Cultura

Un misterioso assassinio a ridosso delle saline Iblee e un tuffo nella storia - con resa dei conti - fra profezie, inganni e demoni

A farsene carico l’eclettico Danilo Pennone (musicista, docente e autore teatrale) e il calabrese Armando Comi, capace di catturare il lettore con “le sue galoppate fuori dalle righe attraverso i secoli bui”


07/09/2020

di LUCIO MALRESTA


Dopo averlo conosciuto, e apprezzato, ne Il cadavere del Lago, torna in scena nel giallo-thriller Delitto alle saline (Newton Compton, pagg. 314, euro 9,90) il commissario Mario Ventura, un sessantenne dai modi spicci da poco andato in pensione, con una certa propensione ad alzare il gomito e a fumare toscanelli, oltre che musicista mancato. Il quale, con il tempo che ora si ritrova a disposizione, ci riprova a darsi da fare (quanto gioca l’interesse dell’autore nei confronti delle sette note a dare respiro a questa angolatura?) anche perché il suo privato naviga più nelle amarezze che non nelle soddisfazioni. 
Una figura peraltro ben tratteggiata, che soffre di un dolore ancora vivo (sua figlia si era tolta la vita dopo aver commesso un crimine) e di una latente solitudine da quando - vent’anni prima - aveva perso anche la moglie Antonia, di professione magistrato, a causa di una vendetta. Mazzate che tuttavia non lo distolgono (lo incontriamo comunque mentre porta fiori al cimitero per la sua Antonia, perché se il distacco era stato duro, lui se la continua a tenere aggrappata attraverso i ricordi) dalla voglia di mettere il naso in casi di cronaca nera, che magari scopre leggendo, al tavolino di un bar del suo paese, i giornali. Rimanendo colpito - e qui veniamo al dunque - dalla notizia della morte a Marina di Ragusa, sulla costa sud-orientale della Sicilia, di un uomo assassinato nella sua casa al mare. 
Ingiustamente abbiamo parlato prima del personaggio che dell’autore. Ma rimediamo subito. Stiamo parlando di Danilo Pennone, nato a Roma il 14 luglio 1963, città dove si è laureato in Lettere e dove tuttora vive e insegna. Lui che si era imparentato con le librerie alla fine degli anni Ottanta, quando aveva iniziato a dare alle stampe nove saggi sulla mitologia celtica nonché sul cinema italiano, spagnolo e portoghese. Poi, nel 2008, il salto nella narrativa di settore con il romanzo Confessioni di una mente criminale, dal quale sarebbe stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale per la regia di Marcello Cotugno, rappresentato fra l’altro al Todi Arte Festival 2009, sotto la direzione artistica di Maurizio Costanzo, nonché nelle carceri romane di Regina Coeli e di Rebibbia, con il patrocinio del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio. 
Che altro? Il contributo alla realizzazione di tre Cd come coautore di musiche e testi; la messa in scena di Era l’estate dell’amore e Un, deux, trois… Pam, Ham!, opere teatrali delle quali si è proposto autore sia del testo che delle musiche; senza trascurare il suo lavoro di assistente alla cattedra di Storia del cinema presso l’università La Sapienza della Capitale. 
Insomma, un personaggio di un certo peso, eclettico quanto basta, capace di dare voce a storie ben orchestrate che sanno regalare emozioni, peraltro sapientemente sorrette dal giusto ritmo e da incastri ben oliati. 
Ma torniamo al dunque, ovvero al citato omicidio. La vittima è l’ex assessore all’urbanistica Domenico Capriolta, detto Mimmo, erede designato di uno degli uomini più ricchi dell’isola, il proprietario della Saline Iblee, ovvero l’imprenditore Rosario che Domenico l’aveva adottato quando aveva dodici anni. A prima vista una morte causata da abuso di sostanze stupefacenti. Insomma, un caso semplice, se non fosse che, in sede di autopsia, salta fuori che l’uomo era stato fatti fuori con un colpo di pistola alla testa (“Una calibro 22, un’arma da borsetta”), ferita che era sfuggita al primo sommario esame del medico legale in quanto resa invisibile dal gelo di quella notte. 
Nemmeno a dirlo, l’ex commissario (una specie di Montalbano in salsa romana - è stato detto - ma con un pizzico di amarezza e cinismo in più) si troverà casualmente a dare una mano ai colleghi, iniziando a portare avanti un’indagine parallela a quella ufficiale, in nome di un vecchio conto in sospeso proprio con i Capriolta. I primi indizi sembrano condurre all’amante della vittima: Isabella Cannì. Ma l’emergere di nuovi fatti indirizza i sospetti su Vitale Moncada, un immobiliarista che si era visto rifiutare dall’assessore un’importante concessione edilizia. Quello che viene alla luce, però, è un giro di affari illeciti, di mazzette e autorizzazioni per costruire in un’area decisamente appetibile a ridosso del litorale. E visto che intorno alla vittima si concentrava un gorgo di loschi interessi, corruzione e gelosie, chi si è lasciato dominare dalla passione fino al punto di ucciderlo? La verità sarà crudele, come scoprirà presto l’ex commissario. Una “vecchia verità che non fa prigionieri...”. 


