Di Giallo in Giallo

Un mistero scuote i vertici del Vaticano. E Girolamo Svampa indaga

Torna sugli scaffali Marcello Simoni, il maestro italiano del thriller storico. Trame vincenti anche per Filippo Iannarone e Wendy Walker


26/03/2018

di Mauro Castelli


Marcello Simoni, un nome e una garanzia quando si parla di romanzi storici. Una carriera folgorante che l’ha portato, nel giro di sette anni (risale al 2011 il suo debutto con Il mercante di libri maledetti, vincitore dei premi Bancarella, Emilio Salgari e Camaiore), a proporsi come uno degli autori italiani più venduti all’estero (stiamo parlando di un milione e mezzo di copie in una ventina di Paesi), oltre che una delle voci più interessanti della nostra narrativa di settore. Il mercante di libri maledetti, si diceva, un thriller medievale che per oltre un anno aveva tenuto banco nelle classifiche che contano, dopo trascorsi per la verità non proprio idilliaci: “Lo avevo pubblicato quattro anni prima come L’enigma dei quattro angeli per i tipi della editrice Il Filo. Ma si era trattato di un infelice rapporto a pagamento. In seguito, una volta entrato nei meccanismi editoriali, avrei fatto sì che questo libro si accasasse presso la spagnola Bòveda, prima ancora di arrivare alla Newton Compton”. 
Insomma, non sempre la strada del successo si propone in discesa, anche se a fronte di evidenti meriti. Come, ad esempio, una grande abilità nell’addentrarsi nei meandri del passato, nell’approfondire tematiche di spessore da altri solo sfiorate, nel giocare a rimpiattino fra le pieghe del suo “amato” Medioevo, in bilico fra pestilenze e carestie, fede e superstizione, magia e follia, duelli e misteri, scoperte e involuzioni. Sino ad approdare, passo dopo passo, “in una Roma seicentesca, sotterranea e barocca, ricca di gabinetti alchemici, cripte, palazzi cardinalizi, dove le vittime dell’Inquisizione non sono solo le streghe, ma anche scrittori e tipografi, illustratori, attori, compositori: in altre parole divulgatori del libero pensiero”. 
Già, perché “se il Sant’Uffizio era nato nel XIII secolo - complice l’avvento dei Domenicani, portatori di un pensiero moderno - sarebbe stato a cavallo del Concilio di Trento a raggiungere il suo massimo potere. E sarebbe stato proprio a partire da quel momento che avrebbe intrapreso, in modo tanto sistematico quanto spietato, una guerra intesa da un lato a uniformare la devozione cristiana e, dall’altro, a castrare ogni residuo folcloristico (paganeggiante) sopravvissuto alle epoche precedenti”. 
Sta di fatto che, cavalcando per la seconda volta questo nuovo filone (“Ci tenevo a indagare su un nuovo periodo storico”), Simoni è tornato sugli scaffali, sempre per i tipi della Einaudi, con Il monastero delle ombre perdute (pagg. 326, euro 16,50), dove ridà voce a Girolamo Svampa, il personaggio teso a rappresentare una specie di “ponte di collegamento fra il vecchio e il nuovo”. In altre parole il frate che aveva fatto debuttare ne Il marchio dell’inquisitore, in abbinata ad altre ben documentate figure. Senza peraltro trascurare la minuziosa ricostruzione della zona portuale di Roma, delle catacombe di Domitilla, del Monte di Pietà, Palazzo Aragona-Gonzaga, Palazzo Montalto, degli spazi di Villa Giulia, delle terme di Diocleziano, del golfo di Napoli e di tanti spazi dell’Urbe barocca. “Persino la presunta caccia alle streghe avvenuta in diocesi San Martino - annota l’autore - si ispira a fatti realmente documentati”. 
E per quanto riguarda la trama, segnata da inquietanti connotazioni gotiche, addolcite dalla presenza di donne bellissime ma dalle parentele ingombranti? Come si sarà capito la vicenda risulta ambientata nella Capitale, e più precisamente nel giugno del 1625. Dove incontriamo “la giovane Leonora Baroni entrare con uno spasimante nelle catacombe di Dormitina, dove si imbatte nel cadavere di un uomo” e, con uguale orrore, in quello di una donna completamente nuda, rannicchiata in un angolo, con la faccia di capra. 
