetto si manifesta il male del mondo, colei che è condannata ad apparire dove regnano desolazione e morte. 
Secondo la leggenda, Melmoth apparteneva al gruppo di donne che si recarono alla tomba di Cristo per ungere il suo corpo, scoprendo che la pietra del sepolcro era stata rimossa e che il corpo del Signore era scomparso. Ma lei negò categoricamente ciò che aveva visto e fu maledetta non con la morte, ma con l’assenza di morte, costretta a vagare per la terra fino al ritorno del Messia. 
Helen ritiene che le storie su Melmoth non siano altro che leggende e superstizioni, ma quando Karel svanisce nel nulla capisce che il male ha molti volti, che un tuono non sarà più soltanto un tuono, che un’ombra non sarà più soltanto una macchia scura sulla parete e che la prossima vittima dell’inquietante e manipolatrice Melmoth potrebbe essere proprio lei… Non bastasse, a complicare il quadro narrativo, sarà la scomparsa di Karel (anche se in seguito si rifarà vivo per lettera), mentre la sua forte e fragile compagna Thea avrebbe molto da dire... Per non parlare dell’anziana coinquilina nonché padrona di casa di Helen, Albína Horáková, che forse, ripetiamo forse, non è la megera dipinta dalla nostra protagonista. Che peraltro ha la netta impressione di essere seguita. 
Che dire: anche per chi non ama la narrativa gotica, questo romanzo è talmente ben scritto da indurre in tentazione chiunque. E, nel caso qualcuno decidesse di cambiare idea, certamente non se ne pentirà. A partire dalla capacità dell’autrice di mischiare “atmosfere e paure, terrore e malinconia”. Un cocktail decisamente vincente.  
Per la cronaca Sarah Perry è nata nel 1979 a Chelmsford, nell’Essex (una contea dell’Inghilterra orientale); è cresciuta in una famiglia di religione battista, rigidamente osservante (“Oggi sono ancora credente, anche se devo ancora capire come fede e ragione possano convivere dentro di me”); ha studiato inglese all’Anglia Ruskin University, laureandosi con una tesi sul genere gotico incentrata sulla scrittura di Iris Murdoch; si propone studiosa, giornalista e autrice; si dice attratta “dall’irrazionale e dall’incomprensibile, ma in modo fanciullesco, narrativo”; ha vinto nel 2004 il premio Spectator's Shiva Naipaul. Infine, all’inizio del 2016, ha ricevuto la cittadinanza onoraria come scrittrice a Praga da parte dell’Unesco. E questo è quanto.

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