Cultura

Un luogo isolato, la misteriosa morte di una giovane donna, alcuni dolorosi segreti e pochissimi sospetti: ma allora chi รจ il colpevole?

Dalla raffinata penna dell’islandese Ragnar Jónasson il quarto episodio della serie Iceland Noir. Un giallo moderno, ma di impostazione classica, giocato come si conviene fra rancori, paure e vendette, quelle stesse che si rifanno alle inquietanti tematiche narrative care agli autori di stanza nel... Grande Freddo 


21/12/2020

di CATONE ASSORI


Dell’islandese Ragnar Jónasson, classe 1976, avvocato, giornalista, quotato traduttore dei romanzi di Agatha Christie nonché docente di diritto d’autore presso l’università di Reykjavík, abbiamo già parlato in positivo. Giudizio che si rafforza man mano che i suoi lavori arrivano sui nostri scaffali. Lui membro della Uk Crime Writers’ Association, cofondatore di Iceland Noir (il festival del giallo nordico), nonché autore della serie Dark Iceland, un successo internazionale i cui diritti sono stati venduti in una trentina di Paesi. 
Serie della quale Marsilio, dopo aver dato alle stampe L’angelo di neve, I giorni del vulcano e Fuori dal mondo, propone ora La donna del faro (pagg. 198, euro 16,00, traduzione di Silvia Cosimini), un lavoro - Altamente raccomandato da un… certo Lee Child - che risale al 2013 e che, nemmeno a dirlo, si riallaccia alle inquietanti tematiche che arrivano dal Grande Freddo. 
Come abbiamo già avuto modo di riportare, Jónasson ha ammesso, in diverse occasioni, di essere stato influenzato nel suo modo di scrivere da numeri uno del calibro di Stieg Larsson, Jo Nesbo, Vidar Sundstol e Johan Theorin, nonché dai suoi connazionali Yrsa Sigurdardottir e Arnaldur Indridason. Da qui le ambientazioni in luoghi solitari e isolati. Dove, come in questo caso, ci scappa l’omicidio: quello di una giovane donna. 
Il tutto giocato su personaggi di fantasia, anche se reali sono per contro le località dove viene accasata la storia. Così come un richiamo al vero - annota l’autore in una breve postfazione - risulta legato all’insediamento che sorgeva un tempo nella penisola di Kálfshamarsnes, che fu abbandonato intorno al 1940. 
L’autore tiene inoltre a precisare che il terremoto cui si accenna nel romanzo risale al 1963, mentre della presunta presenza di fantasmi si era parlato sui giornali nel 1964 in seguito ad alcuni eventi poco chiari verificatisi nella fattoria di Saurar, poco più a nord della baia di Kálffshamarsvìk. A sua volta il faro descritto nel canovaccio è quello, progettato dall’ingegner Axel Sveinsson, entrato in funzione nel 1942. 
Già, l’Islanda. La terra giusta dove ambientare fatti di sangue. Una terra che, pur facendo parte dell’Europa (si trova a metà strada tra la Scandinavia e la Groenlandia), noi italiani la conosciamo poco. Un’isola peraltro segnata dal clima, dove a novembre il sole scompare dietro le montagne e ritorna solamente a gennaio. A fronte quindi di una stagionalità, a detta dell’autore che ha fra l’altro studiato la lingua italiana, che “può provocare una sensazione di oppressione e di mistero”. E Jónasson si propone alla stregua di un maestro nel ritrarre il “rude paesaggio e la selvaggia bellezza” del suo Paese. 
Detto questo spazio alla trama incentrata su Ásta, una giovane donna che “non aveva mai pensato di tornare nei luoghi della sua infanzia, e invece eccola lì, con il suo bagaglio di segreti sepolti, dove si era trovata tanto tempo prima, quando aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere”. 
In effetti sono passati molti anni dall’ultima volta in cui aveva messo piede a Kálfshamarsnes, “la piccola lingua di terra sulla penisola di Skagi, nel Nord dell’Islanda. Ma è come se il tempo avesse congelato il paesaggio: le rocce basaltiche, imponenti e bellissime; le vaste distese con il loro gioco irreale di luci e ombre; la villa signorile non lontana dal fiordo e, soprattutto, il faro. In quei luoghi isolati Ásta aveva trascorso parte della sua infanzia insieme alle persone che ora trova ad accoglierla: il ricco padrone di casa, un fratello e una sorella che, ormai anziani, si occupano della proprietà, e un giovane di bell’aspetto che vive in una fattoria vicina. C’erano tutti anche allora, quando fu costretta ad andarsene”. 
Tre giorni prima di Natale, il cadavere di Ásta viene però ritrovato ai piedi della scogliera. Una disgrazia? Oppure si è trattato di suicidio? O, cosa più probabile, è stato forse qualcuno a spingerla nel vuoto? 
A tenere la scena è l’ex ispettore della polizia locale, Tòmas, che un anno e mezzo prima si era dimesso per trasferirsi armi e bagagli nella capitale Reykjavík per occuparsi di omicidi, reati sessuali e aggressioni, ma soprattutto per salvare il suo matrimonio. E da lì era arrivato con l’intenzione di chiudere in fretta il caso per poter trascorrere Natale in famiglia. 
Ma il suo delfino, Ari Þór, non la pensa allo stesso modo: in effetti, mentre segue le indagini in quella regione sperduta che si affaccia sulla baia di Kálfshamarsvík, rimane affascinato dall’enigmatica figura della donna venuta dal Sud, ma anche turbato dal suo destino inquietante: Ásta è infatti morta nello stesso identico punto dove, ventisei anni prima, avevano perso la vita in circostanze mai chiarite anche la madre e la sorella più piccola”. 
Sta di fatto che, in mezzo al mulinare della neve e a un esiguo numero di sospetti, il giovane poliziotto, testardo quanto determinato, cercherà di far luce sulle oscure vicende che gravano su quella penisola incessantemente battuta dal vento, “dove qualcuno è rimasto a custodire segreti scomodi, tacendo colpe che non si cancellano”. 
Il giudizio? Un accattivante poliziesco, moderno e al tempo stesso di impostazione classica, incentrato su cinque personaggi sospetti raggruppati in un luogo isolato, dove il tempo sembra non passare mai. Il tutto a fronte di una trama impregnata di segreti, rancori e tanta voglia di vendetta, ma anche di un interrogativo: chi è veramente il colpevole?

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