Due giorni dopo l’inquisitore, appunto il frate domenicano Girolamo Svampa (un uomo burbero, chiuso in se stesso, che Simoni ama definire come “un autistico ad alto rendimento”), riceve nel suo esilio in Toscana la visita di padre Francesco Capiferro, segretario dell’Indice, incaricato di riportarlo nell’Urbe per far luce sui delitti. 
“Nominato commissarius nonostante l’opposizione di Gabriele da Saluzzo, suo storico nemico, lo Svampa, aiutato dal fedele Cagnolo Alfieri, inizia l’inchiesta prendendo contatti con la famiglia di Leonora. Rendendosi ben presto conto che il terreno su cui dovrà muoversi si propone alquanto scivoloso. La donna, infatti, è figlia di Adriana Basile, celebre cantante e sorella del grande scrittore napoletano Giambattista, che a causa di una fiaba finisce con l’essere pericolosamente coinvolto nella vicenda. A complicare le cose, il circolo delle donne cantanti raccolto intorno ad Adriana e a sua sorella Margherita, un personaggio enigmatico (realmente esistito) dai molteplici talenti, che per l’inquisitore sembra nutrire un interesse particolare”. Anche se per i domenicani i sentimenti rappresentano quello che loro vorrebbero rifuggire… 
Che dire: una storia dedicata a Tosca e Luigi, “i nonni materni che ho perso da poco: due presenze importanti nella mia infanzia in quanto mi hanno insegnato il valore dell’umiltà e del lavoro”; una storia che cattura e intriga, segnata da “una maggiore profondità psicologica rispetto ai lavori del passato”, in abbinata a una ventata di leggerezza che ne consente una più facile lettura; una storia che si nutre di raffinati dettagli pronti a trascinarci indietro nel tempo e che si divora che è un piacere. 
E ora obiettivo puntato su Marcello Simoni, un personaggio fuori dalle righe laureato in Lettere, dalla parlantina inarrestabile, pronto a unire simpatia e carisma. Lui che - come ha avuto modo di raccontarci a più riprese - è nato a Comacchio (in provincia di Ferrara) il 27 giugno 1975, una cittadina che lo vede tuttora vivere in una frazione, a due passi dal mare (dove si diverte a coltivare un piccolo orto e un giardino), con la moglie Giorgia, sposata quattro anni fa dopo una lunghissima convivenza (“Una presenza costante nei momenti più difficili della mia vita, sempre pronta a darmi i giusti consigli e gli altrettanto giusti suggerimenti”). Ed è in questo sereno angolo di terra, complice la compagnia dei cani Stinco, D’Artagnan e Aramis, che a suo dire trova la quiete necessaria per dare vita ai suoi romanzi. 
Che altro? Una passione di vecchia data per la scrittura (“Si tratta di un modo per viaggiare senza dover fare i bagagli”), che sin da ragazzino lo aveva visto inventarsi raccontini; lui che si definisce un artigiano della penna (“Non è necessario essere laureati per scrivere, in quanto la creatività è una cosa e il talento un’altra”); lui pronto a definirsi “un testone che va per la sua strada, chiuso ed estroverso al tempo stesso, poco avvezzo ai salotti che contano”; lui che si dedica alla scrittura su base oraria impiegatizia, salvo poi contraddirsi affermando che “la creatività non ha tempi predeterminati”, in quanto le storie possono prendere forma in qualsiasi momento: mentre guidi, sei in treno,  guardi un paesaggio, leggi una rivista oppure osservi una persona… 
E ancora: lui portatore di un debole dichiarato per scrittori come Valerio Evangelisti, Jean-Christophe Grangé e Fred Vargas, ma con input importanti legati anche ai nomi di Giulio Verne, Arthur Conan Doyle, Emilio Salgari e Edgar Allan Poe; lui che quando scrive parte sempre da un’idea, e più precisamente “da un riassuntone, in altre parole una sinossi a maglie larghe relativa a un fatto non accaduto, ma che avrebbe potuto accadere”, per poi lasciarsi guidare dagli eventi e dai protagonisti; lui che ama giocare a rimpiattino con la fantasia, ma sempre rapportandosi a “un serio lavoro di documentazione”; lui che “detesta i personaggi positivi a fronte di una certa simpatia per quelli negativi, come Arsenio Lupin, Fantômas e Rocambole, in quanto nella realtà non esiste la cattiveria assoluta”; lui che parla con gratitudine dei suoi genitori (Rosaura, maestra, e Luigi, impiegato all’anagrafe); lui che ricorda, all’insegna del sorriso, i suoi trascorsi da malpagato archeologo (“Ai tempi dell’università avevo frequentato un corso di etruscologia con scavi al seguito nel Ravennate”) nonché quelli da bibliotecario presso il Seminario arcivescovile di Ferrara (“Otto anni trascorsi a mettere timbri e ancora timbri, sin quando il sogno giovanile di proporsi come uno scrittore vero sarebbe diventato realtà”). 
