Cultura

Un grosso, arioso guaio nella Palestina del 306 dopo Cristo

Nella collana de Il Giallo Mondadori trova spazio, all’insegna di una robusta originalità tematica e stilistica, una nuova avventura dedicata, dalla raffinata penna di Ben Pastor, al soldato-investigatore Elio Sparziano. Fra omicidi, interrogatori, agguati, false piste e un delizioso doppio colpo di scena finale


11/05/2020

di LUIGI SANVITO


Anno 306 dopo Cristo. Tramontati gli effimeri fasti dell’epoca dioclezianea, l’impero romano si regge su un fragile equilibrio di poteri contrapposti. Le province sono governate da co-imperatori formalmente “alleati”, ma di fatto ostili l’uno all’altro. Le fondamenta culturali della pax romana sono sempre più corrose dall’avanzata strisciante del cristianesimo, setta integralista e intollerante che le autorità civili contengono con crescente fatica, ricorrendo ora al bastone della repressione armata, ora alla carota del compromesso diplomatico, mentre tra le quinte si fa strada la figura del giovane Costantino, figlio dell’imperatore morente Costanzo Cloro e dell’ambiziosissima Elena, futura santa della chiesa cattolica (come pure di quella ortodossa) nonostante le sue discutibilissime vicende personali, tra le quali, secondo gli studiosi più accreditati, almeno un paio di omicidi. 
Date queste premesse, tutto lascia credere che il meccanismo di cogestione territoriale dell’impero voluto da Diocleziano si frantumerà entro breve tempo, aprendo le porte a un sanguinoso conflitto intestino per il potere assoluto. 
È su questo sfondo storico che prende le mosse la nuova avventura di Elio Sparziano, il soldato-investigatore creato dalla fantasia di Ben Pastor sulla falsariga di un personaggio realmente esistito (lo si annovera infatti tra i compilatori della Historia Augusta), ma della cui biografia si sa pochissimo. 
Quinto romanzo di una serie in continuo sviluppo - parallelamente a quella, fortunatissima, dedicata a Martin Bora -, La grande caccia (Mondadori, pagg. 664, euro 16,00) arriva in libreria dopo Il ladro d’acqua, La voce del fuoco, Le vergini di pietra e La traccia del vento (sempre per Mondadori), portando questa saga tardo-antica a un nuovo livello di complessità e sofisticazione. 
Naturalmente, trattandosi di Ben Pastor, anche La grande caccia può essere sommariamente incasellata nella categoria ormai affollatissima del “giallo storico”; eppure, per l’ennesima volta, costringere la narrativa dell’autrice entro questa definizione di genere - buona tutt’al più per gli scaffali delle librerie - non rende piena giustizia all’originalità tematica e alla qualità stilistica dei suoi romanzi. 
Quanto alla trama gialla de La grande caccia, in ossequio alla vecchia regola del “meno si dice e meglio è”, basti sapere quanto segue (la citazione è tratta dalle quarte dell’edizione Mondadori): “L’imperatore Galerio decide di censire i cristiani dell'irrequieta provincia di Palestina con lo scopo di indurli a riconoscere la religione ufficiale, e dà l’incarico a Elio Sparziano, fidato ufficiale di cavalleria, storico e biografo. In realtà, ciò che preme davvero a Galerio è mettere le mani sul leggendario tesoro dei Maccabei, nascosto in un luogo segreto circa vent’anni prima. E soprattutto, deve impedire che il tesoro cada nelle mani dell’ambizioso Costantino, pronto a succedere al trono. Così, Sparziano si mette sulle tracce del prezioso bottino. Ma non è il solo: con lui Elena, madre di Costantino, donna intrigante e priva di scrupoli, disposta a tutto per promuovere l’ascesa del figlio ai vertici dell’Impero... Città arroventate dal sole, villaggi sperduti, un marinaio ossessionato da una misteriosa creatura marina sono gli anelli di una catena in cui si snoda una frenetica caccia all’oro tra morti misteriose, inganni, passioni, speranze, fedeltà, coraggio. Essere preda o predatore può dipendere da un battito di ciglia; è un gioco spietato in cui il premio finale non è l’oro, ma la vita stessa…”. 