Dal presente al passato remoto attraverso l’ultimo lavoro firmato da Armando Comi, un calabrese nato nel 1978 a Catanzaro, dove è cresciuto in un quartiere della città che gli andava stretto, il quale ora vive e lavora a Bologna occupandosi di “millenarismo, profetismo e simbologia”. Roba, per un profano, da mettersi le mani nei capelli, sempre che si abbiano ancora. Laureato in Filosofia e, per non farsi mancare nulla, forte di un dottorato di ricerca in Storia della filosofia, ha pubblicato diversi saggi su “movimenti ereticali e simboli profetici”. Inoltre si è proposto come lessicologo occupandosi di voci religiose, filosofiche e storiche. 
A elencarle così, le sue note professionali, viene da pensare una persona che viaggia nell’olimpo delle complessità e delle divagazioni mentali, quando invece sa proporsi, narrativamente parlando, in maniera semplice e accattivante, dando voce a gialli storici che - per chi ama la rivisitazione di certe angolature del passato - catturano e intrigano. Lavori peraltro ben orchestrati, a partire da I quattro enigmi degli eretici, primo volume dedicato alla storia del tribuno medievale Cola di Rienzo, figura che ora viene riproposta ne Il santuario degli eretici (Newton Compton, pagg. 350, euro 9,90). 
Ma chi era realmente Cola di Rienzo? “Un uomo del popolo - tiene a precisare l’autore - che nel Medioevo mise in crisi un papa e un imperatore. Un personaggio che affrontò famiglie nobiliari potentissime arrivando quasi a sconfiggerle. Una figura contraddittoria, dalla personalità santa e luciferina. Clemente VI lo definì Figlio di Belial, ovvero l’Anticristo. Ed è così che fu visto dai suoi contemporanei”. 
D’altra parte siamo nel Medioevo, epoca di francescani e di eretici. E Cola di Rienzo “fu proprio un eretico, uno dei più pericolosi”. Lui che riteneva il suo potere benedetto da un segno divino; lui capace di aiutare i poveri e i deboli, ma anche di sfruttare il popolo per ottenere quel che desiderava. Di certo “avere a che fare con Cola di Rienzo significa mettere da parte l’equilibrio e la ponderazione per lasciare spazio a uno spirito estremo, un figura per certi versi clinicamente pazza”. 
Che altro? “Questo mio lavoro - spiega in una nota lo stesso Comi - si rifà all’incitazione, scritta appunto da Cola di Rienzo all’imperatore Carlo IV, Lege, lege capitulum nei libelli veteris Marlini. Ferme restando altre verità storiche: ad esempio la Maiella, Ponza, Napoli, Praga e Roudnice sono tappe che hanno fatto parte della vita del personaggio, che alcune storie popolari abruzzesi volevano addirittura mago. Mentre altre cronache medievali riportano che, prima di prendere decisioni, consultasse il demone Floron”. 
Sempre attingendo dalla storia, Papa Clemente e Giovanni Orsini escogitarono un tranello per catturarlo. Ed effettivamente Giovanni, con suo fratello Nicola, riuscirono a metterlo in trappola, salvo poi morire di peste permettendogli così di fuggire. E anche il terremoto del 9 settembre 1349 è un fatto assodato; di fantasia è invece quello di Praga. 