E per quanto riguarda il suo carnet narrativo? In primis otto saggi storici (molte delle sue ricerche hanno riguardato l’abbazia di Pomposa, con speciale attenzione agli affreschi medievali che raffigurano scene del Vecchio e del Nuovo Testamento oltre che dell’Apocalisse, per non parlare del culto dei santi e della devozione dei pellegrini); poi la trilogia iniziata, come accennato, con Il mercante di libri maledetti, seguita da La biblioteca perduta dell’alchimista e completata con Il labirinto ai confini del mondo.  Dalla sua prolifica penna sarebbero inoltre usciti L’isola dei monaci senza nome (Premio Lizza d’Oro 2013), la raccolta di tre racconti La cattedrale dei morti, la trilogia Codice Millenarius Saga (L’abbazia dei cento peccati, L’abbazia dei cento delitti e L’abbazia dei cento inganni) nonché il romanzo breve I sotterranei della cattedrale. Ma non è finita. Che dire infatti de La cattedrale dei morti, de Il marchio dell’inquisitore e di una quindicina di racconti? Lavori quasi tutti supportati da protagonisti animati “dall’onore, dalla genialità e da un grande desiderio di fede”. Sempre cercando di puntare sulla realtà storica dei suoi protagonisti. 
E questo è quanto. Anzi, no. Che dire infatti del cambio di casacca editoriale, che si rifà, secondo l’autore, “a una nuova esperienza professionale degna di essere vissuta”? Di fatto si è trattato di “un passaggio soft, quello alla Einaudi, visto che ho mantenuto ottimi rapporti con la Newton Compton. Tanto è vero che il 28 giugno, appunto per i tipi della casa romana, è prevista l’uscita di un mio nuovo romanzo. Titolo indicativo? Il patto dell’abate nero. Indicativo in quanto, come si sa, l’ultima parola in fatto di titoli spetta sempre all’editore…”.

Un passo avanti nel tempo e siamo negli anni Trenta, per poi approdare ai primi passi della Repubblica italiana, attraverso un intrigante racconto messo nero su bianco dal romano Filippo Iannarone, classe 1954, il quale ha dato alle stampe un lavoro che, già dal titolo, induce alla curiosità: Il complotto Toscanini (Piemme, pagg.  382, euro 19,90). Già, perché il Toscanini tirato in ballo non è uno qualunque, ma il grande direttore d’orchestra che ci è stato invidiato dal mondo intero. E la storia in questione (l’omicidio di un luminare della medicina in epoca fascista, un processo farsa e un inquietante sospetto) si rifà a briciole vere di passato, ovviamente filtrate in abile maniera dalla fantasia. E lo fa, l’autore, attraverso una gestione quanto mai accorta della vicenda, ottenendo lo scopo narrativo: quello di confondere il lettore. 
Risultato? Un romanzo d’esordio - scritto in otto mesi e che si é avvalso di consulenze d’autore, come quelle che si rifanno alla Scuola Holden di Torino nelle persone di Alessandro Baricco ed Elena Varvello - che tocca corde inaspettate, che si nutre di una scrittura piacevolmente accattivante, che si addentra in ben approfondite angolature degli anni andati. 