Fin qui, dunque, l’intreccio mystery, dipanato osservando tutte le regole del genere (una serie di omicidi, indagini sul campo, interrogatori, false piste, agguati mortali, un delizioso doppio colpo di scena finale). Occorre però osservare - e qui sta uno dei pregi maggiori del romanzo - come questa dimensione “gialla” si intersechi costantemente non solo col tema della “caccia al tesoro”, ma anche con una minuziosissima ricostruzione storico-ambientale, in modo che, a poco a poco e del tutto naturalmente, il romanzo travalica la dimensione geometrica della detection (con la classica triade di sospettati e le loro ambigue verità) per assumere i connotati dell’avventura epica a tutto tondo, senza peraltro dimenticare l’approfondimento psicologico dei personaggi. Gli eroi di Ben Pastor non sono fatti di cartone, ma di carne, sangue, spirito. Ciascun personaggio, col suo vissuto e le sue aspettative, si relaziona a un mondo interiore che pur non conoscendo ancora le rigide restrizioni morali del cristianesimo come religione di stato (soprattutto in fatto di sessualità), come pure i contorti labirinti interpretativi della psicoanalisi freudiana, si rivela comunque ricco di sfaccettature e ambivalenze, rese perfettamente da una prosa fluida ma attenta a ogni piccolo moto dell’anima. 
E poi c’è un altro aspetto: la divertita abilità dell’autrice non solo nell’evocare inaspettate analogie tra la geopolitica del IV secolo d.C. e quella contemporanea (gli ebrei della striscia di Gaza che prendono a sassate gli esattori romani…), ma anche nell’utilizzare ascendenze letterarie e suggestioni cinematografiche apparentemente incompatibili – dalle Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe a Il tesoro della Sierra Madredi B. Traven, dall’epopea tenebrosa di Moby Dick all’aneddotica yiddish di Ferruccio Folkel, dalle commedie acide di Billy Wilder ai western luciferini di Sergio Leone - fondendoli senza salti o fratture stilistiche in un continuum narrativo e dialogico che incatena il lettore per quasi 700 pagine. 
Infine, a siglare la conclusione di questa trascinante, imprevedibile, ariosa avventura in terra di Palestina, ecco una chiusa di sapore malinconico che sarebbe piaciuta al Thackeray di Barry Lindon. Così scrive infatti Sparziano nell’ultima pagina del suo diario: “La nostra canzone - l’onorata canzone della cavalleria romana - racconta che la sella è la casa del soldato, e perciò il soldato è a casa dovunque vada. Quanto valore diamo alle cose che non ne hanno! Anche l’oro è inutile, se non sai che fartene. Io vedo valore in altre cose. Durante una delle lunghe notti passate insieme, per la prima volta da quando lo conosco, il mio vecchio rivale ha ammesso di sentirsi stanco. «Vorrei avere ancora i tuoi anni», ha grugnito, «con un’altra trentina d’anni davanti a me per fare ciò che voglio!» Come potevo rispondergli che non sono mai stato libero di fare ciò che volevo? In primavera, al palazzo di Antiochia, ho visto l’addetto militare indossare una torque d’oro intorno al collo, e mi sono detto che siamo tutti cani alla catena. 
“E potrei mai dirgli che io, un colonnello nell’esercito di Roma, avverto qualcosa ancora peggiore della stanchezza, cioè il disgusto? No. La cosa peggiore è che domani, e dopodomani, monterò in sella e ubbidientemente andrò dove mi ordinano. Non ho scopi personali, non ho la mia Creatura marina. Posso solo sperare che continuerò ad avere Roma”. 
E noi lettori possiamo soltanto sperare di continuare a godere dei casi dell’investigatore tardo-antico di Ben Pastor ancora per lungo tempo.

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