Cultura

Un intrigo internazionale ai piedi dell’Etna. E il vicequestore Vanina Guarrasi, una sbirra dal passato tormentato, indaga

Dalla graffiante penna della siciliana Cristina Cassar Scalia torna sugli scaffali, con La salita dei Saponari, un estroso personaggio in predicato di diventare una seria televisiva. In parallelo, complici Giancarlo de Cataldo e Maurizio de Giovanni…


27/07/2020

di MAURO CASTELLI


Un carattere “forte quanto determinato”, ferma restando una passione di vecchia data per la danza classica, alla quale si era dedicata da bambina, rimpiazzata da quella per i classici (“A soli tredici anni mi ero letta Guerra e pace di Tolstoi”), fermo restando un debole dichiarato per Vitaliano Brancati, Leonardo Sciascia, George Simenon (“Conservo tutti i telefilm su Maigret interpretati da Gino Cervi”) e, attingendo dal presente, per Andrea Camilleri “prima maniera”. 
Che altro? In primis la medicina, una specie di vizio di famiglia: “Fra i miei antenati annovero diversi dottori. Anche mio padre è medico e mia madre bi-diplomata in Farmacia e Biologia”. E lei stessa, dopo aver frequentato il liceo classico Antonio di Rudini a Noto (la cittadina siracusana dove è nata il 25 maggio 1977) si sarebbe laureata in Medicina, con specializzazione in Oculistica (“Sono oftalmologa come il mitico Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes. Vorrà dire qualcosa?”), presso l’università di Catania, città dove vive e lavora, risultando comunque professionalmente attiva anche nel paese di Rosolini. E oculista si propone pure suo marito Maurizio, il “paziente quanto rigoroso” censore dei suoi scritti. 
Di chi stiamo parlando? Di Cristina Cassar Scalia (“Con gli accenti - tiene a precisare - accasati sulle prime a del mio doppio cognome, in quanto i miei avi erano di origini maltesi”), una bella donna che strada facendo si sarebbe proposta vincente nel mondo della narrativa gialla grazie a una scrittura capace di graffiare e intrigare al tempo stesso, abile come pochi nell’addentrarsi fra le pieghe dei misteri con il passo fermo e deciso di chi ha una marcia in più. Il tutto a fronte di una piacevolezza narrativa benedetta da numeri uno del settore come Carlo Lucarelli, Maurizio de Giovanni e Giancarlo De Cataldo. 
Un passo indietro. Grande lettrice, si diceva, la nostra Cristina. E spesso il trasferimento dalla lettura alla scrittura risulta un passo quasi obbligato. Con i primi tentativi segnato dalla precocità. “Avevo 13 o 14 anni quando mi misi a scrivere racconti. Con uno dei quali, intitolato Il vento non soffia più sulle cime (da un incipit rubato a Gina Lagorio), tempo tre anni mi sarei portata a casa il primo premio di un concorso, Sei autori in cerca d’autore, promosso dalla Mondadori per i ragazzi dei licei”. 
In seguito il peso degli studi - ne abbiamo già parlato su queste stesse colonne - avrebbe però inciso sulla sua creatività, che avrebbe rimesso in moto a 29 anni, quando si mise a scrivere il suo primo romanzo, La seconda estate, pubblicato dalla Sperling & Kupfer nel 2015 (un lavoro peraltro insignito del Premio Internazionale Capalbio opera prima e tradotto in Francia), seguito l’anno successivo da Le stanze dello scirocco. 
Detto questo, spazio al suo ultimo lavoro in giallo, La salita dei Saponari (Einaudi, pagg. 306, euro 18,00), una storia complessa e intrigante che vede tornare in pista per la terza volta una sbirra dal passato tormentato, ovvero il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina, la quale - riposti i propri fantasmi in un cassetto - torna in pista per vederci chiaro su un intrigo internazionale all’ombra dell’Etna con due cadaveri al seguito. 
