Cultura

Un doppio delitto nella Milano viscontea per Costanza Macallè

Alessia Gazzola, lasciata ancora in panchina Alice Allevi, ridà voce alla sua nuova eroina: una madre single con tanti sogni per la testa  


30/11/2020

di MASSIMO MISTERO


Per ottenere ciò che si vuole nella vita ci vogliono costanza e buoni propositi. E appunto Costanza e buoni propositi (Longanesi, pagg. 280, euro 18,60) è il titolo dell’ultimo romanzo firmato da Alessia Gazzola. Un titolo che, d’acchito, indurrebbe a pensare ad altro, in quanto al lettore viene subito in mente il nome della nuova protagonista dell’autrice siciliana, che aveva fatto debuttare lo scorso anno in Questione di Costanza, la serie incentrata appunto sul personaggio di Costanza Macallè. 
Una protagonista che a sua volta - almeno in parte - sembra rifarsi al vissuto dell’autrice. Costanza è infatti una ragazza messinese dai capelli rossi e dall’instabilità economica e sentimentale, specializzata in Anatomia patologica, sbarcata con un contratto di un anno a Verona in attesa di trovare il lavoro sognato in Inghilterra. Ma, come spesso succede, la vita ha altri programmi per lei. In quanto una madre single (la bambina si chiama Flora) non può accontentarsi di vivere di sogni e di spostarsi in bicicletta nella città di Giulietta e Romeo. 
Accostamenti, quelli citati, in parte non tutti casuali. Alessia Gazzola è infatti nata a Messina il 9 aprile 1982, dove si è laureata in Medicina e Chirurgia, specializzandosi in Medicina legale, e che oggi guarda caso vive proprio a Verona con il marito e due figlie. Lei che - repetita iuvant - ama viaggiare, leggere e cucinare. Lei che aveva iniziato a scrivere un raccontino all’età di cinque anni e che da allora non avrebbe più mollato la presa, arrivando a pubblicare il suo primo romanzo, L’allieva, nel 2011. Lei che ha un debole dichiarato per le indagini classiche, alla Agatha Christie per intenderci. Lei che è stata benedetta (scusate se è poco) da una penna del calibro di Jeffery Deaver. 
Ma torniamo a Costanza Macallè. Niente a che vedere, quindi, con la protagonista della serie di otto lavori (il penultimo dei quali, Il ladro gentiluomo, si è aggiudicato il premio Bancarella 2019) interpretati da Alice Allevi, giovane e attraente anatomopatologa drogata di shopping, una simpatica quanto romantica pasticciona con un debole dichiarato per il suo cagnolino e per l’investigazione, che i guai sembra andarseli a cercare. Ma che per fortuna ha il dono di saper leggere con acume e lungimiranza fra le righe dei crimini. Storie peraltro tradotte in Germania, Francia, Spagna, Turchia, Polonia, Serbia e Giappone, oltre a essere travasate in una doppia fiction televisiva interpretata da Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale. 
Detto questo spazio alla trama di Costanza e buoni propositi. Un lavoro, come accennato, nuovamente imbastito sulla figura di Costanza Macallè che - ne abbiano già accennato - “tutto avrebbe pensato, ma non di fare la paleopatologa dopo la laurea in medicina. Non di vivere a Verona, così distante da Messina, la sua casa. Non di avere una figlia piccola a carico, la buffa Flora. Non di rintracciare il padre della suddetta figlia dopo diversi anni, di trovarlo affascinante come quando l’aveva conosciuto e di scoprirlo perfetto con Flora. Non di provare ancora qualcosa per il suddetto padre. Non di poter vantare una discreta collezione di situazioni ed esperienze imbarazzanti”. 
In effetti, quella della trentenne Costanza, è una vita pronta a deragliare. E non solo per quel suo cappotto troppo leggero per l’inverno del Nord. Ma fortunatamente può contare su alcuni assi nella manica che l’aiutano ad affrontare giorno dopo giorno le sfide della vita: i colleghi dell’Istituto di Paleopatologia, la sorella Antonietta, un’innata capacità di rialzarsi dopo ogni caduta, la consapevolezza di poter contare sulle proprie forze e l’ostinata determinazione di chi sa cavarsela anche con poco. 
La vita di Costanza (una ragazza-madre come tante, piena di dubbi e di insicurezze) è però sul punto di cambiare. Fermo restando che il lavoro di medico è ancora in cima alla lista dei suoi desideri e Marco, l’architetto padre di Flora, è ancora in procinto di sposarsi. 
Costanza che, incominciando a essere soddisfatta del suo lavoro, si troverà a far di conto con importanti decisioni, peraltro poco inclini ad… ascoltare il cervello. Fortuna vuole che ci sia un mistero a intrigarla. Il dipartimento di Paleopatologia dove studia le malattie e i resti umani di epoche passate la manda infatti, come parte di una squadra, nel capoluogo lombardo dove, nel corso di uno scavo di resti medievali, sono state trovate tracce della vecchia chiesa dei santi Filippo e Giacomo. Oltre ai resti di due donne, sepolte insieme e morte di consunzione, che si presume possano appartenere ai corpi mai ritrovati delle cugine Andreola e Bernarda, figlie rispettivamente dei fratelli Matteo e Bernabò Visconti. 
Leggenda vuole che le due cugine fossero state scoperte con i rispettivi amanti (anche a quei tempi evidentemente ci si dava un gran da fare) e per questo incarcerate nella Rocchetta di Porta Nuova a Milano e lasciate morire, murate vive, di stenti. Nemmeno a dirlo Costanza si appassiona al caso di queste due donne punite per aver voluto essere libere, e viene a conoscenza di una diceria che voleva Bernarda scampata al supplizio e rimpiazzata da una millantatrice, una impostora verrebbe oggi da dire. Un po’ come Costanza nei confronti di Marco, visto che durante il suo soggiorno milanese ha conosciuto Federica, la sua storica fidanzata che di lì a poco dovrebbe sposare. 
Di fatto una gran brutta storia quella delle due cugine (in parte vera, in parte no tiene a precisare l’autrice in una nota, spiegandone il perché e il percome) che, in qualche modo, sembra paradossalmente abbracciare la vita della nostra protagonista. Insomma, il passato e il presente che si incrociano e si scontrano: le tremende costrizioni (leggi pure punizioni) riservate ad Andreola e Bernarda e la libertà di Costanza. La quale, ogni volta che cade, trova sempre la forza (e la possibilità) di rialzarsi. Perché l’amore, al giorno d’oggi, può anche rappresentare un’àncora. O forse no…

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