Cultura

Un omaggio a Codogno - l'antica Cothoneum - con la speranza che l’incubo Covid-19 finisca al più presto


06/04/2020

di Valentina Zirpoli


Da quando anche l’Italia è stata colpita dalla Pandemia ne sentiamo parlare quasi ogni giorno. E’ stata definita da alcuni la nostra Wuhan, il luogo in cui l'incubo Coronavirus ha avuto inizio nel nostro Paese. Qui tra il 25 e il 26 gennaio sarebbe arrivato, secondo la ricostruzione dell'albero filogenetico del Virus effettuata dagli esperti, il “paziente 0” proveniente da Monaco di Baviera ed è sempre qui che il 20 febbraio scorso è stato identificato il “paziente 1”: Mattia, un 38enne che ha svelato la presenza del nuovo Coronavirus anche in Italia. 
Stiamo parlando di Codogno, cittadina in provincia di Lodi, in Lombardia, che oltre ad essere il primo e il più grande focolaio italiano del Coronavirus, è anche un luogo ricco di bellezza tutto da scoprire, perché è proprio da dove tutto ha avuto inizio che bisognerà ripartire quando questo incubo sarà finito.

Le origini

La città di Codogno, centro principale di quella che è chiamata "bassa lodigiana", ha visto sempre più negli ultimi anni crescere la propria importanza e il proprio prestigio, raggiungendo un ruolo e una posizione di grande richiamo nella nuova Provincia di Lodi. 
L'insediamento parrebbe risalire alla penetrazione romana nella Gallia Cisalpina forse con funzione di accampamento. Il nome Codogno, antica "Cothoneum", deriverebbe da quello del Console Aurelio Cotta, vincitore dei Galli Insubri che popolavano quelle terre. 
La prima testimonianza certa dell'esistenza di Codogno risale soltanto al 997, quando il centro abitato viene citato in un diploma dell'Imperatore Ottone III. Pochi anni dopo, lo stesso Ottone III donò il feudo a un conte di nome Reglerio o Ruggero. Nell'XI secolo, comunque, Codogno divenne feudo del vescovo di Lodi che l'amministrò fino al XV secolo. Secondo un'altra ipotesi il toponimo deriverebbe da quello del pomo "cydonio", o melo cotogno, frutto tipico del luogo. 
Dopo la lunga giurisdizione dei vescovi di Lodi, nel 1441 Filippo Maria Visconti signore di Milano cedette Codogno alla famiglia Fagnani e successivamente (nel 1450) ai Trivulzio. Fu sotto il loro operato che Francesco Sforza diede a Codogno il rango di borgo. All'epoca il centro aveva forte tensione autonomistica, con un propria vita commerciale, piccolo polo di attrazione per tutti i paesi limitrofi, tant'è che i codognesi si slegarono dalla realtà del territorio dei Trivulzio e chiesero di essere considerati piacentini, allo scopo di avere un mercato più libero e più ampio. Così, con un atto ratificato il 21 aprile 1492, i codognesi divennero cittadini piacentini, e vollero, a dimostrazione della propria gratitudine, la lupa piacentina nel proprio stemma, legata con una catena d'oro all'albero di mele cotogne.