Iannarone, si diceva, che dopo essersi laureato in Giurisprudenza (“In realtà avrei voluto frequentare Lettere classiche, ma il pragmatismo di mio padre ebbe la meglio”) aveva proseguito gli studi sulla giurisdizione criminale nel sedicesimo secolo presso l’Archivio Vaticano e presso la Scuola di Paleografia, Diplomatica e Codicologia. Lui che inizialmente si era accasato al gruppo Eni (“Avevo ventiquattro anni e quel lavoro rappresentò un turbinio di relazioni, di esperienze e di confronti”), quindi si sarebbe creato un proprio studio legale, infine avrebbe voltato pagina diventando imprenditore nel settore alberghiero; lui che, sposato con la tedesca Rosi (“Una donna innamorata della lingua italiana che si propone come la mia prima lettrice”), attualmente abita a Bad Honnef sul Reno in compagnia di due bassotti; lui che sin da giovane si era dedicato alla scrittura, la qual cosa lo  porta a ricordare: “L’esperienza più formativa fu al liceo classico grazie a professori, quasi tutti sacerdoti gesuiti, che si proponevano come grandi studiosi, missionari del sapere. Un supporto che mi avrebbe portato a darmi da fare sulle pagine culturali della rivista dell’istituto”. 
Ma veniamo al dunque. Il complotto Toscanini è il frutto autoriale di studi, letture e un grande amore per le sette note. Anche per questo la figura di Toscanini emerge in tutta la sua grandezza: un uomo che vive per la musica, che respira nella musica, che si congiunge con la musica. Anche se c’è ovviamente il rovescio della medaglia. Un personaggio dal temperamento bizzoso e passionale, irruento e severo, spesso irascibile. Lui peraltro adorato dalle donne, pronto a proporsi dolce e affettuoso nella sua intensa vita affettiva (e quante ne aveva dovuto subire la povera moglie…). In ogni caso, tiene a precisare Iannarone, “un gigante nella storia del nostro Novecento, un pioniere dell’export dell’arte italiana nel mondo. Poteva, un simile personaggio, non sponsorizzare la mia fantasia?”. 
Detto questo spazio alla sinossi, che muove i primi passi il 27 settembre 1935 a Piazze, in provincia di Siena, quando viene trovato il corpo di un uomo brutalmente ucciso.  “Si tratta di Alberto Rinaldi, solo all'apparenza un comune medico di provincia. In realtà, un luminare della medicina di quel periodo. Grazie alle sue cure miracolose, infatti, tra i suoi pazienti si annoverano personalità di spicco in Italia, in Europa e persino in America”. Malgrado l’attenzione dei giornali e della famiglia della vittima, però, le indagini e il processo si riveleranno una farsa. Tant’è che nulla viene chiarito dalla giustizia e tutto scivola nel dimenticatoio. 
Quattordici anni dopo, e siamo nel 1949, l’allora presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, intende conferire la nomina di senatore a vita proprio ad Arturo Toscanini. “Sul passato del maestro, però, c’è un’ombra: il suo nome compare infatti tra i documenti dell’indagine sull’omicidio di Rinaldi. E in una delicata fase storica di transizione repubblicana come si proponeva quella, era indispensabile che qualsiasi personaggio pubblico non avesse scheletri nell’armadio. “Ma perché la morte di Rinaldi aveva a che fare con Arturo Toscanini? Cosa legava lo scienziato al maestro? E perché una nuova indagine potrebbe far emergere un coinvolgimento di Toscanini proprio in quell’omicidio? Il colonnello Luigi Mari, figura eroica dell’antifascismo liberale, affiancato dal giovane tenente Barbetti, viene incaricato di far luce su un mistero che dura ormai da troppo tempo. In altre parole, fra depistaggi, colpi di scena e congetture fruttuose, Mari cercherà di scoprire una verità che in molti hanno cercato di tenere insabbiata.

