Cultura

Un gradito ritorno: quello di Cesare Pavese con “Prima che il gallo canti”

In quest’opera lo scrittore affronta il tema della solitudine e dell’impossibilità di partecipare alla storia senza compromessi


05/07/2021

di Tancredi Re


Prima che il gallo canti (Scalpendi, pagg. 272, euro 12,50) - libro pubblicato da Cesare Pavese nel 1948 da Einaudi e che allude con il suo titolo (ripreso dalla risposta di Gesù a Pietro che si riferisce, con tono palesemente autobiografico, ai suoi tradimenti politici) alla necessità di un risveglio che l’autore riteneva necessario per sé prima che per il nostro Paese - è nei due testi che lo compongono (Il carcere e La casa in collina)  opera emblematica fra le altre sue, e pur nelle irrisolutezze che la caratterizzano, dove affronta il tema della solitudine e dell’impossibilità di partecipare alla storia senza più compromessi o giustificazioni. 
Il carcere (il primo romanzo breve completato tra il 27 novembre del 1936 e il 16 aprile del 1939 era in realtà intitolato Memoria di due stagioni) rimanda all’esperienza di confino dell’autore, trascorso a Brancaleone Calabro tra il 4 agosto 1935 e il 15 marzo 1936, risolvendola quasi completamente nel segno di una solitudine che è di fatto esistenziale, cercata ancor più che subita, in cui sono i fantasmi interiori, e il bisogno del sesso in primo luogo, a muovere le azioni e a costruire il paesaggio. 
È interessante, prima di riassumere la trama del romanzo, ricordare che fu egli stesso a parlare di questa esperienza straniante e mortificante non appena giunto nel paese calabro il 4 agosto 1935 in una lettera all’amico Augusto Monti. 
“Qui i paesani mi hanno accolto umanamente, spiegandomi che, del resto, si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti. Il giorno lo passo “dando volta”, leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni. Per tre anni! Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine, la sgonfia, lo spleen, e il mal di pancia. Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone (un diario che diventerà in seguito Il mestiere di vivere 1935-1950 - ndr) rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un’inutile castità”. 
La trama. In terza persona, attraverso la figura dell’ingegner Stefano, Pavese, condannato per avere ricevuto delle lettere in casa sua, proteggendo così la “donna dalla voce rauca” (è Battistina Pizzardo, detta Tina, docente di matematica e fisica, attiva antifascista, che l’autore amava non corrisposto e alla quale avrebbe dedicato i versi di Incontro nella raccolta Lavorare stanca - ndr) cui poi le consegnava, racconta la sua esperienza e i suoi stati d’animo, attribuendo un significato intimo e personale dai paesaggi. Primo fra tutti il mare, definito “la quarta parete della sua prigione” alla gente che, come sostiene in una lettera scritta alla sorella Maria, “di questi paesi è di un tratto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca”. 
All’inizio “... sapeva che dappertutto è paese, e le occhiate incuriosite e caute delle persone lo rassicurano sulla loro simpatia”, poi con queste persone frequenterà l’osteria, andrà a caccia (gli rimarrà impressa la parola quaglia che ogni donna porta con sé e Stefano sentirà di amare quella gente e quella terra, soltanto per questa parola). 
Componente centrale del racconto La casa in collina è la figura della donna. Il rapporto con Elena, figlia della padrona di casa, e con “Concia” (“C’era qualcosa di caprigno, selvatico ed insieme dolcissimo”) ritorna costante nella narrazione. Il mito e il selvaggio, compagnia e solitudine, spontaneità e riservatezza, e molti altri dualismi, faranno di questa opera (considerata la prima della maturità di Pavese) un racconto coinvolgente e ritmico. Uno spaccato di vita dell’Italia meridionale della metà degli anni Trenta nella “chiusura di orizzonte che è il confino” e “con una penna ch’era tutta la gioia della sua libertà”. 
La trama. Corrado, il protagonista, è un professore di Torino che vive, con uno spirito di indifferenza e di apatia, il duro periodo dei bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. Rifugiatosi sulla collina torinese, egli vive presso due donne molto premurose nei suoi confronti: Elvira e la madre. Così trova piacevole incontrarsi con un gruppo di gente semplice e allegra che si ritrova in una vecchia osteria dalla parte opposta della collina, tra cui ritrova anche Cate, una donna che aveva amato anni addietro e che poi aveva lasciato per paura delle responsabilità. 
Cate ha un figlio, di nome Dino, che egli sospetta essere suo figlio, con il quale passa il tempo e nel quale egli rivede la sua spensierata fanciullezza. Ma tutto questo non può durare e quando l’8 settembre 1943 giunge l’annuncio dell’armistizio (tra l’Italia e le potenze alleate) e la situazione, dopo i primi entusiasmi, sta precipitando, Corrado trascorre mesi di angoscia e paura finché un giorno i tedeschi fanno una perquisizione nell’osteria e Cate e gli amici vengono catturati. 
Corrado, che stava rientrando da Torino, osserva quanto sta succedendo senza essere visto e si salva. Rimane per un po’ di tempo nascosto presso Elvira e sua madre e in seguito si rifugia presso il Collegio di Chieri, mentre Dino, che lo raggiungerà più tardi, rimane per il momento presso le donne. Quando Dino lascerà il collegio per unirsi ai partigiani, Corrado decide di ritornare al suo paese natale “di là dai boschi e dal Belbo” anche se il ritorno a casa non serve a migliorare la sua crisi esistenziale.  
Nel romanzo Pavese affronta, come già aveva fatto con Il carcere, il tema della solitudine e della impossibilità di partecipare alla storia senza più compromessi o giustificazioni. Le parole-tema indicate nel titolo, casa e collina, servono come collegamento per inquadrare l’intera vicenda. Sullo sfondo della “collina” che all’inizio del romanzo viene presentata come il luogo ideale per escludere gli avvenimenti della guerra che invece colpiscono la città, vi è il tema complementare della “casa” con i suoi ristretti valori di sicurezza e di chiusura verso il prossimo. 
Il tema della fuga che conclude il romanzo serve a denunciare i rimorsi del protagonista che nemmeno il monastero con la sua pace apparente, può allontanare. Le immagini di morte e di sangue che Corrado trova leggendo il breviario che riporta la storia dei santi,serve ad acutizzare ancora di più il suo malessere. 
In Corrado, appunto il protagonista, Pavese si identifica e attraverso di lui, che vive nel tempo presente, egli ricorda la vita trascorsa sulle colline piemontesi che appaiono subito il luogo preferito e che servono per rievocare con l’immaginazione la vita passata che viene narrata in prima persona dall’io narrante.

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