Vecchio Ospedale Soave

Nel corso del Settecento la popolazione di Codogno aumentò notevolmente passando dalle 6.595 unità del 1690 alle 9.895 unità del 1800 diventando così il centro più fiorente e grosso di tutto il Lodigiano. Il commercio, così come l’industria casearia, erano ben sviluppati grazie alla posizione geografica del Borgo agevolando in questo modo gli scambi con la Repubblica di Genova, il Ducato di Parma e Piacenza, lo Stato di Savoia, la Repubblica di Venezia e i Ducati di Modena e Mantova. 
Nonostante la relativa ricchezza, il Borgo di Codogno non può essere considerato un’isola felice. Le cronache riportano, infatti, un lunghissimo elenco di calamità: malattie, guerre, devastazioni, inverni gelidi ed estati torride. L’indubbia ricchezza portata dai commerci e dalle coltivazioni non era equamente ripartita e la maggior parte della popolazione viveva nella povertà. Un’alimentazione scarsa e poco varia, unita a condizioni igieniche a volte pessime e a lavori massacranti in ambienti insalubri, rendevano la popolazione esposta ad epidemie e pandemie che si susseguirono fino alla grande epidemia spagnola del 1918. 
Già nel XVI secolo a Codogno erano attivi enti predisposti all’accoglienza dei pellegrini e alla cura degli ammalati. 
Nel 1777 un anonimo benefattore donò una considerevole somma di denaro all’Ospedale di Codogno, finalizzata in parte alla costruzione di un nuovo presidio ospedaliero e in parte alla cura a domicilio degli ammalati più gravi. All’epoca gli amministratori ospedalieri volevano infatti allontanare il nosocomio dal centro abitato e trasportarlo in un luogo più adatto e salubre. 
Del disegno del nuovo ospedale si occupò l’architetto Carlo Felice Soave (Lugano 1749 - Milano 1803), uno dei principali esponenti del Neoclassicismo dell’Italia settentrionale, che prese parte anche alla ristrutturazione della facciata del duomo di Milano. Sotto la guida dell’architetto Soave furono costruiti sempre a Codogno anche il quadriportico della chiesa di Santa Maria delle Grazie e la casa Belloni Dragoni. 
L’Ospedale di Codogno venne costruito negli anni che vanno dal 1779 al 1781: il 19 aprile sorgeva la prima pietra. I lavori proseguivano celermente e l’11 novembre 1781 i primi ammalati potevano entrare nella nuova struttura.


Villa Biancardi

Numerose sono a Codogno le ville in stile Liberty e neo-medievale. Tra queste spicca sicuramente Villa Biancardi, risalente all'Ottocento, opera dell’architetto Gino Coppedè. 
L'edificio è a pianta irregolare, con struttura in mattoni pieni a corsi regolari, tetti a padiglione con rivestimento in tegole portoghesi. 
Il corpo principale dell'edificio, di due piani fuori terra e piano seminterrato, è mosso dalla presenza di una torretta angolare sul lato posteriore della villa, e da due rialzi posti ai lati della facciata principale, a imitazione di un castello con torri angolari. 
La facciata principale presenta un'alta zoccolatura in pietra lavorata rustica che comprende lo scalone d'accesso: il rosso dei mattoni contrasta con il bianco della pietra. Sono inoltre presenti decorazioni a graffito policrome. Lo scalone a due rampe conduce ad una loggia a tre campate posta al centro del piano nobile. Numerose finestre muovono la facciata. 
La proprietà comprende, oltre alla villa padronale abitata tuttora, l'edificio della portineria.


Chiesa di San Biagio e della Beata Vergine Immacolata

La chiesa parrocchiale di San Biagio, risalente al 1511, è il più importante edificio religioso di Codogno. E’ particolarmente importante per il suo concerto di 9 (8+1) campane e l'organo Serassi, costruito tra il XVIII e il XIX secolo.

Il progetto di edificazione fu completato con la realizzazione, nel 1584, dell'attuale facciata in cotto su progetto dell'architetto cremonese Giovanni Battista Regorino, su un edificio preesistente. 
Nel 1612 fu terminata la torre campanaria, portata all'altezza attuale riutilizzando i mattoni dei demoliti torrioni del Castello di Codogno. 
Nei decenni successivi all'edificio furono apportate significative modifiche con la chiusura delle preesistenti finestre laterali per permettere la realizzazione degli altari nelle navate laterali e delle due cappelle del Rosario e di San Biagio, che andarono a modificare l'originale impianto a croce latina. 
Al suo interno sono conservate importanti opere del Seicento lombardo. Fra gli altri dipinti, una "Natività" di impronta leonardesca, del XVI secolo, forse di Bernardino Luini, nonché dipinti dei Piazza, del Crespi, del Morazzone e del Procaccini.