In chiusura di rubrica il secondo thrtiller firmato dall’americana Wendy Walker che si rifà a una trama sottilmente perfida impregnata di connotazioni deformanti, pronta a far breccia nell’immaginario psicologico del lettore e legata ai misteri di una notte. In effetti, dopo Non tutto si dimentica, un lavoro d’esordio tradotto in oltre venti Paesi, l’autrice “ci riporta tra le ombre più oscure dei rapporti familiari” grazie a una storia che si nutre di colpi di scena e inattesi sviluppi. Dove a tenere la scena è la scomparsa di due sorelle. Ma soltanto una di loro, dopo tre anni di silenzio, tornerà a casa per raccontare una strana verità. Tutta da verificare... 
Come si sarà intuito L’illusione della verità (Nord, pagg. 318, euro 18,00, traduzione di Olivia Crosio) è incentrato sulle tematiche complesse di un contesto familiare psicologicamente disturbato e, quindi, tutt’altro che idilliaco. “E scriverlo - annota l’autrice - è stata un’impresa rischiosa, nel senso che sono stati in molti a chiedermi se nel raccontare avevo fatto riferimento a quel che succedeva nella mia famiglia. Niente di più sbagliato, in quanto mia mamma (che si chiama Judy) è una donna altruista e amorevole. Semmai, se c’è qualcosa di personale in questo mio nuovo lavoro, è il legame che lega noi sorelle Walker, forgiato appunto da nostra madre. Un legame che si propone come fonte di ispirazione per il rapporto fra Cassandra (detta Cass) ed Emma Tanner, le protagoniste della mia storia”. 
Due sorelle, di quindici e diciassette anni, con alle spalle una situazione familiare complicata, dove a tenere banco c’è anche un fratellastro (Witt) che le adora, una madre che tradisce il marito e che poi si risposa con Jonathan, a sua volta padre di Hunter. Insomma, una famiglia allargata, peraltro alle prese con il pericolo rappresentato dagli affetti contrastanti. A partire dal legame a corrente alternata di Judy per le sue due figlie, che finisce per alimentare tensioni e vere e proprie litigate. 
Ed è appunto durante una di queste liti, segnata da urla e pianti, che succede l’imprevedibile: la scomparsa delle sorelle Tanner. Il giorno seguente l’auto della diciassettenne Emma viene ritrovata nei pressi della spiaggia: all’interno solo la sua borsa e le scarpe. Della quindicenne Cass, invece, nessuna traccia. Le autorità vagliano tutte le ipotesi, per poi archiviare il caso. Tre anni dopo, Cassandra (che si propone in prima persona) torna a casa, ma da sola. E racconta che lei ed Emma sono state rapite e tenute prigioniere su una misteriosa isola del Maine, senza telefono, televisione o elettricità. 
“La sua versione dei fatti, però, è piena di buchi; soprattutto il suo racconto del giorno della scomparsa non coincide con le deposizioni raccolte dagli investigatori. Sembrerebbe che la memoria della ragazza sia ancora compromessa dal trauma. Eppure, per la psicologa forense Abby Winter, i conti non tornano. Deve infatti essere successo qualcosa di strano quella notte di tre anni prima, qualcosa che la famiglia Tanner sta tentando disperatamente di nascondere. In cerca di risposte, la dottoressa rivolge la sua attenzione verso la madre, il patrigno e il fratellastro di Cassandra. A poco a poco, nel quadro apparentemente perfetto di quella famiglia come tante, Abby intuisce inquietanti crepe, indizi pericolosi che conducono lungo una strada costellata di menzogne, inganni e tradimenti. Una strada che Abby sarà costretta a percorrere, se vuole salvare Emma...”. 
Per la cronaca, Wendy Walker - studi alla Georgetown University Law Center e alla Brown University, con tanto di laurea magna cum laude al seguito - è uno dei più rinomati avvocati specializzati in diritto di famiglia dello Stato americano del Connecticut (contea di Fairfield). Lei che, madre di tre “adorati ragazzi” (Andrew, Ben e Christopher), prima di abbracciare la carriera legale aveva lavorato come analista finanziario presso la Goldman, Sachs & Co. nel campo delle fusioni e delle acquisizioni. Lei che, narrativamente parlando, è già alle battute conclusive nella stesura del suo terzo thriller. Perché il ferro va battuto sin che è caldo.

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