In effetti questa storiaccia non mancherà di intrigare questa quarantenne palermitana trasferita alla Mobile di Catania dopo sei anni trascorsi sotto il monte Pellegrino. Una sbirra con tutte le caratteristiche del grande poliziotto (acume, tenacia e fantasia investigativa); una fimmina in carriera che di brutte faccende ne ha dovute digerire parecchie (uomini incaprettati e bruciati vivi, cadaveri cementati dentro un pilastro, gente sparata, accoltellata, strangolata e via dicendo); ma anche una donna che non si è risparmiata irritanti viaggi in un passato carico di amarezze (oltre al padre ammazzato dalla mafia anche un amore lasciato a metà con un magistrato della Dia a sua volta minacciato di morte). 
Ma come ama definirla, la sua madre putativa, questa poliziotta? “Una bella donna che veste con gusto, che ama la buona tavola, che ha uno stretto rapporto con il medico legale che segue i suoi casi, che risulta apprezzata dalla sua squadra, che nel tempo libero colleziona film italiani d’autore girati in Sicilia”. Passione, quest’ultima, mutuata dalla stessa autrice, che ammette di collezionare pellicole di grandi registi allargate però a tutta Italia. 
Tracciato il profilo della protagonista, veniamo alla trama. Esteban Torres, cubano-americano con cittadinanza italiana e residenza in Svizzera, viene trovato morto nel parcheggio dell’aeroporto di Catania; qualcuno gli ha sparato al cuore. La qual cosa non sorprende più di tanto dal momento che l’uomo ha un passato oscuro, e girano voci che avesse amicizie pericolose, interessi in attività poco pulite. Eppure le indagini faticano a dare risultati, in quanto mancano gli indizi. Questo finché a Taormina, dentro un pozzo nel giardino di un albergo, si scopre un altro cadavere, quello di Roberta Geraci, detta Bubi. 
Insomma, un doppio caso ad alta “rognosità”, di quelli che “promettono bene” e sembrano fatti apposta per Vanina. Ideali cioè per occuparle la mente per giorni. Guarda caso Torres e Bubi si conoscevano. Molto bene. Così, con l’aiuto della sua squadra (in primis l’ispettore Carmelo Spanò, il suo rimpiazzo quando lei è assente) e dell’immancabile Biagio Patanè, commissario in pensione che non ha perso il fiuto, Vanina riporterà alla luce segreti che hanno origine in luoghi lontani. Ma non potrà dimenticare gli incubi che la seguono fin da quando viveva a Palermo. Questioni irrisolte che, ancora una volta, minacciano di metterla in pericolo”. 
Il giudizio? A fronte di una trama che viaggia a cento all’ora, ci troveremo a raffrontarci con figure credibili, frutto del lavoro di documentazione dell’autrice, con ringraziamenti allargati al questore di Palermo, al suo capo di Gabinetto e a diversi componenti della locale squadra mobile per “averli disturbati” durante i suoi “sopralluoghi letterari”. Alcuni dei quali, “pur tormentandoli mi sono diventati amici, mentre altri mi accolgono con simpatia”. Il tutto a fronte di un finale “aperto”. Nel senso che l’autrice sta già lavorando (“Scrivo di sera e di notte, mai di mattina presto”) alla nuova avventura di Vanina. Ed è giusto che sia così, visto che il ferro va battuto sin che è caldo. 
Intanto per non farsi mancare nulla, proprio in questi giorni e sempre per i tipi della Einaudi, Cristina Cassar Scalia è tornata in libreria come co-autrice di Tre passi per un delitto (pagg. 190, euro 17,00), dando voce a una donna che non si stupisce nello scoprire il tradimento del marito. Ovvero Anna Carla Santucci, che si trova a “indagare” in buona compagnia: ovvero con il commissario Brandi, il poliziotto abile e ambizioso uscito dalla penna di Giancarlo De Cataldo, e Marco Valerio Guerra, l’amante della vittima, per voce del prolifico Maurizio de Giovanni
A tenere la scena è il misterioso omicidio, nel proprio appartamento di Roma, di una bellissima ragazza che lavora nel mondo dell’arte. Da qui l’impegno allargato per far luce su una verità divagante, visto che i tre personaggi coinvolti nella vicenda forniranno altrettante versioni dei fatti. Con alcuni interrogativi al seguito: chi cerca di nascondere la verità? Chi tenta di manipolarla? E perché c’è qualcuno che sembra non curarsene? 

(riproduzione riservata)