Santuario della Madonna di Caravaggio

Il Santuario della Madonna di Caravaggio di Codogno sorge nel luogo dove esisteva una piccola cappella con l’immagine della “Presentazione di Maria Vergine al Tempio “(XII sec.). 
Il sacerdote Don Giuseppe Dragoni, comproprietario del fondo, fece restaurare la cappella incaricando il pittore codognese Giovanni Battista Scarpino (detto il Bianchino) di raffigurarvi l’immagine miracolosa della Madonna di Caravaggio, la cui venerazione andava sempre più diffondendosi nel territorio della nostra Bassa. 
A seguito delle numerose guarigioni, per comando del Vescovo, si aprì l’esame canonico del caso, che portò in breve all'avvio del progetto. Quando era parroco Don Bartolomeo Rota, fu incaricato l’architetto codognese Carlo Antonio Albino(1671), discepolo dell’architetto Giovanni Battista Barattieri, di redigere il progetto dell’attuale Tempio. 
Con la posa della prima pietra, il 13 settembre 1711 (in occasione del Santissimo Nome di Maria), iniziò la costruzione sotto la guida del capo maestro Giovanni Battista Calzio, che completò l’opera in tre anni. 
Il Santuario fu aperto al pubblico culto nel 1714. Il Tempio si poté dire finito nel 1838, specie per l’opera dei sacerdoti Carlo Guaitamacchi e Bortolo Mola, grazie ai contributi copiosi dei numerosi fedeli e devoti. 
L’interno della Chiesa è a croce latina con le braccia laterali sensibilmente accorciate. 
Dalla navata centrale si accede alla cripta sotterranea. 
Dietro l’altare troviamo la piccola statua della Madonna raccolta in una nicchia, ancora oggi meta di tanti fedeli che affidano le proprie preghiere, nella semplicità di un luogo che è oggi come nel passato sempre espressione della più semplice e genuina religiosità popolare.


Chiesa di Santa Maria delle Grazie

La chiesa di Santa Maria delle Grazie fu consacrata il 19 luglio 1626 e realizzata su progetto dell'architetto codognese Marco Antonio Barattieri. 
Anche se concepito in piena epoca barocca, il progetto risente dello spirito e della semplicità francescana. Alla chiesa infatti era annesso un convento di frati, soppresso con il decreto napoleonico del 1810. 
Dopo la soppressione del monastero, la chiesa, dopo un breve periodo di chiusura, fu riaperta al culto. Il convento fu adibito a diversi utilizzi sino al 1880, anno in cui fu acquistato dalla parrocchia di Codogno e donato alla maestra santangiolina Francesca Cabrini. Il convento francescano divenne così la "casa madre" dell'ordine cabriniano. 
Davanti alla chiesa si allargava un grande spazio delimitato da un muro di cinta, su cui il pittore varesino Carlo Magatti dipinse nel 1725 una Via Crucis, che purtroppo già a fine Ottocento era in pessime condizioni per l'umidità e ormai quasi illeggibile, che fu sostituita negli anni cinquanta del XX secolo da un’opera moderna. 
Nel 1778 il muro di cinta fu arricchito da un porticato (su probabile progetto del Barattieri) dal "capo maestro" Carlo Francesco Monticelli. 
Negli anni 2006-2010 la chiesa ed il pronao antistante sono stati sottoposti a un profondo intervento di restauro che - oltre a consolidare la struttura e ad affrontare il problema dell'umidità - ha permesso il recupero del patrimonio artistico in esso conservato. 
L'interno è a navata unica, con tre cappelle laterali per lato chiuse da una cancellata in legno. Gli altari delle cappelle e l'altare maggiore sono arricchiti da bellissimi paliotti in legno scolpiti da Antonio e Francesco Antonio da Sirone nel 1682 rappresentanti episodi della vita di Gesù.


Fonti: 
www.comune.codogno.lo.it 
www.sanbiagiocodogno.it

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