Cultura

Un efferato omicidio (del quale si รจ parlato poco) su cui indaga una giornalista in cerca di scoop

In Inviato a Giudizio (“Un titolo che nasconde in sé un elemento narrativo importante”) l’autore torna al genere legal. Addentrandosi, da esperto qual è, fra le pieghe dei paradossi della nostra Giustizia


19/07/2021

di PAOLO PINNA PARPAGLIA


Quando esce un mio nuovo libro, la domanda che più spesso sento rivolgermi dai miei colleghi avvocati è: dove trovi il tempo per scrivere? Ed effettivamente, a lavoro finito, quando mi accorgo di aver scritto 400 e più pagine, mi guardo indietro e mi chiedo come abbia fatto a ritagliarmi il tempo necessario per portare a termine quell’impresa. La risposta è semplice: se si ha una passione la giornata diventa di 25 ore, e ogni momento libero è utilmente speso per lasciarsi tutto alle spalle e dedicarcisi. La mia passione è la scrittura, inventare intrecci narrativi, far vivere personaggi e dar loro corpo. Quando una storia mi chiama, diventa impossibile tirarmi indietro e devo scriverla. Così è capitato anche per Inviato a Giudizio (Newton Compton, pagg. 445, euro 9,90), un thriller di ambientazione giudiziaria che si svolge in una località imprecisata del centro-nord Italia. 
Con Inviato a Giudizio riprendo il genere legal, con il quale avevo esordito nel 2018 pubblicando Quasi Colpevole e che ha avuto un insperato successo in termini anche di critiche. Nei romanzi successivi, benché tra i personaggi principali fossero spesso presenti degli avvocati, avevo esplorato generi diversi, più orientati verso il giallo classico (Quasi Innocente) o alla narrativa thriller (Vendetta Privata). Era però forte in me il desiderio di cimentarmi nuovamente con il legal puro, fatto di aule d’udienza, esame dei testimoni, violenti scontri tra accusa e difesa e in genere di tutti quegli ingredienti che il lettore si aspetta da un giallo giudiziario. Così, quando nella mia testa la storia ha preso forma quantomeno nei punti essenziali, è nato Inviato a Giudizio e per circa otto mesi ha assorbito ogni mia energia. 
Il titolo nasconde in sé un elemento narrativo rilevante, non vi è chi non veda come la locuzione “inviato a giudizio” sia giuridicamente errata: si dice infatti che un soggetto è “rinviato a giudizio” per indicare che dovrà essere sottoposto a processo. Poiché tuttavia la protagonista è una giornalista che si trova a seguire per conto di un noto quotidiano nazionale un processo per omicidio dai contorni inquietanti, la locuzione “inviato a giudizio” riesce a rendere in maniera efficace sia l’aspetto processuale che quello giornalistico. 
La vicenda ruota, come detto, intorno all’omicidio di un’anziana signora che viveva sola nella sua villa in un quartiere borghese della città. Un fatto commesso con efferatezza e brutalità del quale tuttavia non se n’è mai parlato, e neppure il processo in corte d’assise sembra interessare la collettività. Giovanna Mameli, la giornalista protagonista, ci si imbatte quasi per caso e, fiutato lo scoop, decide di condurre una sua personale inchiesta per fare luce sugli aspetti più inquietanti dell’omicidio. L’imputato è un eroinomane terminale di ventisette anni, un rifiuto della società che ha tutto contro di lui: il pregiudizio delle persone verso un soggetto epidermicamente respingente, le dichiarazioni di due correi, tracce ematiche della vittima sulle scarpe, numerose altre prove oggettive che rendono il suo destino processuale segnato. L’inchiesta di Giovanna Mameli si affianca al compito arduo dell’avvocato difensore che nonostante non sia convinto dell’innocenza del proprio assistito, mette in campo tutta la sua professionalità per provare a spuntare le armi dell’accusa. 


Il romanzo vuole dare una visione del processo penale italiano nella fase dibattimentale uscendo dagli schemi tipici della narrativa legal che troppo spesso, nel panorama di genere italiano, soffre le ingerenze e le forzaturedei film o dei best-seller statunitensi. All’interno di una narrazione incalzante, il lettore può capire come si sviluppa un processo in corte d’assise e quali sono i tanti retroscena che sottendono a una precisa scelta difensiva. L’esito di un processo dipende infatti da molti fattori, molti dei quali anche imponderabili, e la conclusione pronunciata “nel nome del popolo italiano” non sempre fa vera giustizia. 
Il grande paradosso del sistema giudiziario consiste proprio nel fatto che la sentenza sarà sempre giusta se è stata formulata all’esito di un processo celebrato con le forme prescritte dalla legge. Ma a quel punto risulterà ininfluente che sia stata accertata, o meno, la verità sostanziale. In questa grande messinscena l’avvocato assume dirimente importanza. Nel mio romanzo ho voluto valorizzare il ruolo degli avvocati, rappresentandone tre molto diversi tra loro, al fine di evidenziare quale può essere il peso di un avvocato durante le fasi cruciali del dibattimento. E ho voluto mostrare, pur senza alcuna vena polemica, che nel processo italiano la parità tra accusa e difesa è relegata a mera affermazione di principio non avendo purtroppo una concreta attuazione pratica. 
Il processo a Nicola Piavan, questo è il nome dell’imputato, rappresenta il fulcro del romanzo al quale ho volutamente voluto dare un taglio giallo per consentire al lettore di arrivare fino in fondo anche con la voglia di sapere come effettivamente sono andate le cose. E con la speranza di riuscire a stupirli quando la verità, come nei gialli di matrice classica, verrà messa davanti a loro. Sempre però nel rispetto di quel patto con il lettore che mi impone di essere onesto con loro: gli indizi per intuire la soluzione sono tutti disseminati tra le molte pagine del romanzo, sta al lettore che si voglia mettere in gioco, trovarli per dipanare autonomamente la matassa. 
Il mio auspicio tuttavia è che non si voglia arrivare al termine del libro solo per scoprire se l’assassino è effettivamente il maggiordomo.

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