E via a riportare l’autore, in questa sua nota, una lunga serie di precisazioni relative alla materia trattata. Magari tirando in ballo Francesco Datini, considerato l’inventore della cambiale e del sistema aziendale delle banche. Mentre le unità di misura, come i chilometri e le ore, “sono state una scelta anacronistica, ma funzionale a una migliore comprensione del testo”. Ricordando inoltre che Annibaldo da Ceccano fu vittima di un attentato (probabilmente organizzato proprio da Cola di Rienzo) e che portò davvero un cammello a Roma. Così come riscontri hanno le leggende del pifferaio magico, la favola di Esopo e quella di Arlecchino, “il re delle anime dei morti senza sepoltura”.  Costretto “a vivere in un mondo a metà tra i vivi e i morti: alla stregua di una rana, che vive sia sopra che sotto l’acqua”. 
Semmai la curiosità più strana - ed è tutto dire - riguarda proprio l’autore, il quale assicura: “La prima stesura di questo libro la cancellai durante una notte insonne a Shanghai. Non fu facile mettere nel cestino quel manoscritto di quasi trecento pagine, ma necessario. E senza quella folle decisione notturna l’attuale romanzo non esisterebbe”. 
Detto questo, spazio alla sinossi de Il santuario degli eretici, ambientato nell’anno del Signore 1350. Un lavoro infarcito di profezie, inganni e demoni che vede Cola di Rienzo - “In realtà non sono stato io ad aver scelto lui, ma lui ad aver scelto me. Il suo nome era infatti finito tra i miei appunti quando ancora lavoravo per l’Università di Bologna e mi occupavo di un eretico di Praga, città che Cola effettivamente visitò e nella quale lasciò il seme dell’eresia” - rifarsi a una specie di resa dei conti con il regno dell’occulto. Di fatto un uomo con le debolezze di tutti: amante del denaro, gran bevitore e che per il potere è disposto a mettere in gioco la sua stessa famiglia. Un personaggio eccessivo, esasperato dalle sue propensioni per il soprannaturale, che si fa amare e al tempo stesso odiare; che anche quando appare sconfitto è capace di rialzarsi, per poi cadere di nuovo. 
Ma andiamo con ordine. In prima battuta incontriamo il nostro protagonista in fuga da Roma, accusato da Papa Clemente VI di aver provocato la peste con la sua eresia. Non dandosi per vinto, il tribuno è alla disperata ricerca di alleanze utili per poter tornare in scena sotto il Cupolone. Prima tappa l’eremo di San Bartolomeo, dove lo attende frate Angelo di Monte Vulcano, capo della setta gioachimita. Il quale, in cambio della promessa di protezione per il suo ordine considerato eretico, gli offre un rifugio e gli presenta Flora, una giovane donna misteriosa che possiede un dono: i suoi sogni possono svelare il passato, il presente e il futuro. 
Guarda caso il destino di Cola di Rienzo è legato a una profezia: potrà riconquistare Roma solo se riuscirà a raggiungere un luogo leggendario noto come la Soglia, dove incontrerà l’enigmatico Pastor Angelicus, figura di cui si vocifera negli ambienti legati all’occulto, ma che nessuno ha mai visto. Il viaggio, però, si rivelerà pieno di insidie, perché sono molti coloro che tramano alle sue spalle. Niente di nuovo sotto il sole. E se vorrà davvero raggiungere la Soglia e compiere il proprio destino, Cola dovrà stare attento e sfruttare al meglio la sua proverbiale furbizia. 
In sintesi: una vicenda ben raccontata, resa credibile dal robusto lavoro di documentazione dell’autore, capace di trasmettere le sue conoscenze al lettore senza mai annoiarlo. Semmai regalandogli spaccati inediti di un periodo caotico, lacerato da superstizioni, malattie e caos. Giocando a rimpiattino fra contesti reali e altri di fantasia, con lo scopo evidente di rendere più accattivante la sua storia.

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